MIGUEL MANARA/ Dall’abisso alla Giustizia che non è di questo mondo

- Giovanni Fighera

Nel suo capolavoro Miguel Mañara, il lituano Oscar Vladislav Milosz comincia il racconto di Don Giovanni dove tutti gli altri lo hanno lasciato. La rilettura di GIOVANNI FIGHERA

rembrandt_padre_figlioR439
Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1668) (Immagine d'archivio)

Nel Novecento Oscar Vladislav de L. Milosz, autore lituano (1877-1939), ci presenta un Don Giovanni diverso da quello della tradizione. La storia da lui raccontataci parte, infatti, laddove autori come Tirso da Molina, Molière, Lorenzo da Ponte, Hoffmann l’avevano lasciata. Divisa in quadri, che hanno la funzione di atti, come a voler riprendere le sacre rappresentazioni medioevali, l’opera teatrale Miguel Mañara presenta i momenti salienti della vita del protagonista, realmente vissuto nella Siviglia del Seicento.

Nel primo quadro Miguel Mañara appare lacerato, quasi sfinito dal desiderio di felicità infinito che lo contraddistingue. Di fronte agli amici che lo invidiano o ammirano per il successo con le donne egli manifesta tutta la sua insoddisfazione e la sua tristezza: nel passaggio da una donna all’altra Don Giovanni cerca una felicità infinita, l’amore assoluto. Il protagonista, nella sua licenziosità scevra di ogni morale e di ogni senso di responsabilità, riacquista, così, una sua fisionomia umana, perché si riappropria di un cuore che gli altri Don Giovanni sembravano aver perso. Anche nell’intorpidimento dei sensi e nel calcolo egoistico egli è pur mosso da quel desiderio di infinito che è legge dell’animo umano. 

Immorale, libertino, sfrontato, Miguel Mañara ha attraversato l’universo dei piaceri e ne è ben cosciente: «Ho trascinato l’Amore nel piacere, e nel fango, e nella morte; fui traditore, bestemmiatore, carnefice; ho compiuto tutto quello che può fare un povero diavolo d’uomo, e vedete». Ora, prova un peso, un certo disgusto per le sue malefatte e per l’ebbrezza di piaceri che lascia un vuoto immenso: «Ho servito Venere con rabbia, poi con malizia e disgusto. Oggi le torcerei il collo sbadigliando… Ho sofferto, sofferto molto. L’angoscia mi ha fatto cenno, la gelosia mi ha parlato all’orecchio, la pietà mi ha preso alla gola. Anzi, furono questi i meno bugiardi dei miei piaceri». Miguel Mañara riacquista dignità proprio nella consapevolezza della sua miseria e, al contempo, della vertigine dell’«abisso di vita» che lui percepisce: «Come colmarlo, quest’abisso di vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più forte, più folle che mai. È come un incendio marino che avventi la sua fiamma nel più profondo del nero nulla universale! È un desiderio di colmare le infinite possibilità!». 

Anche a Miguel Mañara accade di incontrare un volto diverso dagli altri, che colpisce per la semplicità del cuore e per la letizia: è quello di Girolama Carillo. Siamo nel secondo quadro, ambientato tre mesi dopo il primo incontro tra la giovane sedicenne e il libertino trentenne. Il dialogo tra i due fa emergere la diversità del loro sguardo sulle cose e sulla realtà. A Miguel, che è colpito del fatto che la ragazza ami i fiori e non li usi per adornarsi, la giovane risponde: «Non colgo mai i fiori. Si può benissimo amare, in questo mondo in cui siamo, senza aver subito voglia di uccidere il proprio caro amore, o di imprigionarlo tra i vetri, oppure (come si fa con gli uccelli) in una gabbia in cui l’acqua non ha più sapore d’acqua e i semi d’estate non hanno più sapore di semi». Don Miguel è sorpreso di vedere così felice una sedicenne, che vive per la casa, il giardino, la lezione quotidiana e i poveri, che non trascura nessuno dei suoi doveri. 

Si rende conto di essere molto cambiato dal giorno del primo incontro con Girolama alla Chiesa della Caridad la domenica delle Palme. Nel contempo, è convinto che non ci sia alcun rimedio a quanto ha compiuto e alla tristezza del suo cuore. Girolama, però, ancora una volta lo sorprende, abbracciando tutta la sua umanità anche nella miseria e dimostrando una capacità di perdono totale quando, pur non relativizzando le sue colpe, sa inserirle in una prospettiva in cui la colpa è anche delle donne che sono state con lui, senza legame: «Tutte queste donne sapevano di fare il male amandovi, e anche permettendovi di amarle. Perché nessuna di loro aveva ricevuto da voi il giuramento, il grande giuramento per l’eternità, don Miguel; perché nessuna di loro aveva ricevuto da voi l’anello, l’anello che unisce per sempre l’anima all’anima, don Miguel». L’incontro ci fa vedere meglio, ci fa sentire «in una bella camera in cui ogni cosa è immersa nella musica discreta della luce», illumina il nostro cuore e lo trasforma in luogo di pace. Don Miguel si conosce meglio tanto che esclama: «Che ho fatto della mia vita, che ho fatto del mio cuore? Perché non ho appreso prima di avere un’anima buona! Mi perdonerete?». Miguel comprende che è nato per il bene, nonostante i suoi errori e i suoi sbagli. Così, i due si promettono per l’eternità davanti agli uomini e a Dio. Si sposano. Don Miguel è convinto di avere trovato l’amore.

Nel terzo quadro una volta ancora l’imprevisto entra in scena e scompagina i piani. Girolama, sedicenne, muore, pochi mesi dopo il matrimonio. Nella sofferenza di Don Miguel si ricompie il sacrificio carnale di Cristo.

Nel quarto quadro Don Miguel consumato dall’«amore dell’eterno» si reca presso il convento della Caridad; all’abate che lo riceve rivela che sta cercando l’umiltà del cuore e l’amore del reale e confessa tutte le sue colpe. Ricorda la sua storia e l’incontro con Girolama. Fa memoria di lei. Questo è l’atteggiamento davvero morale: far memoria della bellezza e della verità che si sono incontrati, non seguire dei precetti, ma seguire una persona. L’abate, invece di rimproverarlo, lo abbraccia in maniera misericordiosa, con una tenerezza che va fino in fondo al suo dolore. Così, gli ripete più volte che l’importante non è il male compiuto, ma il fatto che ora lui sia lì, contrito. 

L’abate gli legge il cuore, «libro chiuso», prima che Miguel glielo manifesti, e lo invita alla pazienza: «L’amore e la precipitazione non vanno d’accordo, Mañara. È dalla pazienza che si misura l’amore. Un passo uguale e sicuro: è questa l’andatura dell’amore, che cammini fra due siepi di gelsomino, al braccio di una fanciulla, o da solo tra due file di tombe. Pazienza. Non siete venuto, qui, signore, per essere torturato. La vita è lunga qui. Occorre un’infanzia e un’educazione, una giovinezza e un insegnamento, una maturità curiosa del giusto peso delle cose e una lenta vecchiaia innamorata della tomba». Dal male può sorgere il bene, dagli abissi delle tenebre si può risalire alla luce. Allora Don Miguel prorompe in un inno alla bellezza e all’Amore: «Voglio lodare la bellezza perché è da essa che nasce il Dolore, il diletto del Diletto. Il tuo grande amore mi brucia il cuore, il tuo grande amore – mia sola certezza. O lacrime! O fame d’eternità! O gioia! Ahimè! Perdona! Ahimè! Amami!».

Nel quinto quadro, passato un po’ di tempo, Don Miguel è entrato a far parte dell’ordine della Caritad, il suo cuore è lieto, tanto che, agli occhi di tutti, i suoi dolori sono per lui «un’ostia dolce alla saliva, un comodo inginocchiatoio» e la sua tenerezza abbraccia ogni aspetto del creato. È una letizia che agli occhi di certuni che non conoscono la sua storia, il suo incontro, l’amore che lo ha abbracciato, la profondità del suo dolore e del suo desiderio di amare, potrebbe apparire quasi pazzia, paradossale, contro ogni logica umana, ma è in realtà l’esito più naturale dell’incontro e dell’abbraccio di Cristo. Allora di fronte allo sguardo attonito di tutti, guarisce il vecchio ladro storpio Johannes Mendelez che ha chiesto perdono a Dio e ha riconosciuto che Dio è amore.

Nel sesto quadro, all’interno del cortile del Convento della Caritad, Don Miguel è ormai solo, ha visto morire negli anni i suoi amici, eccetto uno, il frate giardiniere. Don Miguel è ben cosciente del male che ha compiuto, ma si è arreso all’irresistibile attrattiva di Colui che solo è, l’amore è ormai tutto solo per Lui. Così chiude gli occhi come se dormisse e spira. Il frate giardiniere che lo trova morto, rimasto solo, dice: «Adesso, sono in mezzo ai vivi come il ramo nudo il cui secco rumore fa paura al vento della sera. Ma il mio cuore è gioioso come il nido che ricorda e come la terra che spera sotto la neve. Perché so che tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il Cielo ne sia lodato!) non è la nostra».

Il frate giardiniere ha assistito al più grande dei miracoli, quello del cambiamento del cuore, ha conosciuto la miseria e la dissolutezza di Miguel Mañara, il male che lui è stato in grado di compiere, ma ha visto anche i portenti e le meraviglie che dopo Dio ha compiuto operando in lui. 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori