ARTE/ Dal disordine all’incanto: lo “sguardo” di Edouard Manet

- Francesco Baccanelli

“L’occhio deve dimenticare tutto ciò che ha visto in precedenza e imparare di nuovo a confrontarsi con ciò che ha davanti”. Così Manet, secondo Mallarmé. FRANCESCO BACCANELLI

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E. Manet, Un Bar aux Folies Bergère (1881-82) (Wikipedia)

Il 2013 si annuncia ricco di sorprese per gli appassionati di Manet. In Europa saranno almeno due le mostre da tenere d’occhio. La prima, Manet: Portraying Life (già proposta negli Usa, al Toledo Museum of Art, negli ultimi tre mesi dello scorso anno), prenderà il via alla Royal Academy of Arts di Londra il 26 gennaio e, fino al 14 aprile, offrirà ai visitatori una vasta riflessione sulla ritrattistica del pittore francese. La seconda, invece, allestita a Venezia, in Palazzo Ducale, dal 24 aprile al 18 agosto, si concentrerà sui rapporti di Manet con l’arte veneta.

Entrambe le mostre ci aiuteranno a conoscere meglio un artista tanto famoso quanto complesso. La sua poetica, del resto, non si presta a facili classificazioni. Manet contribuisce alla nascita dell’impressionismo, ma non è un vero e proprio impressionista. Ama molto la realtà, ma è lontanissimo dal realismo di Courbet. E rispetto ai suoi “compagni di avventura” (Monet, Degas, Renoir, Sisley…) tradisce anche una leggera vena intellettuale. Non è un caso, perciò, che i primi veri ammiratori del pittore – vale a dire Baudelaire, Zola e Mallarmé – vengano dal mondo della cultura, e che proprio questi celebri letterati abbiano inaugurato la sua fortuna critica.

È Zola, in particolare, a dare il via alle interpretazioni della poetica di Manet. Se Baudelaire si interessa al pittore solo nell’ambito di qualche querelle, il padre dei Rougon-Macquart sceglie da subito di spingersi più a fondo. Nel 1866 si espone pubblicamente sul quotidiano L’Evénement: «Giacché nessuno lo fa, sarò io a dirlo, a gridarlo. Sono talmente certo che Manet sarà uno dei maestri di domani, che, se avessi un patrimonio, penserei di concludere un buon affare comprando oggi tutte le sue tele». L’anno successivo, poi, nel saggio Edouard Manet. Etude biographique et critique, abbandonato il piglio quasi propagandistico a favore di un taglio più interpretativo, prova ad analizzare le opere dell’artista: «Dapprima l’occhio non scorge che delle tinte, applicate largamente; ben presto, però, gli oggetti si disegnano e si mettono al loro posto; in capo a pochi secondi, l’insieme appare vigoroso, e si prova un autentico incanto contemplando questa pittura chiara e grave, che rende la natura con una brutalità dolce, se così si può dire. […] Se le sue opere hanno un aspetto particolare, non lo devono che al modo tutto personale in cui egli vede e traduce gli oggetti». 

La stima si trasforma rapidamente in un solido rapporto di amicizia, che Manet nel 1868 impreziosisce con il ritratto dello scrittore oggi conservato al Musée d’Orsay di Parigi. I due rimarranno in ottimi rapporti ancora per molti anni, superando anche alcune evidenti distanze concettuali: l’attenzione al dato naturale, infatti, accomuna entrambi, ma Zola, in virtù della sua matrice positivistica, non sempre riuscirà ad ammettere una lettura della realtà così soggettiva e originale come quella proposta da Manet.

Il nostro pittore vive a stretto contatto con molti letterati, ma si rifiuta di scodinzolare al loro seguito. E, benché sia disposto ad ascoltare il parere di tutti, alla fine obbedisce soltanto alla propria testa. Quando esegue il ritratto di George Moore, ad esempio, lo scrittore irlandese si dichiara insoddisfatto del risultato, ma Manet non si lascia condizionare: «È venuto a scocciarmi reclamando un cambiamento qui, una modifica là. Non cambierò nulla al suo ritratto. È forse colpa mia se Moore sembra un rosso d’uovo schiacciato e se il suo muso è difettoso? Che è poi d’altronde il caso di tutti i nostri musi, giacché la piaga dei nostri tempi è la ricerca della simmetria. Ma non c’è simmetria nella natura».

Il letterato che sente più vicino è sicuramente Stéphane Mallarmé, per il quale nel 1876, oltre a uno straordinario ritratto (oggi al Musée d’Orsay), realizza le illustrazioni de L’après-midi d’un faune. Mallarmé dedica preziosi contributi alle coordinate artistiche di Manet. Esamina con cura la poetica del pittore, prova a inquadrare i tratti di un linguaggio così originale. E, soprattutto, ci offre considerazioni che possiamo condividere ancora oggi. In un saggio del 1876 scrive: «Ogni volta che attacca un quadro, dice, vi si tuffa a capofitto, convinto che il metodo più sicuro, benché pericoloso in apparenza, per divenire un buon nuotatore, sia quello di gettarsi in acqua. Un suo aforisma abituale è che non si dovrebbe mai dipingere paesaggi e ritratti allo stesso modo, in base allo stesso procedimento e alle stesse tecniche, tanto meno due diversi paesaggi o due diversi ritratti. La mano, è vero, conserverà i segreti acquisiti con l’esperienza, ma l’occhio deve dimenticare tutto ciò che ha visto in precedenza e imparare di nuovo a confrontarsi con ciò che ha davanti. Deve rompere con la memoria, vedere solo ciò che si offre allo sguardo come se fosse la prima volta; e la mano deve diventare un organo di astrazione impersonale, diretta soltanto dalla volontà, dimentica di ogni anteriore maestria».

Con queste parole Mallarmé descrive efficacemente il particolare amore che lega Manet alla realtà. Quando si accosta alla vita quotidiana, il pittore francese si lascia guidare solo dalle proprie sensazioni, così da catturare di volta in volta significati sempre diversi. In Un bar aux Folies Bergère (1881-1882; oggi alla Courtauld Gallery di Londra), ad esempio, la contrapposizione tra lo sconforto della cameriera e l’insulso atteggiamento dei clienti gli permette di ricordarci una tragica verità: nella vita di tutti i giorni, tanto nei momenti di tensione quanto in quelli di svago, spesso pensiamo soltanto a noi stessi e non siamo in grado di cogliere la sofferenza di chi ci sta intorno. 

 

Così, da frammento di quotidianità il dipinto si trasforma in una fugace riflessione sul senso di solitudine dell’uomo moderno. E, come in altri dipinti di Manet, il reportage diventa poesia. 

La componente intellettuale dell’artista, però, non contrasta mai con la sua vocazione al realismo. Anzi, a ben vedere, rappresenta un ottimo strumento per esprimere un numero più ampio di contenuti. La realtà che interessa a Manet, d’altronde, non è fatta soltanto di elementi materiali, ma anche (e soprattutto) di emozioni, sentimenti e stati d’animo.

 

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