MEETING/ Quella “nostalgia” che da Seneca e Paolo arriva fino a noi

La sproporzione enorme che l’uomo coglie tra il carattere effimero della vita e le dimensioni sconfinate in cui questa si colloca ha segnato l’uomo nel mondo antico. MORENO MORANI

21.08.2012 - Moreno Morani
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Vincent Van Gogh, Notte stellata (1889)

“La verità è che siamo tutti pellegrini, in cerca di una risposta alla nostra inquietudine”, è la frase che si legge come epigrafe sulla copertina di un libro recente (Padre Caesar Atuire. Il Viaggio della Vita. Il Pellegrinaggio). Il cuore dell’uomo è per sua natura inquieto e chiede continuamente risposte alle domande fondamentali sul significato del nostro vivere, e la vita si presenta come un procedere incessante nella ricerca di risposte, magari superando anche passaggi impervi e momenti di scoramento nell’affronto del cammino.

In questo procedere da pellegrino il cristiano è sostenuto dalla speranza di una meta. Ma come si pone chi non è sostenuto da questa speranza, come gli antichi pagani vissuti in un’epoca precedente la Rivelazione cristiana? Dieci anni fa il gruppo dei redattori e dei collaboratori di Zetesis aveva presentato al Meeting di Rimini una mostra intitolata “Cercandolo come a tentoni”. Riprendendo un’immagine usata da San Paolo nel discorso rivolto agli Ateniesi sull’Areopago (Atti 17) avevamo cercato di cogliere in questa ricerca del senso della vita, ricerca instancabile, ma priva di punti di riferimento (“a tentoni” per l’appunto), uno dei caratteri più significativi di quella civiltà precristiana così attenta nel cogliere e nel valorizzare tanti aspetti della vita umana. L’incontro di quest’anno, intitolato Il limite e l’infinito. Il mondo antico di fronte al mistero, si pone idealmente, con la lettura di nuovi testi e l’apporto di una rinnovata riflessione, sulla scia di quella mostra.

La riflessione antica ribadisce in continuazione l’idea della limitatezza dell’uomo. “Ciò che viviamo è un punto, e ancora meno di un punto”, ci ammonisce il filosofo Seneca, che realisticamente ricordava come “ogni giorno moriamo: ogni giorno ci viene tolta una qualche parte di vita, e alla nostra crescita corrisponde un decrescere della vita”. Alla finitezza e alla precarietà dell’uomo si contrappone la maestà dello spazio e la perennità del tempo. Difficilmente l’uomo può sottrarsi al fascino degli spettacoli naturali, e altrettanto difficilmente può dimenticare di essere inserito in un flusso del quale la sua vita non costituisce né l’inizio né la fine, perché essa è stata preceduta e sarà seguita dall’esistenza di tante altre generazioni. Vari autori antichi usano l’immagine delle foglie per descrivere questa prospettiva: ogni generazione di uomini viene meno ed è sostituita da altre generazioni, come le foglie dell’albero che si staccano in autunno per lasciare posto, la successiva primavera, a nuove foglie.

La sproporzione enorme che l’uomo coglie tra il carattere effimero della vita e le dimensioni sconfinate in cui questa si colloca (in un punto dello spazio e del tempo) porta con sé nuove domande che disorientano. Sconfinato significa solo immensamente grande o del tutto privo di confini? Vi è stato un inizio e vi sarà una fine del tempo? E come può esservi stato un inizio, se non per la decisione di qualcuno che lo ha disposto e ha regolato il tutto? E se questo è vero, chi e quando ha determinato questo inizio, e soprattutto perché? “Perché gli artefici dell’universo sono spuntati all’improvviso, dopo avere dormito innumerevoli secoli? Non è concepibile che vi sia stato un tempo in cui il tempo non esisteva”, si chiede Cicerone in un passaggio del trattato Sulla natura degli dèi. Sono domande che lasciano ammutoliti, “ove per poco il cor non si spaura” e l’uomo si sente come un naufrago nel mare, per usare le parole e le immagini di un poeta di tempi più vicini ai nostri, Giacomo Leopardi.

Con l’incontro previsto al Meeting vorremmo riproporre, in un ideale percorso di lettura, alcune delle risposte che hanno tentato di dare a queste domande varie personalità del mondo antico diverse per formazione, per sensibilità, per contesto culturale. Nonostante la distanza di secoli e le ben più ampie conoscenze che oggi possiamo vantare, queste domande restano sempre attuali. Il fatto di conoscere un numero di stelle enormemente superiore a quelle che vedevano gli antichi a occhio nudo e di avere strumenti potenti per misurarne la distanza, paradossalmente dovrebbe farci sentire ancora più piccoli di quello che potevano sentirsi gli antichi. Eppure, nemmeno il possesso di strumenti di ricerca ben più raffinati muta il tenore delle risposte. Una nota astronoma italiana, nel corso di un’intervista recentemente rilasciata a un settimanale, alla domanda su come immagina l’altra parte, cioè l’esistenza dopo la morte, rispondeva “Non c’è un’altra parte. Ci saranno le mie molecole, che serviranno magari a qualcos’altro, a fare un tavolo, un gatto, che ne so”, e alla domanda “Dove si appoggia questo benedetto infinito?” rispondeva “Non si appoggia, altrimenti non sarebbe infinito”. Sono esattamente le risposte che dava Lucrezio, un poeta latino vissuto nel I secolo a.C.  Al di là del divario tecnico, il cuore e lo sguardo dell’uomo sono in sostanza immutati.

Il mondo antico offre però anche risposte e percezioni diverse. Infinito o immenso che sia, lo spazio e il tempo inducono a percepire l’esistenza e la mano di esseri (uno o tanti: l’uomo antico non può dire nulla di questa realtà misteriosa) che hanno dato inizio e regola al nostro universo. Pur nella contraddizione di risposte perseguite, come detto all’inizio, “a tentoni”, si percepisce come questi esseri rappresentino un Qualcuno certo più grande, più potente dell’uomo, non soggetto, come lui, alla precarietà e alla morte. Ma per quanto immensamente più grandi, rispetto a questi esseri l’uomo percepisce una consanguineità: l’universo è la casa comune degli uomini e degli dèi, mentre le altre creature sono solamente a servizio dell’uomo. Un dono inestimabile accomuna gli uomini e gli dèi, la ragione: per questo l’uomo è una creatura talmente speciale che il poeta Ovidio, contemporaneo di Augusto, poté dire che Giove “foggiò l’uomo a somiglianza degli dèi ordinatori”.

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