LETTURE/ Ezra Pound, l’usura, il dono

- Daniele Gigli

Nel suo canto “dell’usura” il poeta statunitense Ezra Pound (1885-1972) raaffigura in modo potente (e profetico) il tarlo che ammala da dentro il nostro tempo. DANIELE GIGLI

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1. Con la pubblicazione nel 1937 di dieci nuovi Cantos, Ezra Pound per la prima volta non include nel titolo l’espressione Drafts, traducibile con «stesura», che aveva accompagnato la pubblicazione dei primi quarantuno. Un segno minimo ma indicativo del fatto che nella visione dell’autore il poema informe e interminabile iniziato vent’anni prima stava ormai acquisendo una dimensione sicura, una struttura che non si giustificava più nella concezione di tentativo, ma si definiva invece in quella di opera con un destino, benché ancora in costruzione.

Di questa Quinta decade dei Cantos (The Fifth Decade of Cantos), uno dei più brevi e facili a comprendersi, e anche perciò uno di quelli che ha avuto più eco e durata presso i non poundiani, è il canto XLV, il canto dell’usura. Posto al centro della vicenda delle riforme economiche leopoldine e del Monte dei Paschi di Siena, è un caso esemplare di che cosa davvero sia l’allegoria, secondo la definizione fissata da Eliot di «chiare immagini visive». Un caso in cui le immagini e i concetti sono al medesimo tempo letterali e simbolici, operanti su due piani non paralleli ma necessari l’uno all’altro.

Che cos’è infatti quest’usura di cui Pound ci parla? Nella letteralità del verso, si tratta dell’interesse finanziario, come conferma la nota in coda al testo, dove l’usura è definita come «una tassa sul potere d’acquisto». Al tempo stesso, però, è l’incarnazione e la radice di tutti i mali umani, la carie che corrode gli uomini con il proprio tepore, annichilendone lo slancio creativo, soffocandone la naturale propensione al dono di sé.

2. Se nel canto, quindi, l’usura è un’azione, essa è tuttavia un’azione che denuncia una forma mentis, un modo di rapportarsi alle cose e al creato che rende l’uomo parassitico. Ed è proprio questa radice antropologica che rende attuale oggi e sempre l’invettiva poundiana. L’usura è per Pound il dominio dell’immediato: sgretola il passato e – di questo nulla più conoscendo – è disperante sul futuro. In questa visione meschina e soffocante, non solo ogni gratuità, ma lo stesso inattingibile desiderio della gratuità è eroso, lasciando spazio solo al calcolo. Il primo luogo in cui si vede è il lavoro, che perde il senso e il gusto di sé: non più espressività e collaborazione desiderata dell’uomo al mondo, ma pena da bordeggiare a distanza, senza coinvolgimento e sempre attesi a un secondo fine che ne piega fin dall’origine la natura. Ecco allora che agli orafi «fa ruggine usura del cesello»; ed ecco che «non uno più impara a intessere oro nell’ordito». Tutto ciò che richiede arte e pazienza è misconosciuto, la bellezza e la cura del gesto nel lavoro non sono più un onore, ma un futile onere. Persino il lavoro propriamente artistico diventa soggetto usuraio, dacché «nessun dipinto è fatto per durare o per conviverci», ma al contrario «si fa perché si venda, e in fretta».

3. Ma dove il lavoro è mero strumento per un fine utilitaristico, già conosciuto e predittibile, non c’è possibilità di novità, e anche il volgersi al passato non genera altro che un tradizionalismo privo di intelligenza e privo di fecondità, se è vero che − secondo la geniale intuizione di Rodolfo Quadrelli − il tempo in cui si coniuga la tradizione è il futuro: «Usura soffoca il figlio nel ventre / frena il corteggiamento del giovane / porta vecchiacci nel letto / giace in mezzo agli sposini». 

La panoramica poundiana è impressionante, tanto più perché dice molto di questo tempo di crisi che si vorrebbe economica ma che è antropologica, la crisi di un uomo esiliato da se stesso e che − nulla sapendo di sé − nulla sa della dimora che cerca, né di come e dove costruirla. Se quel «peccato contro natura» che è l’usura soffoca il bisogno di costruire, di agire nel mondo e sul mondo, se «al tagliapietre è tolta la sua pietra» e «al tessitore il suo telaio», è infatti evidente che «nessun uomo può trovare un luogo da abitare». Perché privo del lavoro, privo della possibilità di servire e manipolare il reale, di servirlo manipolandolo, l’uomo è privo di sé e del proprio abitare nel mondo, senza una casa da costruire e amare: «Con usura non c’è uomo che abbia una casa di solida pietra, / di pietra squadra e liscia / che sia da essere istoriata». 

4. Dopo la pubblicazione della Quinta decade, la vicenda umana di Pound precipita vorticosamente: l’arcinota adesione idealistica al fascismo, i proclami anti-americani alla radio, l’arresto e tredici anni di detenzione spartiti tra il Disciplinary Training Center di Pisa e il centro di salute mentale del St. Elizabeth Hospital di Washington.

Era questa la promessa? Un poema incompiuto e illeggibile anche per i suoi stessi amanti? Una sequenza apparentemente senza nessi di versi, amori, amicizia, giudizi avventati, errori? Guardata col metro dell’usura, la vita e l’arte di Pound non possono non sembrare un meraviglioso fallimento. Eppure già nel canto LXXXI − uno dei Canti Pisani scritti nel primo periodo della sua detenzione − insorge nella riflessione poundiana l’orgoglio vivo di chi ha preso parte alla vicenda del mondo non da spettatore: «Ma avere fatto piuttosto che non fare / questa non è vanità. / […] / Aver raccolto dall’aria una tradizione viva / o da un occhio fine ed esperto la fiamma non domata / questa non è vanità. / L’errore è tutto in ciò che non è fatto, / nella diffidenza che tentenna». 

L’azione come contemplazione, l’amore per le cose come tentativo radicale di lode e di edificazione. Un ardore che cova in sé il desiderio della pienezza, e che proprio perciò nel tempo cede il passo al dolore per l’impossibilità dell’uomo a compiere da sé un solo atto giusto, alla domanda che la vita, l’azione, l’amore siano salvati, che non muoiano. Ce lo dice uno degli ultimi frammenti, scritto nel ritiro “espiatorio” in Italia: «Ho provato a scrivere Paradiso / Non muoverti / Lascia che parli il vento / Questo è il Paradiso // Che gli dei perdonino / quello che ho costruito / Che possano quelli che ho amato perdonare / quello che ho costruito» (Note per i canti CXVII e successivi). E se in questo frammento Pound sembra traboccare di nostalgia, si tratta di una nostalgia in fondo non nostalgica, della nostalgia dolorosa di chi sa di avere molto amato e profondamente sbagliato, impotente a darsi una salvezza soltanto intuita e costeggiata. La nostalgia dolorosa di un uomo che nella sua guerra con le cose ha sempre cercato la pace; di un uomo che, facendo il male, ha sempre cercato il bene, la risposta a una sete inesausta e indimenticata: «Se i nostri amici si odiano / come può esservi pace nel mondo? […] / Tempo, spazio / né vita né morte è la risposta. / E dell’uomo che cerca il bene / facendo il male. / Nella mia patria / dove i morti camminavano / e i vivi erano di cartapesta» (Canto CXV). 

 

Canto XLV − Con usura

Con usura non c’è uomo che abbia una casa di solida pietra,
di pietra squadra e liscia
che sia da essere istoriata
con usura
non c’è uomo che abbia paradisi dipinti sul muro della chiesa
− arpe e liuti −
né annunciazioni
con le aureole a sbalzo,
con usura
non c’è uomo che conosca eredi e concubine dei Gonzaga,
nessun dipinto è fatto per durare o per conviverci
− si fa perché venda, e in fretta
con usura, peccato contro natura,
è uno straccio raffermo il tuo pane,
secco come carta
senza segala o farina,
il tratto è spesso con usura,
sfalsati i confini
e nessun uomo può trovare un luogo da abitare.
Al tagliapietre è tolta la sua pietra,
al tessitore il suo telaio
con usura
la lana non giunge al mercato
e non danno guadagno le pecore.
Usura è una peste, l’usura − 
spunta l’ago tra le mani delle donne,
ferma la spola al filatore. Non venne
dall’usura Pietro Lombardo,
non dall’usura Duccio,
né Piero della Francesca. Zuan Bellini
non dall’usura, né fu dipinta «La calunnia».
Non venne da usura l’Angelico, né Ambrogio Praedis.
Non vennero chiese di pietra firmata: Adamo me fecit.
Non sorse dall’usura Saint Trophime,
non Saint Hilaire,
fa ruggine usura del cesello,
di arte e artigiano,
tarla il filo nel telaio e
non uno più impara a intessere oro nell’ordito.
L’azzurro incancrenisce con usura, più in cremisi non si ricama,
non trova il suo Memling lo smeraldo
Usura soffoca il figlio nel ventre
frena il corteggiamento del giovane
porta vecchiacci nel letto
giace in mezzo agli sposini
CONTRA NATURAM
Hanno portato troie a Eleusi.
Cadaveri pronti al banchetto
al soldo di usura

(Traduzione di Daniele Gigli)




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