SVISTE/ Barcellona: caro Prof, chi sono quei giovani che hai tanto a cuore?

- Pietro Barcellona

Il presidente del Consiglio Mario Monti ha annunciato investimenti e un piano per arginare la disoccupazione giovanile. Basterà? Le considerazioni di PIETRO BARCELLONA

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Il presidente del Consiglio Mario Monti (InfoPhoto)

Il presidente Monti, evidentemente travolto da un improvviso bisogno di entrare in contatto con la realtà del Paese, ha annunciato solennemente che il governo sta preparando un piano di otto miliardi di investimento per favorire l’occupazione giovanile. Si tratta certamente di un segno importante che, confrontato con l’agenda delle priorità di Confindustria, introduce un elemento di “autonomia” rispetto alle logiche mercantili e finanziarie che hanno sin qui ispirato la maggior parte delle azioni di governo. Ma, come San Tommaso, finché non vedo i primi segni realizzazione, resto ancora diffidente rispetto all’effettiva attuazione di questi obiettivi relativi al mondo giovanile.

Il clima in cui è intervenuto l’annuncio di Monti non lascia sperare in verità che le nostre classi dirigenti e il nostro sistema politico siano sul punto di dare un seguito reale alla svolta politico-culturale che il Paese richiede. Sul piano delle chiacchiere, infatti, non c’è esponente di partito o uomo politico che partecipando ad un talk show non affermi solennemente che ormai è giunto il tempo di aprire le porte ai giovani e alle donne come forze motrici di cambiamento. È infatti molto sospetto che la nuova ventata giovanilista si è espressa con le parole e con i volti dei soliti professionisti della politica che non sembrano intenzionati a mollare nessuno spicchio del potere che detengono.

Quanto siano superficiali e banali le dichiarazioni dei vari esponenti dell’establishment politico e intellettuale è agevole da  capire non appena se ne colga la stucchevole stereotipia e genericità. Chi sono i giovani a cui bisognerebbe affidare il futuro della nazione? Da dove vengono e verso dove vogliono andare? In che cosa consiste la “questione giovanile” di cui tanto si parla?

La gioventù non è un puro dato anagrafico né il meccanico riferimento ad una stagione della vita che tutti abbiamo attraversato. La gioventù è una dimensione spirituale e culturale che attraversa la storia di ogni popolo. Ci sono infatti innanzitutto popoli vecchi che non riescono più a esprimere alcuna creatività artistico-filosofica, e che appaiono saturati nelle loro aspettative in uno stadio quasi vegetativo di pura sopravvivenza, e ci sono popoli giovani, invece, che sentono la spinta energetica della vita che scorre nei loro corpi e nel loro sangue come un vero e proprio motore di ricerca per oltrepassare i confini del già pensato e del già detto. Molti poeti, artisti e psicologi hanno insistito sulla necessità di mantenere in vita anche dentro lo spirito degli adulti quel germe di creatività e invenzione che Giovanni Pascoli ingenuamente aveva cercato di esprimere con la poetica del “fanciullino”. E anche nel Vangelo di Cristo si legge che se gli uomini adulti non sapranno essere come i bambini non riusciranno a capire i segreti di una nuova visione del Regno di Dio.

Il problema vero, infatti, non è quello di fare la corsa a candidare ragazze e giovanotti nelle liste delle prossime elezioni ma di ritrovare dentro se stessi l’ardore giovanile che permette di affrontare i rischi e le sofferenze della vita con lo spirito di un’avventura che promette nuovi orizzonti di senso. Per capire cos’è lo spirito di giovinezza bisogna ritrovare in se stessi il bambino che siamo stati, riuscire a provare stupore per ogni momento di conquista del mondo esterno. 

Cosa prova un bambino quando riesce a sollevarsi sul busto e riesce ad afferrare uno degli oggetti che si trovano sparsi sul tavolo, e perché tutti gli oggetti che afferra cerca di portarli in bocca? E infatti nel gioco della bocca e delle mani viene scoprendo la realtà del mondo esterno. E che significa quella particolare forma di comunicazione fra madre e figlio che si chiama “lallazione” dalla quale germineranno le parole che permettono di dare i nomi alle cose? Che significano i disegni dei bambini quando prima di frequentare la scuola scarabocchiano draghi e fate meravigliose sui fogli di carta che si trovano davanti? E perchè mai i bambini apprendono prima dei discorsi sensati e logicamente ineccepibili la capacità di produrre filastrocche poetiche e associazioni incredibili tra le stelle del cielo e le luci della città?

Il problema della gioventù non può essere ridotto politicamente ad una questione di rinnovamento anagrafico delle candidature o di rottamazione dei dinosauri che popolano i nostri talk show. La retorica sui giovani di cui la politica sta cercando di impadronirsi per i propri fini di conservazione non mette a tema la questione della gioventù mentale come una dimensione che caratterizza la propensione di un intero popolo a sfidare le emergenze che si trova di fronte con atteggiamento creativo e con coraggio propositivo. Un popolo che invecchia è ossessionato dalla morte, dal declino e dall’insensatezza del vivere; un popolo giovane è capace di provare continuamente lo stupore che ci offre lo spettacolo della vita ad ogni alba di un nuovo giorno. La virtù della giovinezza è l’enorme sviluppo della capacità immaginativa e non è certamente un patetico ricordo richiamare alla mente che lo slogan dei grandi movimenti degli anni ’70 è stato appunto “l’immaginazione al potere”. Quando queste parole risuonarono nel maggio francese, suscitate dalla rivista Socialismo e barbarie (diretta da Claude Lefort e Cornelius Catoriadis), dettero il senso ad un’intera generazione e ad un’epoca nella quale l’umanità sembrava superare definitivamente i lutti e i disastri della seconda guerra mondiale: Krusciov, battendo la scarpa sul tavolo dell’ONU sembrava aprire le porte all’umanizzazione del cupo mondo sovietico; John Fitzgerald Kennedy dava all’intero popolo americano il senso di una nuova frontiera da raggiungere;  Giovanni XXIII, invitando a portare a tutti i bambini la carezza del papa, apriva il cuore allo spazio della tenerezza e dell’amicizia. È stata quell’epoca un ritorno di fiamma dello spirito creativo dell’Europa e dell’Occidente che riusciva ad indicare a tutti gli abitanti del pianeta una strada per liberarsi dall’angoscia quotidiana.

La gioventù non è appunto un dato anagrafico perché è essenzialmente una dimensione dello spirito del tempo. Non è un’astrazione statistica ma un contenuto concreto dei modi di vivere. Ogni irrigidimento burocratico, ogni corporativismo autoreferenziale, ogni riduzione della politica a contabilità nazionale, ogni progetto educativo che si ponga soltanto l’obiettivo di trasmettere tecniche e competenze sono la negazione dello spirito della gioventù di un popolo. Il conformismo dei linguaggi, la reiterazione di stereotipi astratti, la riproposizione di personaggi consunti da una lunga permanenza in ruoli predefiniti sono il contrario di una vera apertura alla comprensione autentica della questione giovanile.

La questione giovanile impone una cultura collettiva della progettazione e della trasformazione di tutte le istituzioni e di tutti gli strumenti di valutazione che sono ancorati a vecchi paradigmi. Sono continui, e per fortuna in aumento, i casi di giovani che senza alcuna protezione parentale e senza corsi di studi regolari sono riusciti ad affermare le proprie capacità inventive. Ho letto di recente su un giornale che uno dei più grandi disegnatori del mondo non ha mai frequentato una scuola e si è formato una grande cultura dell’uomo da autodidatta. Porre al centro la questione giovanile significa modificare radicalmente i meccanismi di valutazione delle attitudini e delle potenzialità dei giovani che si muovono all’interno delle varie pieghe della società.

Allo stesso modo la questione della presenza femminile nella società non può essere affrontata con la logica della rivendicazione di potere e con la predeterminazione delle quote. Per ogni Marcegaglia che compare in televisione ci sono migliaia di donne che contribuiscono in forza delle loro stesse vocazioni profonde a rendere più accettabile il mondo, prendendosi istintivamente cura di altri esseri umani, curando bambini e assistendo anziani.

In una società di egoismi sfrenati e di individualismo assoluto, la presenza femminile non è un problema di poteri ma di profonda trasformazione delle culture attraverso cui si forma l’identità di un popolo. Non intendo fare riferimento a vocazioni naturali, legate alla differenza sessuale, ma al dato storico-sociale che il ruolo delle donne nella costruzione della nostra forma di società è stato ed è ancora determinante. La donna sperimenta nelle sue viscere la contestualità dell’Io e del Tu, e si viene strutturando nella sua identità particolare attraverso una specifica attitudine relazionale che l’uomo non possiede naturalmente e che non acquisisce neppure culturalmente. Fornari, in modo certo schematico, accennava al codice fraterno della fratellanza come in contrasto col codice paterno della competizione. Certo, sotto ogni profilo il discorso del capitalista è riconducibile alla figura maschile e al significante paterno (al di là di quello che si pensi di Lacan), mentre il discorso della solidarietà e della condivisione è certamente più sviluppato nella sensibilità della donna (non ovviamente nel senso tradizionale di custode del focolare domestico). 

Proporre dunque un cambiamento di rotta nella nostra vita collettiva, affidato ad una nuova rappresentazione della questione femminile e della questione giovanile, può essere un’intuizione geniale se non viene proposta, come attualmente accade, da rappresentati politici di forze oramai nettamente fuori dal ciclo vitale e preoccupate soltanto di conservare il proprio ruolo ad ogni costo.

Queste elezioni aprono uno spazio smisurato alla riconfigurazione delle basi etico-culturali del nostro Paese. Uno  schieramento politico non è solamente sconfitto ma addirittura dissolto. Chi apparentemente ha vinto le elezioni, in realtà, non ha avuto molti meriti ed ha conservato la propria forza più per inerzia rassegnata alla scelta del meno peggio. Non siamo certamente entrati in una stagione costituente che rimescoli profondamente gli orientamenti culturali del nostro Paese facendo nascere un nuovo spirito nazionale, aperto all’integrazione e al confronto con le altre culture.

Oltre la retorica delle formule che alludono al cambiamento, lasciando tutto immobile, occorrono fatti concreti che rendano davvero visibile la volontà di rimettersi personalmente in discussione. Un gesto clamoroso come per esempio la rinuncia a partecipare a dibattiti televisivi o a ricandidarsi nelle liste di appartenenza, nonostante decenni passati attraverso tutte le fasi politiche, sarebbe certamente un grosso segnale per tutto il Paese. Lo dico esplicitamente e penso che i gruppi dirigenti, anche delle formazioni che non hanno subito sconfitte clamorose, e che in qualche modo cercano di vantare meriti nel successo del centro-sinistra, dovrebbero tutti fare un passo indietro a favore di chi può prendere il loro posto e presentare al pubblico degli spettatori volti nuovi e  parole meno scontate e stantie.

Insisto sulla necessità di modificare le presenze politiche e sindacali nei talk show di intrattenimento politico come l’evento simbolico dal quale può apparire credibile che esiste una vera disponibilità dell’attuale classe dirigente ad aprire spazi effettivi ai mondi che finora ne sono stati esclusi. Ciascuno dei partecipanti agli attuali dibattiti dovrebbe accettare di aver perso ogni legittimazione a rappresentare con il proprio volto e con le proprie parole gli interessi, le tensioni e le aspettative che si vengono formando nel cuore della società.

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