IDEE/ Il “falso” problema dei cattolici

Si continua a parlare di “rilevanza” dei cattolici, senza accorgersi che prima di tale questione ne viene un’altra: quella di ridefinire la politica stessa. FRANCESCO BOTTURI

10.07.2012 - Francesco Botturi
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La provocazione di Galli della Loggia sull’attuale “irrilevanza” politica dei cattolici è interessante, perché costringe anche i cattolici a guardare alle spalle della prassi politica (partitica), per interrogarsi sulla capacità di dire una parola nella “costruzione di una cultura civica”, rispetto alla quale il mondo cattolico ha risorse tradizionali tutt’ora vive e vaste. Non è un’irrilevanza politico-partitica che viene imputata, ma “prima di tutto d’opinione, di idee”. Si potrebbe sintetizzare: è un’impotenza a tradurre una grande multiforme esperienza in una cultura vicina alla prassi politica. Due tipi di reazione mi hanno interessato e colpito nell’ampio dibattito che è in corso. Qualcuno si è sentito infastidito (Roccella) dalla lezione del professore, che sembra ignorare la lotta sui temi della vita e il suo significato di cultura politica illuminata da un’idea antropologica, nevralgica nell’attuale contesto socio-culturale. Una lotta in cui c’è una lettura culturale del nostro tempo e una prassi politico-istituzionale conseguente, organizzate intorno al fortino dei princìpi non negoziabili. Qualcun altro (Borghesi), invece, vede la debolezza della presenza politica dei cattolici conseguente alla scelta del Progetto culturale della Cei – dopo il congedo (1995) dell’idea di impegno unitario dei cattolici in politica –, nella quale è proposta una cultura prepolitica che solo astrattamente ed elitariamente è in grado di recuperare un nesso con la politica. Dunque per gli uni una cultura politica  c’è ed è concentrata sui temi biopolici e incentrata sui princìpi non negoziabili; per altri  non c’è una cultura politica (sufficiente) per la astrattezza dei riferimenti culturali e per la mancanza di nesso vivo con le realtà sociali (anzitutto quelle cattoliche stesse). 

Quello che mi colpisce è il fatto che non ci si soffermi per nulla su un interrogativo che traduca il sospetto che ciò che sta alla base del problema è sì un’irrilevanza, ma quella odierna della politica stessa. Detto sgarbatamente: quanti vengono ritenuti oggi rilevanti, stanno facendo politica o qualcos’altro? L’irrilevanza politica dei cattolici – a me sembra – consegue al vivere (troppo) di riflesso dell’attuale irreperibilità della politica. Il mondo cattolico avverte confusamente la difficoltà, ma vi risponde cercando di portare il contributo di una diversa sensibilità sociale e morale, come se il politico tradizionalmente inteso fosse in ultimo un ambito aproblematico, da riempire di contenuti più adeguati e da trattare con valori e stili più autentici. Invece, lo spazio politico tradizionale non esiste più e la politica va completamente ridefinita. Forse il primo impegno culturale andrebbe posto proprio qui, per evitare di continuare a collocare iniziative politiche entro un luogo immaginario, che poi i fatti si incaricano di smentire, accertandone l’irrilevanza. Che cosa sia politica reale oggi è l’interrogativo da porsi, alla ricerca di una risposta che non è certo a portata di mano. 

Un elemento di fondo, su cui lavorare, potrebbe essere questo: la politica, come agire istituzionalizzato per un bene comune identificato, è stritolata da una contraddizione storica che sta scuotendo il mondo; una contraddizione tra due macrofattori, l’uno di natura strutturale e l’altro di natura culturale (contrasto già interessante!): nel momento storico in cui si realizza una inedita globalizzazione strutturale (economica e comunicativa), si registra una crisi di universalità culturale e morale senza precedenti; questo significa che la politica subisce una compressione e una contrazione formidabili a favore della sua più spietata contraffazione, la tecnocrazia (la vera e efficiente antipolitica). 

Corollario: là dove la politica non raccoglie questa sfida, si riduce “oggettivamente” a un teatrino di pseudo-politica popolato da volenterose o pittoresche o truci figure: comitato di affari e amministrazione per conto terzi, velleitarismo e antipolitica retorica, difesa dei valori tradizionali e politiche localistiche, moralizzatori e libertari, ecc. Dove tutto, drammaticamente, vale tutto, perché il contesto è ormai sganciato dalla “realtà reale” e nessuno governa le finalità ultime del lavoro politico stesso. Un teatrino che, inevitabilmente, quanto più diventa irreale, tanto più è accanitamente e follemente occupato a garantire anzitutto se stesso.

Solitamente si sottolinea l’effetto di dislocamento (di risorse e imprese, d’ogni tipo) che la globalizzazione comporta e quindi di dissolvimento “reale” se non “legale” dei confini nazionali e della relativa sovranità statuale e politica. Tutto ciò è vero e già basta per indurre un enorme problema di spaesamento e di identità politica. Ma l’effetto è radicalizzato e amplificato al massimo dall’elemento culturale – su cui il mondo cattolico fa fatica ad applicare davvero l’attenzione critica – dell’universale caduta di senso dell’universale. Crediamo di aver chiuso con la stanca modernità e di dover far fronte, se si è laici, con un fastidioso ritorno di religiosità, se si è cattolici, con penosi strascichi relativisti. Ma le cose ovviamente non stanno così. Piuttosto fanatismo religioso e relativismo laico sono sintomi di un annichilimento dell’universale antropologico (ma anche ontologico e teologico), a cui non rimedia l’appello ai valori o un esile rinvio ai diritti umani, appunto di un uomo che non c’è. L’occidente ha perso ormai un dignitoso lessico comune sull’umano e un codice comune di comportamenti conformi. Non solo, ma ha sulle spalle un travaglio culturale plurisecolare che lo convince che ormai l’impresa di una comunanza reale è impossibile. Né, d’altra parte, si possono rimettere in opera come tali lessici e codici di altri tempi.

L’effetto politico di tutto ciò è la drammatica impossibilità – che potrebbe diventare tragica, ad esempio nella forma di incontrollabili conflittualità – di governare il processo mondiale della globalizzazione; anzitutto per mancanza di categorie culturali adeguate, di definizione credibili di fini, di cooperazione inclusiva, quindi anche per incapacità di utilizzo politico costruttivo delle tecniche con cui affrontare la cosa. Senza un’idea dell’universale politico più forte della generalità globalizzante, la politica diventa un’appendice di poteri altri: l’impotenza di governo dei fenomeni reali coincide con la morte della politica reale. 

Ma la sparizione della politica non coincide con quella del bisogno di governo. La globalizzazione è un effetto complesso della rivoluzione tecnologica del nostro tempo; se essa non è governata, si governerà da sola (come già sta accadendo) utilizzando la spontanea concentrazione di potere che è propria della tecnologia, cioè attraverso élites tecnocratiche appositamente selezionate. Alla politica si sostituisce la tecnocrazia e la sua efficienza senza universalità antropologica. Infatti la globalizzazione, come le tecnologie che la rendono possibile e la sostanziano, è portatrice di generalità tecno-scientifiche, fatte di procedure e di scopi efficienti, ma che nulla sanno di valori e di fini. La tecnocrazia si intende di metodologie, funzionamenti e cose, non di relazioni, convivenze e persone. Per questo una tecnocrazia può coniugarsi senza problemi (di governo) con un convinto e “illuminato” nichilismo. D’altra parte, che cos’è una finanza sganciata dall’economia reale se non una tecnologa senza fini e senza fine, una virtualità che finisce per vampirizzare la realtà? 

La domanda che conta è, dunque, come debba essere una politica che sappia tenere aperto il suo spazio nel pieno della contraddizione epocale in cui siamo. Già diversa sarebbe una politica che, consapevole della mortifera pseudo-politica e della vera antipolitica, partisse da quella domanda. La risposta poi è da costruire. Certamente, si deve trattare di una politica impegnata nello sforzo di comprensione in un tempo come il nostro, in cui senza grande visione non si riesce più ad afferrare neanche le piccole cose. Una politica per cui la riflessione culturale non è un elegante presupposto, ma la condizione interna della sua azione. Se per Hegel la filosofia è “il proprio tempo in idea”, la politica di oggi, che non può essere amministrazione del presente, è il proprio tempo in programmi d’azione pubblica; cioè un agire pubblico che commisuri le risorse e le possibilità del Paese alle esigenze della globalizzazione riletta con criteri non tecnocratici. 

Dunque una politica che sia una “presenza politica”, nuova e difficile, che si colloca insieme dentro e fuori l’apparato politico esistente. Restare solo all’interno vuol dire oggi essere inevitabilmente assimilati al teatrino della pseudo-politica, cioè di una ideologica insignificanza. Stare solo all’esterno rischia l’inincidenza. D’altra parte è una forte coscienza politica di questa esternità, fatta di socialità reali e di cultura ampia e competente il fattore decisivo per dare sostanza e spazio nuovi alla politica. Si pensi, per fare un esempio, al gravissimo problema demografico del nostro Paese – di cui si è occupato con competenza innovativa l’ultimo Progetto-proposta del Comitato del Progetto culturale della Cei −, rispetto al quale l’apparato politico è ottusamente sordo. Come si fa a fare una politica reale oggi condividendo tale congiura del silenzio su un questione di tale portata (in grado di azzerare tutti i tentativi di riforma strutturale e di  progresso sociale)? E come è possibile fare della cosa un oggetto politico se non con una forte strumentazione culturale e una forte solidarietà sociale con cui fare rete e presenza politica alternativa? 

Da questo punto di vista la rilevanza dei cattolici starebbe già nel portare un sistematico contributo a pensare che cosa significhi oggi fare politica e a creare reti culturali e sociali su grandi questioni strategiche; consapevoli che il fronte dei principi non negoziabili caratterizzanti, criteri di salvaguardia di tutta la dignità della persona, non sarebbe certo mortificato, bensì mostrerebbe la sua capillare significanza, quale soglia invalicabile dell’umano in gioco in ogni decisiva questione politica. 

Una nota etica per concludere questo inizio di discorso. È chiaro che un ripensamento forte della politica conduce a prassi e comportamenti diversi, che in fondo si riconducono a ritrovare un nesso reale con la verità delle cose, delle condizioni storiche del vivere, del bene delle persone. Lavorare sulla verità teorica e pratica e avere il coraggio di dirla: sarebbe l’anima di una rivoluzione culturale e politica, che andrebbe organizzata e strumentata, anche contro le enormi resistenze che questo provocherebbe nei cosiddetti poteri forti. Pensiamo, al contrario, alla gran quantità di elevate competenze, anche in ambito cattolico, che hanno fatto silenzio per anni sull’inganno finanziario che stava predisponendo la grande crisi; e tuttora non dicono molto… Il rapporto tra verità e potere è e sarà sempre drammatico. Una nuova politica esige uomini in grado di reggere spiritualmente e moralmente il confronto.



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