RUSSIA/ Jasnaja Poljana, a casa di Tolstoj (pensando a Leopardi)

- Gianfranco Lauretano

Terza puntata del viaggio in Russia di un gruppo di scrittori e giornalisti italiani. Dopo Mosca e Optina-Pustyn’, GIANFRANCO LAURETANO racconta la visita alla casa di Lev Tolstoj

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Lev Tolstoj

Il tour affascinante che, partiti da Mosca, ci conduce nella Russia centrale, ad un raggio che giunge a quasi quattrocento chilometri a sud di Mosca, tocca città storiche come Tula, Orel, Brjansk, Kaluga, oltre a cittadine minori, paesi, siti isolati in una foresta o tra splendide colline dai colori autunnali, in un settembre fresco e piovoso. 

Il tragitto privilegiato per visitare questa terra avvincente è quello delle case degli scrittori russi, di cui queste regioni sono costellate. Cechov, Marina Cvetaeva, il pittore Polenov, Tolstoj, Turgenev, Bunin, Tjutcev avevano tutti dimora da queste parti, ed essendo in gran parte aristocratici e proprietari terrieri, insieme alla grande casa di campagna possedevano intorno terre e una serie di edifici per i contadini e le loro famiglie. 

Ancora oggi i russi hanno per questi luoghi grande cura e venerazione. La letteratura russa, tutto sommato, incomincia nell’Ottocento, avendo prodotto nei secoli precedenti pochissime opere memorabili. Ma quando inizia, parte col botto. “L’ottanta per cento della storia del romanzo è fatta da Tolstoj e Dostoevskij” mi suggerisce Luca Doninelli. E ha ragione. Bastano poi a pareggiare i conti con la letteratura di qualsiasi altro paese al mondo tre poeti del XIX secolo russo come Lermontov, Puškin e Tjutcev. Quest’ultimo, purtroppo assai poco conosciuto in Italia, visse lontano dalla Russia e dal mondo letterario: come diplomatico fu anche a Torino per un paio d’anni. Non parlava russo, bensì francese, riservando singolarmente solo alle poesie la lingua madre. 

La signora che ci fa visitare la sua casa, che come le altre è una specie di guida-vestale della memoria dello scrittore e ci racconta vita, morte e miracoli di lui e di tutta la sua famiglia, parla di una lunga serie di amanti, sedotte fino agli ultimi anni, suscitando i commenti ironici di Simonetta Agnello, una delle scrittrici del nostro gruppo, siciliana che vive a Londra dove, oltre a scrivere romanzi assai popolari editi da Feltrinelli e Sellerio, lavora come legale occupandosi soprattutto di casi di disagio di donne all’interno delle minoranze di origine straniera.

Il luogo però che più segna la nostra memoria è Jasnaja Poljana, la casa di Lev Tolstoj. L’interno, con i mobili, i quadri, molti dei libri dello scrittore è praticamente intatto, perché il grande romanziere era già un mito quando ancora era in vita (Guerra e pace ed Anna Karenina sono a tutt’oggi i due insuperati best-sellers della narrativa russa) e le sue proprietà vennero da subito gelosamente custodite. 

È qui che percepiamo la differenza tra la Russia e l’Italia: per nessuno dei luoghi dei nostri scrittori – eccetto forse che per casa Leopardi a Recanati − si è stabilito un rapporto tale. È ancora viva l’idea che lo scrittore russo sia strettamente connesso con il suo popolo e la cura di questi luoghi ne è testimonianza. Uno scrittore russo appartiene al suo popolo, parla per esso, ne racconta le storie e ne denuncia i mali, soprattutto in un’epoca come quella dell’Ottocento in cui in Russia vige ancora la servitù della gleba e il romanzo ha una funzione mai avuta prima né dopo (e non solo qui) di proporre, rilanciare e commentare i temi sociali di cui tutti sentono l’urgenza. 

L’eco di questa funzione è presente ancora in questi luoghi, anzi a Jasnaja Poljana siamo quasi sicuri che la personalità di Tolstoj, con la sua straordinaria capacità di analisi psicologica e di costruzione dei personaggi, il suo talento insuperato di partitura narrativa, la sua abilità di rendere veridica la finzione romanzesca, siano ancora qui. E tutti siamo assaliti da una certa emozione quando ci indicano la finestra sopra la scrivania che Tolstoj osservava quando alzava per un attimo lo sguardo dal lavoro di invenzione della figura di Anna Karenina, probabilmente il vero alter-ego della sua natura inquietante, smisurata e irrisolta. 

Dopo la lunga visita alla casa e il ristorante, torniamo nel grande parco dove si trova anche un giardino botanico che risale a quei tempi, in cui tuttora i custodi riescono a coltivare, con grande orgoglio, piante quassù introvabili, come ad esempio i mandarini. Uno dei nostri, il giornalista siciliano Nicola Savoca, compie allora un gesto di cui non mi scorderò mai: mi regala un sigaro, così che potrò raccontare ai miei nipoti che ho fumato il toscano a casa di Tolstoj. Così sbuffando e chiacchierando a voce bassa, quasi spinti da una certa sacralità del luogo, passeggiamo a lungo per la tenuta fino a che giungiamo in un altro punto singolare: la tomba di Lev Tolstoj. Siamo lontani una ventina di minuti dalla casa, già da un po’ camminiamo in mezzo al bosco. In uno slargo si presenta un tumulo di terra, semplicissimo, su cui cresce un tappeto erboso, altrettanto semplice. Niente scritte né segni come croce o altro. Qualcuno, poi, ha appoggiato dei fiori, ma potrebbero non esserci. 

Ascoltiamo in cerchio, lì davanti, i racconti di Anastasia, una delle nostre guide, sugli scontri di Tolstoj con la chiesa ortodossa nell’ultima parte della sua vita, l’ideale di una innocenza evangelica forse mitizzata, la sua cura dei mugiki, i contadini, ma anche il sarcasmo di Turgenev, che qui veniva a trovarlo e lo trattava un po’ da visionario, soprattutto riguardo alle sue idee pedagogiche e democratiche rispetto a quei contadini che, racconta proprio quella linguaccia di Turgenev, quando Tolstoj si girava dopo averli incontrati e paternalmente salutati, ridevano di lui. 

Ombre e luci di uno scrittore il cui merito sta certamente, più che nelle scuole per i figli dei mugiki o nella strana rivoluzione sociale di un uomo che non ha mai smesso di essere un aristocratico, nella creazione dei personaggi e delle vicende delle sue grandi narrazioni, che forse non sono l’ottanta per cento del romanzo mondiale, ma quasi.

(3 − continua)

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