50 ANNI/ Che senso ha parlare di pace dopo Giovanni XXIII?

- Paolo Gheda

Nel 2013 ricorrono i 50 anni della discussa enciclica Pacem in Terris. Davvero il documento di Giovanni XXIII può essere definito come “progressista”? Il commento di PAOLO GHEDA

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La Pacem in Terris è stata una delle encicliche maggiormente affrontate nel dibattito culturale del Novecento, e la sua interpretazione di fondo è ancora oggetto di un acceso confronto intellettuale. Ultimo documento magisteriale di Giovanni XXIII, redatta mentre il “Papa buono” era già gravemente ammalato per il tumore allo stomaco che gli avrebbe lasciato solo due mesi di vita dopo la promulgazione, l’11 aprile 1963, essa può essere considerata senza dubbio come uno degli scritti di Roncalli oggi più ricordati, non solo in ambito cattolico.

Vi è una nota particolarmente distintiva nella vicenda:  oltre all’essere stata firmata “in diretta” dal papa, davanti alle telecamere dei paesi di tutto il mondo, l’enciclica per la prima volta fu indirizzata coram populo, agli uomini “di buona volontà”, pertanto non esclusivamente alla gerarchia. Come alcune approfondite letture hanno recentemente sottolineato, procedendo anche da una attenzione filologica per il testo, essa ebbe tra le sue finalità principali quella di “sottrarre” al monopolio internazionale della propaganda comunista sovietica l’utilizzo del termine “pace”, per restituirgli il significato evangelico nella sua propagazione mediatica. 

Del resto, sul fatto che l’ultima enciclica giovannea si andasse a confrontare con la difficile situazione internazionale contemporanea non paiono sussistere dubbi: solo pochi mesi prima dalla sua diffusione il mondo intero aveva vissuto uno degli episodi più drammatici dell’intera guerra fredda, con la crisi dei missili su Cuba. Durante quei delicati momenti che avrebbero pure potuto scatenare un terzo conflitto mondiale – emblematicamente rappresentativi del sentimento di  minaccia globale proprio della cosiddetta “era atomica”, in seguito sfumato solo con la caduta del muro di Berlino – Giovanni XXIII era intervento, precisamente il 25 ottobre, esprimendo un forte appello alla pace in un accorato radiomessaggio, che secondo alcuni interpreti dovette avere un suo peso specifico sull’esito provvidenzialmente positivo della crisi.

E in effetti, c’è chi dell’enciclica roncalliana da subito sottolineò soprattutto il significato di rottura con il concetto politico-ecclesiastico di “guerra giusta”, come il periodico Comunità del maggio 1963, per il quale il documento papale aveva segnato la fine di un’era, nientemeno che “quella delle crociate”; c’è poi chi (Emilio Fogliasso) si è persino interrogato su quali linee psicologiche si sia svolto il percorso di elaborazione del testo da parte del pontefice bergamasco. Rispetto alla vasta querelle generata dalle strumentalizzazioni in senso politico del documento, altri (come Wladimiro Dorigo) ritenevano la Pacem in Terris, in generale, l’espressione di una «linea di presenza pacifica, amorosa, preoccupata» da parte di Roncalli, soprattutto una manifesta rinuncia all’esercizio di una «egemonia sacrale» da parte della Chiesa sui diritti e doveri dell’uomo inquadrati in chiave naturale, e un richiamo ad una concezione della pace universale fondata «su principi e istanze naturali», pertanto estranea a quella ideologicamente sostenuta dai due blocchi Est-Ovest.

A livello internazionale, la fortuna come documento di riflessione politica della Pacem in Terris trova indubbiamente pochi consimili esempi nel magistero petrino dell’età contemporanea. Basti solo pensare alla fioritura di pubblicazioni registrata nel 2003 in occasione del quarantennio dalla promulgazione, anche al di fuori dall’editoria propriamente di matrice cattolica (a partire dalla riedizione del documento introdotta da Armando Torno per Ugo Mursia nello stesso anno anniversario). Questi approfondimenti, in generale, hanno ribadito l’attualità dell’enciclica dopo l’11 settembre. Una raccolta di studi di particolare importanza è poi quella recentemente curata da Agostino Giovagnoli, dove diversi autorevoli  interventi (in particolare quello dello stesso curatore, di Andrea Riccardi e di Giorgio Rumi) si concentrano sul funzionamento della diplomazia vaticana e sul comportamento specifico dei pontefici circa la questione della guerra e della pace nell’arco temporale che racchiude i pontificati a partire da Leone XIII fino a Giovanni Paolo II. 

Resta comunque assodato che nell’opinione pubblica comune la lettura della Pacem in Terris fu soprattutto vissuta alla luce del clima di tensione ingenerato dalla guerra fredda; Gabriele Sabatini ha cercato di ricostruire, basandosi in particolare sullo spoglio dei principali quotidiani, come sia progressivamente cresciuto, in particolare nella società italiana, il livello di conoscenza dell’impegno di Roncalli per la pace, e la conseguente consapevolezza sul nuovo ruolo politico internazionale assunto in tal senso dal papato. Questo dovrebbe essere forse considerato il punto chiave dell’enciclica, anche se – come è del resto noto – si diffusero quasi immediatamente diverse speculazioni sulle sue presunte prossimità di essa con il pensiero comunista. 

Peraltro, anche per i rilievi di carattere sociale relativi ai diritti e doveri dell’uomo, che pure questo documento oggettivamente evidenzia, vi fu chi parlò esplicitamente di tendenze “socialiste” palesate in esso da parte di papa Giovanni: ciò appare al solito un’operazione strumentale, che procede dall’intenzione di voler a tutti i costi inquadrare gli interventi ecclesiastici – anche ai più alti livelli – nell’ottica propria delle ideologie. In realtà, così come ad esempio sarebbe in seguito successo per la Populorum Progressio di Paolo VI, questi interventi, se letti forzosamente all’interno delle categorie tout court di progressismo e conservatorismo, possono sempre essere fatti oggetto di interpretazioni quando non di semplici speculazioni circa la loro presunta inclinazione politica. Così è successo per la Pacem in Terris, per responsabilità di chi ha voluto avallare la tesi di un Roncalli “di sinistra”, idea peraltro sostenuta anche da ambienti di Chiesa più conservatori, che per alludere a ipotetici influssi comunisti notoriamente si servivano della storpiatura “falcem in terris”, con chiaro riferimento al simbolo del Partito comunista. 

Bisognerebbe ancora una volta riandare all’intero documento nella sua complessità, procedendo dalla semplice preoccupazione di papa Giovanni per la pace nel clima della guerra fredda, considerare i numerosi rinvii ivi esplicitamente riportati al magistero di Pio XII, o il preciso riferimento ai valori della sussidiarietà. In definitiva, sarebbe necessario – e probabilmente lo sarebbe stato dall’inizio –, accostarsi alla grande enciclica di Roncalli secondo le semplici parole dell’incipit: «La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio». 

Non si tratta certo di un richiamo a visioni laiche o laiciste, tantomeno progressiste in senso politico di un pontefice che solo pochi anni prima annunciando il “suo” Concilio Ecumenico Vaticano II aveva manifestato l’intenzione con ciò di voler adottare “forme antiche di affermazione dottrinale e di saggi ordinamenti di ecclesiastica disciplina, che nella storia della Chiesa, in epoca di rinnovamento, diedero frutti di straordinaria efficacia”.

 

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