LETTURE/ Può ancora la cultura incontrare degli amici?

- La Redazione

In un momento in cui da ogni dove provengono appelli approssimativi e distorsivi alla cultura, Dove la domanda si accende, spiega FLORA CRESCINI, ce ne riconsegna l’autentico significato

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Giovanni Testori al Centro Culturale di Milano (Immagine d'archivio)

Da tempo sui media si lanciano appelli alla cultura e per la cultura, per rispondere alle cose più varie, all’incertezza, alla crisi economica, alla prospettiva delle città, ai giovani e all’educazione, finanche alla violenza. Cosa sarebbe questa cultura, tanto chiamata in causa e così poco identificata?

Qualcosa di comune solo nell’apparenza, che prende forma in quella cultura dello smerciabile, consumabile e trasferibile da tante teste-tot capite senza dover far conto delle opinioni-tot sententae, perché in fondo ognuno ha e rimane in una sua mentalità, nel proprio punto di vista, anche se partecipa alacremente alla pubblica agorà.

Ecco allora le proposte delle raccolte dei grandi classici italiani, dei pensatori di attualità, dei fatti cruciali della storia d’Italia, fino alle classifiche di cosa leggono gli italiani e dunque è il caso che legga anche tu.

Siamo agli ultimi scampoli commerciali della teoria di uno dei grandi sociologi e pedagogi, John Dewey, che più di 50 anni fa suggeriva “Abbandonare la ricerca della realtà e del valore assoluto e immutabile, può sembrare un sacrificio, ma questa rinuncia è la condizione per impegnarsi in una vocazione più vitale. La ricerca dei valori che possono essere assicurati e condivisi da tutti perché connessi alla vita sociale, è una ricerca in cui la filosofia troverà non rivali, ma coadiutori negli uomini di buona volontà”.

Anche quando si richiama qualcosa di più impegnato, non si cambia però logica, si suggeriscono quelle sinergie economiche e sociali, anche degli assessorati: ecco allora l’appello a “fare rete”, coordinarsi, fare network, senza riscontrare la situazione per cui i social-network sono molto network e per nulla social. La società infatti, come la cultura, non è il campo algebrico di tanti singoli pareri e opinioni. Non è nemmeno, d’altra parte, un gruppo elitario e consapevole, l’avanguardia illuminista o rivoluzionaria.

La cultura, in realtà, si documenta in una capacità di incontro, perché è in esso che si realizza il bisogno di verifica dell’esperienza umana e del bisogno di verità che la muove.

Dove la domanda si accende è il titolo del libro che raccoglie 12 testi inediti, selezionati in occasione di un trentennio e poco più, degli inizi del Centro Culturale di Milano. Si offrono al lettore straordinarie parole e intuizioni di alcune grandi figure del nostro tempo che la lunga storia di questa realtà di Milano ha incontrato e a cui si è accompagnata.

I testi e il loro autori – da Alberto Moravia a von Balthasar, da Finkielkraut a Julian Carrón, da Chaim Potok a Giussani, fino a Lafforgue, Manent, Milosz, Riesner, Testori – testimoniano così la dinamica di un centro culturale di persone, di una passione civile, di un abbraccio alla realtà capace di amicizia, dialettica, costruzione, per cui si è arricchiti dal ricevere e inesauribilmente attratti dall’esistenza. 

Quattro i paragrafi che raccolgono i testi, Il dramma di Dio e il dramma dell’uomoIntercettati dalla verità stessaLineamenti di un volto comuneImmersi nella storia, e mostrano ancora di più cosa possa legare tante persone di Paesi diversi, di storie diversissime che, senza programmarlo, convergono in un punto, in un “centro” – l’esperienza – dal quale si accendono nuove cose, un nuovo gusto, una nuova conoscenza, capace di entrare in merito ai particolari problemi e temi del mondo contemporaneo. 

Dove la domanda si accende indica proprio quel punto in ognuno di noi dal quale desidereremmo che si muova ogni idea e dinamica; indica che oggi più che mai è necessario dare vita e fisionomia a questo incontro con l’esperienza, con l’altro.

Dodici riflessioni che coinvolgono la dinamica di diverse espressioni dell’uomo, dall’arte, alla scienza, al metodo della ragione, alle relazioni sociali, all’esigenza di un significato ultimo. Ed entrano nel merito della realtà, verificando la propria proposta ma anche le riduzioni, perdite, astrazioni che l’uomo subisce per inerzia del suo cuore o cospirazione contro di esso. “Ogni problema che riguarda uno degli aspetti dell’uomo riguarda anche tutto l’uomo” avvertiva lo scienziato Alexis Carrel.

Un libro sui generis perché documento del tentativo di un’unità, del conoscere, del sapere, unità da tutti evocata o cercata, aspirazione e ideale di ogni cultura e di ogni uomo autentico, ma senza liquefare il volto dell’io in un mare di genericità, come il potere amante della “cultura” vorrebbe, ma rilanciandone la concreta libertà.

Racconta bene l’episodio citato dalla Prefazione di Luca Doninelli: “Leggendo i nomi degli amici che, via via, si sono legati c’è di che restare sbalorditi (…) aggiungo Giuseppe Pontiggia, che proprio al CMC volle regalare la sua ultima apparizione pubblica, a pochi mesi dalla morte, con una commovente testimonianza personale a commento del Canto XXVI dell’Inferno. L’Ulisse di Dante rappresentava per Pontiggia la persuasione ingenua secondo cui la cultura salva la vita: una persuasione che lui stesso aveva perseguito con ostinazione, e della cui miopia si rendeva conto solo adesso. Questa testimonianza fu per me – che nell’occasione facevo da presentatore – la conferma dell’intuizione culturale, e direi anche estetica, che aveva generato il CMC: la passione per la cultura non nasce dai libri, ma da un incontro. Proprio come affermò don Giussani nell’incontro inaugurale (edito nel libro) del Centro: Dal senso religioso a Cristo, ossia: da una passione interiore all’incontro umano, concreto, fisico, che ci spalanca al senso pieno di quella passione”.

La stranezza, la controtendenza dunque, è che questi uomini siano stati a loro volta colpiti, fino a dar vita ad amicizie durature, forti e senza condizioni di nessun tipo (politico, culturale, religioso o altro).

Eppure è così che nasce la cultura: non dall’essere impeccabili nell’erudizione (che non guasta) ma dalla passione che genera novità. Perché la cultura sta in questa generazione, non certo nel “già detto” cui sempre più la stanno riducendo giornali e televisione, per cui tutti siamo liberi di dire quello che vogliamo a patto che siano sempre le stesse cose, e possibilmente con le stesse parole.

Se il libro (ed. Itaca) vale la pena, il DVD In campo aperto, di 37’ allegato in omaggio, racconta con interviste e immagini sorprendenti di repertorio, da Ratzinger ad Appelfeld, da Zeri a Testori, che il terreno è il tutto, la città è il mondo, senza rete (e con internet) per i piccoli che sanno ascoltare e per i grandi che ci sanno parlare”.

 

(Flora Crescini)

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