DORIS LESSING/ Tra lo Zimbabwe e Marx, una “global” ante litteram

- Antonella Berni

Doris Lessing, Nobel per la letteratura nel 2007, una delle autrici più acclamate e controverse del nostro tempo, se n’è andata all’età di 94 anni. Il ritratto di ANTONELLA BERNI

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Doris Lessing (1919-2013) (Infophoto)

Doris Lessing, Nobel per la letteratura nel 2007, una delle autrici più acclamate e controverse del nostro tempo, se n’è andata all’età di 94 anni. Una lunga vita vissuta intensamente, senza sconti o pentimenti, che ha profondamente permeato la sua scrittura. Figlia di un impiegato di banca e di un’infermiera (la madre era stata l’infermiera del padre ferito e mutilato durante la prima guerra mondiale), per tutta la vita non riuscirà a fare pace con il rifiuto dei genitori. La leggenda vuole che fu tale la loro delusione per la nascita di una femmina e non di un maschio, che si rifiutarono di darle un nome (scelto poi dal medico).

Il taccuino d’oro, il suo libro più acclamato, pubblicato per la prima volta nel 1962, è stato spesso classificato come libro femminista. La Lessing, nonostante tutto, non si è mai professata tale, anzi questa associazione la irritava. L’equivoco può esser nato dal fatto che il romanzo che costituisce il nucleo portante dell’intero libro (Free Women) è incentrato sugli effetti della libertà nella vita delle donne. Una volta che le donne si liberano dai legami sociali costituiti da matrimonio e figli, ecco che la loro vita interiore rifiorisce. La Lessing ne era convinta per aver vissuto personalmente l’esperienza lasciando indietro nello Zimbabwe (dove viveva) un marito e due figli piccoli, per trasferirsi a Londra. “Quella vita non faceva per me” dichiarerà in un’intervista da scrittrice ormai affermata.

Il Taccuino d’oro è stato un manifesto per molti, soprattutto per quella sottile ideologia che sottende l’impalcatura (più che la narrazione) e che si oppone all’individualismo borghese, visto come un ostacolo alla responsabilizzazione dell’individuo nei confronti dei suoi simili.  

A questo proposito un incontro decisivo della Lessing dal punto di vista intellettuale sembra essere stato quello con il marxismo. Per sua stessa ammissione il marxismo le ha consentito di vedere e trattare ogni singolo accadimento come parte di un tutto, senza limitazioni. Ogni cosa doveva divenire oggettiva, il problema da particolare doveva diventare generale per poter essere affrontato con successo e avere una ricaduta positiva. La Lessing sosteneva che attraverso la scrittura era possibile vedere come un problema apparentemente personale fosse comune ad altri esseri umani, consentendo così di entrare in una sorta di comunione empatica fra individui. Questo sentimento di collegamento tra cose e persone consentiva agli spiriti marxisti di avere una forma di mentalità globale ante-litteram, preconizzando che un evento in Siberia potesse avere un riverbero in Botswana.

Comunque, il libro per la Lessing, attraverso la scelta del tema, diventava un commento a se stesso, uno statement di per sé. E, soprattutto, aveva un significato diverso a seconda di chi lo leggeva. Oltre ai libri che ci ha lasciato, credo che l’insegnamento più significativo di Doris Lessing, prolifica scrittrice che pure credeva nella tradizione orale di certi popoli africani, riguardi l’importanza di leggere senza seguire mode o critiche benevole da parte dell’establishment, ma scegliendo i libri istintivamente, tralasciando per un altro momento quelli che potrebbero annoiare. Anche in questo, come forse solo Virginia Wolf, è stata in grado di precorrere i tempi, offrendoci una visione della vita, della letteratura e della lettura staccate dalla convenzione e dall’opinionismo conformista.

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