LEWIS/ Un figlio dell’Irlanda che ci fa vedere al di là dei sogni

- Paolo Gulisano

Il 22 novembre 1963, lo stesso giorno in cui il mondo si fermava attonito alla notizia della morte di Kennedy, Clive Staples Lewis se ne andava dalla “terra delle ombre”. PAOLO GULISANO

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Clive Staples Lewis (1898-1963) (Immagine d'archivio)

Il 22 novembre 1963 il mondo intero fu scosso da una notizia sconvolgente: a Dallas, in Texas, era stato assassinato il presidente John Kennedy, uno degli uomini più popolari e amati del mondo. Le televisioni di tutti i paesi dedicarono notiziari e servizi a quell’avvenimento che colpì tutti e lasciò commossi e sbigottiti, lasciando ben poco spazio di interesse ad alte notizie, ed era un peccato, perché quel triste giorno, molto lontano da Dallas, a Oxford, Inghilterra, morì Clive Staples Lewis. Non aveva ancora sessantacinque anni, e i suoi libri erano ormai dei best-seller internazionali, a cominciare da Le Lettere di Berlicche, ormai diventato un autentico classico cristiano, tradotto in numerosi paesi, soprattutto cattolici, mentre Le Cronache di Narnia continuavano a far sognare centinaia di migliaia di bambini. I funerali furono celebrati qualche giorno dopo alla presenza degli amici più intimi, tra cui John Ronald Tolkien. 

Lewis era giunto al termine del suo viaggio, anzi, del suo pellegrinaggio. Il suo primo romanzo aveva avuto proprio questo titolo: The Pilgrim regress, il ritorno del pellegrino. La vita e l’opera di Lewis erano stati un vero e proprio cammino verso casa. Aveva abbandonato in gioventù la religione calvinista dei padri, era transitato nei territori aspri dell’ateismo e infine era approdato al cristianesimo, restando a lungo incerto su quale denominazione di esso (incluso il cattolicesimo) abbracciare, optando infine, ma non senza precisazioni e distinguo, per l’anglicanesimo. Scrisse opere storiche e libri in difesa del cristianesimo in un mondo che vedeva scivolare inesorabilmente verso l’indifferentismo religioso, ma scrisse anche opere di fantascienza, e romanzi ricchi della presenza di riferimenti simbolici e mitici. 

Qualche anno fa il cinema rese omaggio a quest’uomo singolare con un commovente film, Shadowlands, uscito in Italia con il titolo Viaggio in Inghilterra, avendo come protagonisti due attori eccezionali, Anthony Hopkins e Debra Winger. Il film, tratto a sua volta da un’opera teatrale, è incentrato sugli ultimi anni dello scrittore, quando Lewis, all’apice del successo, incontra oltre i cinquant’anni il grande amore della sua vita: Joy Davidman, scrittrice e poetessa americana di modesta fama, anch’essa approdata alla fede cristiana dopo un percorso tortuoso che la vide prima abbandonare la propria religione ebraica, divenire atea per poi convertirsi al cristianesimo proprio leggendo Lewis. Joy, divorziata e madre di un bambino che adora (in realtà i figli erano due) fa ingresso nella vita dello scrittore determinando un progressivo cambiamento dell’esistenza  tranquilla e foriera di soddisfazioni del professore. Dalle teorie sull’amore e sul dolore Lewis passa a farne esperienza pratica, e in modo drammatico. L’amore per Joy, inaspettato e contrastato, deve affrontare la prova della sofferenza e del distacco, del dubbio e della ribellione. Jack Lewis perderà la sua Joy, vinta dal cancro, ma la fede duramente provata riuscirà a trovare un senso e una via d’uscita.

Cinquant’anni fa, alla sua morte, Tolkien lo ricordò come un grande uomo, e commentò i freddi necrologi ufficiali dicendo che erano rimasti alla superficie, rasentando l’ingiustizia. Nessuno meglio di Tolkien tra gli amici aveva potuto apprezzare le sue qualità e le sue stranezze. Un uomo generoso e impulsivo, in cui era sempre rimasto un po’ dello spirito della sua terra natale, l’Irlanda. 

In tutti i suoi libri, dalle Cronache di Narnia alla trilogia di fantascienza, nei saggi filosofici come in altri romanzi, Lewis cercò di raccontare l’incontro che un giorno − proprio grazie all’amico Tolkien − aveva fatto con la Verità. Erano entrambi due giovani docenti di Oxford innamorati dei miti antichi, ma mentre per l’ateo Lewis questa era solo una passione estetica, per il cattolico Tolkien il Mithos è la domanda, una domanda che ha una risposta, che è il Logos, il significato di tutto che è diventato un fatto. A Myth became fact, scrisse Lewis dopo la sua riluttante conversione. Ogni opera di Lewis divenne così espressione di questa dinamica: ricerca, incontro, testimonianza. Il tutto esplicitato attraverso il linguaggio affascinante del simbolo. Sono simbolici i grandi temi, come quello del Viaggio, della Ricerca, e i personaggi, gli eroi piccoli e umili (gli hobbit in Tolkien, i bambini in Lewis), il Re di giustizia Aragorn in Tolkien, e il Leone Aslan di Narnia, che, come nella letteratura medievale, rappresenta Cristo e guida i quattro fratelli nella loro lotta contro il Male.

Per Lewis noi siamo specchi, che possono riflettere la bellezza, la gioia e la gloria e mostrarla ad altre persone, magari inconsapevolmente.

Un grande inglese, il cardinale Newman, volle questa iscrizione sulla sua tomba, all’Oratorio di Birmingham, che era stato frequentato anche da Tolkien: Ex umbris et imaginibus in veritatem. Entriamo nella Verità attraverso ombre e immagini, ombre che possono essere i miti, le favole, le leggende che Lewis ha donato ai bambini e a tutti coloro che possiedono un cuore semplice e aperto, e immagini che sono il riflesso del Vero. Lewis ha restituito il gusto e il piacere della ricerca della verità, ma anche la gioia del sogno, che è tutt’altro che una fuga dalla realtà: “sapere di stare sognando già significa non essere più addormentati”, disse.

Nel linguaggio di Narnia il nostro mondo è chiamato “la Terra delle ombre. La vita vera, la luce piena, è al di là dei sogni e degli specchi.


Lewis aveva compreso che fra i cristiani, e in fondo ciò vale per tutti gli essere umani, sono molte di più le cose in comune che quelle che ci dividono. Occorreva aumentare le relazioni, le occasioni di incontro, sentire l’incontro con chi è diverso come un arricchimento. Occorreva costruire ponti.

La speranza di Lewis si incontrò con quella di un altro uomo, il sacerdote veronese don Giovanni Calabria, che aveva letto uno dei suoi libri di maggior successo, Le lettere di Berlicche, e che gli aveva scritto per manifestargli il suo stupore e la sua ammirazione per quel piccolo libro che con intelligenza e umorismo parlava del mistero del male che agisce nel mondo. Ne nacque una lunga amicizia epistolare che unì, in un filo spirituale ideale ma allo stesso tempo concretissimo, Verona e Oxford.

In occasione dei 50 anni della morte del grande scrittore, Verona intende dunque ricordare questo grande scrittore, questo maestro del ‘900, attraverso un Convegno che vedrà per protagonisti gli studiosi che nel nostro paese hanno fatto conoscere il pensiero e l’opera di Lewis: don Luciano Squizzato, curatore dell’epistolario tra Lewis e san Giovanni Calabria; l’anglista Nancy Antonazzo, l’esperta di letteratura fantasy Roberta Tosi, e infine Paolo Gulisano, studioso della cultura britannica, autore di saggi sui suoi principali esponenti, da Tolkien a Chesterton passando da Lewis del quale è il primo biografo italiano.

Il convegno, organizzato dall’Associazione Romano Guardini in collaborazione con l’Opera don Calabria e il Comune di Verona, si svolgerà venerdì 22 novembre a Verona presso l’Auditorium dell’Opera don Calabria con inizio alle ore 17.30.

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