LETTURE/ Kostja e il segreto dell’attesa: la grande lezione dello sconosciuto Gelasimov

- Mauro Grimoldi

Il primo libro tradotto in italiano di Andrej Gelasimov, autore russo non ancora cinquantenne, originario di Irkutsk, Siberia. Due racconti, “La sete” e “Zanna”. MAURO GRIMOLDI

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Carristi russi (InfoPhoto)

La casa editrice Atmosphere pubblica il primo libro tradotto in italiano di Andrej Gelasimov, autore russo non ancora cinquantenne, originario di Irkutsk, città della Siberia centrale lungo la linea della transiberiana, a più di cinquemila chilometri da Mosca. Si tratta di due racconti, uno lungo, La sete, che dà il titolo al volume, e l’altro breve, intitolato Zanna.

Il protagonista de La sete, Kostja, è un giovane reduce dalla Cecenia, che ha lasciato mezza faccia nel ventre in fiamme di un carro armato da dove l’ha tirato fuori,  più morto che vivo, un compagno d’armi. Proprio la ricerca di quest’ultimo, in compagnia degli altri due sopravvissuti all’incendio del blindato, costituisce l’occasione per ripercorrere in prima persona il breve e travagliato corso dell’esistenza di Kostja. Tra le figure in cui ci imbattiamo una delle più significative, forse la più decisiva, è quella di Aleksandr Stepanovic, il preside della scuola superiore frequentata dal protagonista perennemente assetato di vodka. È lui che, prima di essere cacciato dal suo posto, ha visto in Kostja una straordinaria disposizione al disegno e se l’è portato a casa per fargli da insegnante.

“Non sei attento”, mi ha detto. “Il fatto che tu sappia disegnare non significa niente. Un artista deve saper vedere. Guarda dalla finestra e dimmi cosa vedi. Guarda dalla finestra e dimmi cosa vedi”.
“Io non sono un artista”, gli ho risposto.
Lui allora ha preso dal tavolo la scarpa che stavo disegnando e me l’ha lanciata addosso.
“Vai alla finestra, t’ho detto!”.
(…)
“…Hai mai visto come irrompe un raggio di luce in una stanza buia attraverso una porta socchiusa? Dapprima è sottile e poi si allarga.
Per l’uomo vale la stessa cosa. Prima è solo, poi arrivano due figli, e dopo quattro nipoti. Capisci? L’essere umano si allarga come un raggio di luce. All’infinito. Mi capisci?

Anche se il preside se ne andrà, anche se per tanto tempo Kostja non disegnerà, rimarrà indelebile in lui il senso di un compito ricevuto dal maestro, da cui peraltro avrà ereditato la stessa inestinguibile sete di vodka: “Come disegnare L’attesa?, si chiederà a lungo Kostja. Finché un giorno, mentre gira con gli amici per Mosca, alla ricerca del suo scomparso salvatore, capisce.

Mia madre diceva pure che bisogna saper aspettare. “Bisogna saper aspettare e crederci. Allora ogni cosa si sistema”. Io, però, non capivo cosa intendesse dire. Per cui aspettavo che tutto si chiarisse: che finisse il trimestre, che ci fossero i soldi per comprare una bicicletta, che si ammalasse il prof di matematica e, più tardi, che Aleksandr Stepanovic tornasse da quel suo Mar Nero e potessimo rimetterci a disegnare insieme.

Una volta gli raccontai cosa diceva mia madre a proposito di “aspettare e crederci”. Perché ormai capivo da me che credeva e aspettava a vuoto. E lui mi rispose che ero un imbecille.
“E la tua ironia puoi ficcartela sai benissimo dove. Tanto finché la vita non ti sbatterà con la faccia al muro, tu non capirai niente di niente. Anzi, magari non capirai nemmeno dopo che te l’avrà spaccata, la faccia, ma se proprio vuoi posso raccontarti”.
E io gli risposi che lo volevo.
“Allora ascolta.
Aspettare significa provare gratitudine. Gioire semplicemente del fatto di avere qualcosa per cui aspettare. Ti affacci alla finestra e pensi ‘Grazie Signore, e grazie anche a tutti gli altri. A te piccione che sei passato e a te cane che sei arrivato di corsa’. Hai capito?”.
“No”, risposi.
“Imbecille che non sei altro. Se avrai fortuna, un giorno capirai, ma in confronto alla gratitudine che proverai, non ti accorgerai neanche di avere atteso”.
“Ma bisogna dire grazie anche agli uccelli?”.
“Stupido”, fece lui, versandosi altra vodka.
Solo in quel momento, mentre guardavo dal finestrino della jeep di Genja, capivo cosa avesse voluto dirmi.

Forse queste parole hanno a che vedere anche con la fermezza con cui Zanna, la ragazza madre protagonista del breve racconto che segue La sete, contro tutto e tutti non rinuncia alla propria maternità e al figlio che si porta addosso i segni del forcipe con cui è stato tirato fuori da ventre di sua mamma.

Ecco qui: un semplice consiglio di lettura a tutti quelli che sono interessati a sapere che cosa si scrive di interessante nel mondo.

 

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