ALFIERI/ Si può sfidare il potere senza avere un padre?

- Luca Manes

È nel rapporto tra potere e paternità che Vittorio Alfieri colloca la sua tragedia. La libertà coincide con la ribellione contro il potere, ma l’uomo ha la peggio. Perché? LUCA MANES

“Desio, timor, dubbia ed iniqua speme, / fuor del mio petto omai”.

È l’inizio della prima tragedia alfieriana, il Filippo (1775-1776, ma poi ricorretto negli anni seguenti), escludendo l’Antonio e Cleopatra, rifiutata dallo stesso autore. La prima battuta, la venuta alla voce della regina Isabella, moglie di Filippo II, re di Spagna, e matrigna di Carlo, porta con sé già tutto l’abisso e il vuoto cui i due innamorati sono costretti. Non vi è possibilità di contatto tra il desiderio e il corpo: fuori dal petto deve essere reclusa la speranza, in una lontananza non raggiungibile, certo, in questo tempo. 

“Fuor del mio petto”, ovvero distante dalla carne, dal corpo, dalla vita. È così che, poi, il teatro incarna nell’attrice-Isabella il dolore che ogni uomo è chiamato a scontare, non fosse altro che per la propria sottomissione al fuggire del tempo: quel corpo, buttato lì, sul palcoscenico, la cui carne grida la propria ferita, la propria divisione dal desiderio, poiché “in bando è posta / da ispana reggia ogni letizia”. Quella letizia che sorge dalla vicinanza al proprio desiderio, dal contatto con la propria speranza, è resa impossibile da Filippo, sovrano e padre. 

Ed è proprio nel rapporto tra potere e paternità che l’Alfieri colloca la propria tragedia. Nel monologo, ancora, iniziale l’Isabella, preoccupata che qualcuno possa leggerle nel volto il proprio amore per il figliastro, infine prorompe nella verità, quasi accettata: “Misera me! Sollievo a me non resta / altro che il pianto; ed il pianto è delitto”. È delitto ogni forma che non corrisponda al volere della tirannide, così che l’obbedienza al potere diviene, lentamente, la figura e la struttura del soggetto-suddito. È il tentativo di ogni potere, in ogni tempo. La lotta per la conquista della propria libertà coincide, così, con la ribellione contro il potere, con l’evasione da quello stato di cieca e disumana obbedienza. È il cuore, questo, della tragedia alfieriana, al punto che la stessa scelta del genere tragico corrisponde, in lui, con l’acquisto di una forma tipica di scontro, di ribellione. 

Nel primo atto, i due si incontrano e, al termine del dialogo, Isabella suggerisce a Carlo di perdere le sue tracce, e di estirpare dal proprio cuore il suo amore per lei: “(…) ma de’ passi miei / perdi la traccia; e fa, ch’io più non t’oda, / mai più. Del fallo è testimon finora / soltanto il ciel; si asconda al mondo intero, / a noi si asconda; e dal tuo cor ne svelli / fin da radice il sovvenir… se il puoi”. Se è possibile strappare l’origine dei propri affetti, dei propri desideri, delle proprie aspirazioni… 

Ogni potere ricerca l’omologazione dei propri sudditi, il tacere della loro umanità, l’acconsentimento al proprio dettato, fino alla creazione della massa indistinta, senza volto. È forse, anche, per questo che non è più rintracciabile nel teatro la presenza del coro: l’individuo è solo, rinchiuso nella propria tragedia, e cosciente di essa. A differenza della massa, i cui esponenti hanno taciuto, nel tempo, sé stessi. E l’Alfieri rappresenta questa dimenticanza della propria immagine all’inizio del secondo atto, nel momento in cui Filippo si serve di un suo consigliere, Gomez, per svelare l’amore di Isabella per Carlo:

FIL. Gomez, qual cosa sovra ogni altra al mondo
      In pregio hai tu?
GOM. La grazia tua.
IL. Qual mezzo
      Stimi a serbarla?…
GOM. Il mezzo ond’io la ottenni:
      obbedirti, e tacermi.
FIL. Oggi tu dunque
      Far l’uno e l’altro dèi.

Così Carlo viene accusato dal sovrano di aver cospirato contro di lui, e di aver tramato a favore dei popoli oppressi. E, nel seguente dialogo tra sovrano e suddito (relazione che sostituisce l’antica e sepolta tra padre e figlio), Filippo gli rimprovera il tradimento. Ed ecco, a questo punto, il senso della ribellione al potere, ovvero ciò che ogni potere non può permettere: la pietà. 

“In cor pietade io sento / de’ lor mali: nol niego: e tu, vorresti / ch’io, di Filippo figlio, alma volgare / avessi, o cruda, o vile? In me la speme / di riaprirti alla pietade il core, / col dirti intero il ver, forse oggi troppo / ardita fu: ma come offendo io ‘l padre, / nel reputarlo di pietà capace?”. 

È la pietà, infatti, che intacca e minaccia il circuito del potere, la sua cecità. Ciò che non può essere accettato è proprio quella vicinanza ai mali e alle sofferenze dei popoli sottomessi: servirebbe un padre. Il volto che poteva assumere il potere e che, invece, ha scelto di non essere. Costringendo il figlio-suddito Carlo all’unica azione libera possibile: il suicidio. Seguito dall’Isabella. 

È, per l’Alfieri, la morte, la sola possibilità di liberazione dalle catene cui il potere tiene legati: “Oh ferro!… / Te caldo ancora d’innocente sangue, / liberator te scelgo”. Il tragico cui l’uomo è costretto è l’impossibilità di vivere un’esistenza libera, in un mondo dove la libertà coincide con la disobbedienza al sistema tirannico, e dunque con la propria morte. Servirebbe un padre: se è vero che la sottomissione ai meccanismi del potere, o l’inevitabile fuga da essi nell’abisso del suicidio, deriva dalla condizione di orfanità nella quale veniamo gettati, dall’assenza di pietà in chi decide della nostra libertà. 

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