STORIA/ Chi era davvero il cardinale Jean Daniélou?

- Jonah Lynch

Jean Daniélou, nominato cardinale da Paolo VI nel 1969, fu protagonista della stagione del Concilio Vaticano II ed esponente di punta della “nouvelle théologie”. JONAH LYNCH 

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Foto: InfoPhoto

Protagonista della stagione del Concilio Vaticano II. Esponente di punta della nouvelle théologie. Fra i fondatori di Sources Chrétiennes. Giornalista, scrittore, studioso, polemista, filologo, predicatore. Eppure, oggi, di Jean Daniélou, nominato cardinale da Paolo VI nel 1969, si ricordano solo le strane circostanze della  morte, raccontata dalla stampa scandalistica parigina.

Daniélou morì il 19 maggio 1974, stroncato da un infarto, davanti alla porta dell’appartamento della call-girl Mimi Santoni, al quarto piano di uno squallido palazzo al numero 56 di rue Dulong. Aveva una doppia vita? Così credettero i giornali e, secondo Henri de Lubac, anche qualche suo collega gesuita. Eppure, le suore delle Figlie del Cuore di Maria, che lo ospitavano negli ultimi due anni della sua vita, non hanno mai creduto a quella storia. E la stessa Mimi Santoni, intervistata da Emmanuelle de Boysson, testimoniò che Daniélou era andato a portargli dei soldi per pagare l’avvocato di suo marito, allora in carcere. “Era bianco come un lenzuolo. Mi chiese di aprire la finestra, perché faceva caldo. E si accasciò a terra, un ultimo sospiro e più nulla”. Chi era davvero il cardinale Daniélou?

Dalla sua autobiografia, come dal ricordo di chi lo conosceva bene, emerge il ritratto di un uomo singolarmente libero, fuori dagli schemi. Si colloca fuori sia dall’ambito mondano (frequentato dal padre, più volte ministro), sia dalla “classe clericale”: “Je suis très profondément un homme d’Eglise, je suis très peu clérical”. Nei suoi ritiri spirituali poneva apertamente, quasi esageratamente, le domande scottanti della fede. Non si nascondeva dietro delle pie frasi. Allo stesso tempo, la sua certezza non aveva il sapore dell’intransigenza. La sua fede non ha mai costituito per lui una muraglia contro il diverso, bensì un motivo di incontro. Questa apertura di spirito deriva certo dall’educazione che sua madre Madeleine gli ha donato. Forse anche dai paesaggi aperti e ventosi della Bretagna, dove ha passato l’infanzia. Ma si intravede anche la presenza nascosta del fratello Alain, grande studioso di induismo e di musicologia etnica, che aveva rinunciato alla patria, alla fede, e alla famiglia, dichiarandosi omosessuale e partendo per l’Oriente. Jean non interruppe mai la comunicazione col fratello; anzi, probabilmente le scelte così diverse di Alain costituirono per Jean un continuo pungolo.

Non era solo uomo del dialogo. Era anche l’uomo della fermezza e del vigore del pensiero. Non aveva paura di usare parole forti quando era in gioco un punto irrinunciabile. Profondo conoscitore ed estimatore delle religioni (ebraismo, ma anche l’islam, l’induismo, il buddismo, l’animismo africano), era impegnato a far emergere quegli elementi comuni su cui far leva per meglio vivere insieme, e anche per mostrare la convenienza del Cristianesimo ai desideri espressi in ogni religione. L’unica posizione religiosa con cui aveva ben poca pazienza era l’ateismo, che considerava una posizione “profondamente disumana”. Rivendicava la profonda ragionevolezza della fede, spesso anche con toni finemente ironici. 

Amava discutere con gli studenti: era stato cappellano universitario e, insieme a madre Marie de l’Assomption, aveva dato vita ad un movimento ecclesiale per studentesse, denominato Circolo san Giovanni Battista (parecchi suoi libri sono nate da questa attività di predicazione). Daniélou non fu soltanto un uomo di cultura; non fu nemmeno innanzitutto un uomo di cultura. Fu innanzitutto un prete, apostolo di Cristo, infiammato dal desiderio di insegnare agli uomini e alle donne la bellezza della vita cristiana.

La sua è una voce di grande attualità. Il suo pensiero e la sua azione pastorale hanno anticipato di diversi decenni gli sforzi di ecumenismo e di dialogo inter-religioso che proseguono ai nostri giorni. Il suo approccio all’interpretazione della scrittura si ritrova, quasi immutata, nell’opera dell’attuale pontefice, in particolare nelle introduzioni ai due volumi su Gesù di Nazareth.

Nei mesi scorsi, intellettuali quali Ravasi e Simonetti hanno scritto di lui sulla stampa italiana. Molti editori, tra cui Lindau, Cantagalli, Arkeios, Morcelliana, e EDB, stanno ripubblicando le sue opere. E oggi un convegno a Roma, nell’aula magna dell’Università Santa Croce. È il primo convegno italiano in quasi quarant’anni ad occuparsi dell’opera del cardinale francese.

Lui, del resto, in quarant’anni non è invecchiato. A sessantanove anni, scrisse: “J’ai toujours vingt ans; ceux que j’ai connus à vingt ans ont toujours vingt ans pour moi”.

 

La giornata di studi è promossa dalla Pontificia Università della Santa Croce e dalla Fraternità san Carlo si svolge a Roma il 9 maggio 2012 alle ore 15.30, nell’Aula Magna della Università Santa Croce (Piazza Sant’Apollinare 49). Dopo il saluto iniziale del Magnifico Rettore, mons. Luis Romera, il programma prevede un intervento introduttivo di mons. Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità san Carlo; la professoressa Ysabel de Andia darà poi il suo contributo: Mistica, patristica e liturgia: in dialogo con Jean Daniélou. Seguiranno l’intervento di mons. Guillaume Derville, docente di Teologia dogmatica, dal titolo Risonanze dei misteri della vita di Gesù nei sacramenti, e quello del prof. don Giulio Maspero, Trinità ed esistenza: un metodo teologico appreso dai Padri. Concluderà la giornata una tavola rotonda presieduta dal Rettore.

 





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