IL CASO/ Ebrei e russi, la riconciliazione ha bisogno della storia

Dall’8 novembre scorso Mosca è la sede di un nuovo museo, ultramoderno, che ospita la storia, senza infingimenti, dell’ebraismo russo. È una nuova “rivoluzione”, dice MARTA DELL’ASTA

11.01.2013 - Marta Dell'Asta
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Immagine di archivio

Dall’8 novembre scorso Mosca è una grande metropoli non solo per i milioni di abitanti, per il business, per gli hotel di lusso, per la densità di spettacoli e mostre ma anche per la presenza di uno strepitoso museo ultramoderno, tutto virtuale e interattivo, che regge il confronto con i musei più all’avanguardia a livello mondiale. Il museo è dedicato alla storia dell’ebraismo russo ed è al tempo stesso un “centro sulla tolleranza”, aperto a tutta quella sfera di problemi interetnici ed interculturali di cui gli ebrei hanno tante volte sperimentato la durezza nella storia.

L’iniziativa di “rendere in modo visuale la vita quotidiana e la cultura degli ebrei russi”, come pure di illustrare la storia russa attraverso il prisma di una delle sue minoranze, appartiene alla Federazione delle comunità ebraiche di Russia, e in particolare al suo presidente Aleksandr Boroda e al rabbino capo Berel Lazar. Si è veramente saputo creare una potente sinergia attorno a questo progetto, che ha richiamato grossi capitali privati ma ha coinvolto lo stesso governo russo e il municipio di Mosca: si dice che Vladimir Putin abbia offerto una sua retribuzione mensile, e che il direttore dell’Fsb (ex Kgb) abbia contribuito donando 16 documenti riguardanti Raoul Wallenberg;  dal canto suo, nei primi anni duemila il municipio di Mosca ha concesso in uso gratuito alla Federazione delle comunità ebraiche un edifico storico di 17mila mq, un garage per autobus progettato negli anni ‘20 in stile costruttivista. Tuttavia hanno molto contribuito anche la comunità ebraica mondiale e lo Stato d’Israele, il cui presidente Shimon Peres (nato in un villaggio bielorusso) era presente all’inaugurazione ufficiale, accanto al ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. In più, l’autore del progetto è l’architetto ebreo americano Ralph Appelbaum, una vera autorità mondiale che nel suo lavoro si fa coadiuvare da designer, editor, storici, specialisti di psicologia infantile, un poeta, un pittore e un astrofisico; al suo attivo ha già il Memoriale dell’olocausto a Washington, definito come una vera pietra miliare nel campo della museologia.

Considerato il rilievo delle personalità presenti all’inaugurazione, il budget di 50 milioni di dollari, la fama del progettista, si può dire che c’erano tutte le premesse perché ne venisse fuori qualcosa di eccezionale, e l’opera ha mantenuto le promesse: il Museo ebraico di Mosca è il più grande al mondo, e affascina col suo dispiegamento di alta tecnologia: dai numerosi touchscreen, al diorama con i cinegiornali della seconda guerra mondiale, agli ologrammi, al filmato su schermo panoramico 4D, una tecnica che combina l’elemento tridimensionale con gli effetti fisici come le poltrone mobili, gli spruzzi d’acqua, le luci laser, il vento. Si può dire che il vastissimo complesso del museo è un’autentica creatura del XXI secolo, perché solo quindici anni fa alcune delle tecnologie usate non sarebbero state disponibili.

Nel coro degli elogi qualcuno, sulla stampa russa, ha commentato che forse il tecnologismo spinto ha un po’ preso la mano, favorendo la dimensione spettacolare a scapito del contenuto, della palpabile presenza degli oggetti materiali della storia: e qui si apre il discorso sulla sostanza di tutto questo enorme sforzo creativo. L’ebraismo è un tema enorme e critico per la Russia, irto di spunti polemici da ambo le parti, perché se gli ebrei possono rimproverare ai russi i pogrom antiebraici dello zarismo e l’antisemitismo staliniano, i russi possono rimproverare la forte presenza ebraica tra i terroristi e nel movimento rivoluzionario. Ma direi che l’impegno degli ideatori è stato d’ampio respiro e molto serio nell’evitare partigianerie e imbarazzati silenzi, innanzitutto il silenzio più facile oggi, quello sul nucleo religioso: il primo passo nel museo, infatti, è rappresentato da un filmato introduttivo che narra succintamente la storia del popolo ebraico e del suo rapporto con Dio, senza il quale niente di ciò che è accaduto dopo sarebbe spiegabile. 

Poi, a commento dei dati storici e statistici sulla diaspora mondiale del popolo ebraico, troviamo la ricostruzione dolce e malinconica ad un tempo degli shtetl, i villaggi ebraici di Bielorussia, Ucraina e paesi baltici, con la loro miseria intessuta di tradizioni secolari; ne sentiamo persino le voci e i canti originali, registrati a suo tempo dagli etnologi. Dalla nostalgia per questo mondo armonioso violato dai pogrom e da leggi che non lasciavano speranza, sorge la domanda bruciante che viene posta direttamente al visitatore: cosa dovevano fare gli ebrei, stretti fra un ambiente ostile e le promesse utopiche dell’ideologia marxista? Così, senza giustificare nulla ma senza neanche scaricare sugli altri tutte le colpe, è spiegata con pacatezza l’adesione ebraica alla rivoluzione. Un’illusione, come si mostra subito dopo, pagata a caro prezzo dagli ebrei. Questo è solo un esempio di come il percorso museale spieghi con dati e fatti, senza retorica e proclami, i nodi di una storia spesso tragica che ha ridotto la più grossa comunità ebraica al mondo dai 5 milioni iniziali agli attuali 150mila. 

Il nuovo museo di Mosca mostra che in Russia è possibile fare storia senza essere apologetici, fare memoria senza accusare; che è possibile essere rigorosi senza rinunciare a trasmettere il vivo senso umano del passato. Senso che è dato attraverso gli elementi storici, etnografici, culturali offerti in modo affascinante: per capire basta aver voglia di toccare, ascoltare e guardare; il percorso offre 18 ore di materiali video oltre alle fotografie e agli audio, la lettura e l’ascolto di tutti i materiali a disposizione richiederebbe 48 ore. 

Qui si vede l’essenziale presenza ebraica in tutti i campi dell’arte, della scienza, della letteratura russa e sovietica; si mostrano luci ed ombre di un mondo assolutamente speciale e sconosciuto. Non si può dar torto al direttore Boruch Gorin, secondo il quale si tratta di un museo “molto serio” che si pone degnamente su un alto livello accademico. Ed è, mi pare, una sorta di “trattato di pace” con il mondo russo che lo ospita, cui si riconosce, una volta per tutte, strettamente legato. Per questo, abbandonati i conti dei meriti e dei torti, persino al di là delle tentazioni antisemite, suona paradossale ma vero quanto ha detto il presidente Peres all’inaugurazione: “Mia mamma mi cantava i canti russi… Ed io sono venuto a dirvi grazie. Grazie per i mille anni di ospitalità”.

 

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