CAMUS/ “Mia madre è più importante della giustizia”

- Carla Vites

“Tutti coloro che oggi combattono per la libertà, combattono in ultima analisi per la bellezza”. Cento anni fa nasceva Albert Camus. La lettura di CARLA VITES

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Albert Camus (1913-1960) (Immagine d'archivio)

“Tutti coloro che oggi combattono per la libertà, combattono in ultima analisi per la bellezza”. La nozione di bellezza viene da Camus affiancata a quella di natura per descrivere, criticandola con dolore, quella della perdita del “limite” da parte dell’ideologia europea a lui contemporanea, cioè dell’esistenzialismo nichilista e dei sistemi totalitari che è poi quella del postbellicismo e della guerra fredda.

Un’ideologia che affonda le sue radici nell’Ottocento, figlio diretto della riduzione illuministica del concetto di Ragione, ma che soprattutto negli anni Quaranta del secolo XIX doveva darci un'”Europa in fiamme, coperta di urla e di prigioni”, a percorrere la quale ci si trovava di fronte a “uomini di cui non potevo spiegarmi il modo di pensare e di cui non comprendevo le azioni”.

Così l’autore della Peste e dello Straniero.

Camus non comprendeva come “uomini potessero torturare altri uomini senza smettere di guardarli”. Nella Difesa dell’Uomo in rivolta composta nel ’52 e pubblicata postuma, per ribadire con chiarezza le ragioni dell’opera a cui dichiarava di tenere più, Camus dichiara che “storie di delitti simili certo ne avevo letto e ascoltato, ma mi sembravano malgrado tutto, situazioni abbastanza eccezionali che potevano trovare spiegazione nel furore e nella demenza di qualche bruto. Ma durante gli anni Quaranta, queste storie, là dove vivevo, erano il nostro pane quotidiano, e imparavo che il delitto, lungi dal nascere e bruciare per dilagare rapidamente in un’anima criminale, poteva seguire la ragione, farne una potenza del suo sistema, diffondere le sue corti per il mondo, infine vincere, regnare”.

Quello che Camus cercava allora di tesaurizzare per l’uomo così lacerato del suo (e nostro tempo) era appunto proprio un senso del limite, della misura. Un qualcosa che costringesse tanto l’individualismo borghese con la sua morale formale, quanto il cinismo etico tipico delle filosofie puramente storiciste, associate di per sé alla “rivoluzione”, ad accorgersi della logica di distruzione insita in entrambi.

La “Bellezza” veniva invocata come quel fatto che è capace di mandare in cortocircuito i nostri ragionamenti puramente mistificatori, frutto delle nostre debolezze come dei dogmatismi altrui. 

Anticipando sorprendentemente Del Noce, Camus preannuncia l’inevitabile suicidio della Rivoluzione, quando un movimento di “sovversione”, sia esso solitario o collettivo, il cui principio è rimettere tutto in discussione, rifiuta di mettere se stesso in discussione.

E vede, esattamente come Del Noce, l’esito nichilistico della Rivoluzione quando essa, negando ogni senso del limite, non accettando di affermare l’esistenza e la dignità degli altri uomini accanto alla propria, sfocia in una negazione anche di se stessa, cioè nell’ottundimento dell’anima e del corpo, nell’acquiescenza dello spirito a una semplificazione in peggio. 

Quando in un’intervista gli viene chiesto se si considera un maestro della filosofia dell’assurdo ci tiene a spiegare che con questo termine si proponeva, nel Mito di Sisifo, la ricerca di un metodo, non di una dottrina. L’assurdità del mondo deriverebbe solo da una negazione che qualcosa abbia senso. Ma mai Camus ha pensato di fermarsi a questa posizione, bensì da qui, dopo aver vissuto come molti della sua generazione − sono parole sue − “senza morale, professando il nichilismo”, e dopo “avere, come Sartre, sistemato Dio nel magazzino degli accessori”, la sola cosa che temeva, dipingendola acutamente nel ritratto di Clamence, protagonista della Caduta, era diventare un classico intellettuale parigino disilluso.

In questo suo prendere le distanze da certo mondo engagé, del suo (come, purtroppo, nostro) tempo, affermò: “L’indignazione declina. Ma quel che è peggio essa si organizza, si esercita a orari fissi e a senso unico. I nostri protestatari sembrano diventati emiplegici: scelgono perfettamente tra coloro a cui attribuire il titolo di vittima e decretano che gli uni sono degni della massima tenerezza, mentre gli altri sono delle cose oscene” (Hommage à Salvador de Maradiaga, 1956).

Sarà per questo che si è voluto classificare, da parte di taluni, L’uomo in rivolta come un “breviario di filosofia edificante per studenti delle scuole superiori” (Pierre Bourdieu). Oppure sempre per questo suo − come egli stesso racconta − aver appreso l’etica più dal campo di calcio o da quello della scena dei teatri su cui a suo tempo si mosse come attore, anziché da fogli che hanno fatto testo come l’Humanité (il quale, quando l’Armata Rossa invase l’Ungheria e pose fine alla rivoluzione ungherese, titolò: “Budapest ritrova il sorriso”), che a cercarlo nelle antologie per esempio, italiane, degli anni Settanta, non se ne ritrova che un accenno totalmente subordinato alla presenza, invece straripante, di Sartre. Sartre il quale l’Humanité lo leggeva entusiasticamente e lo sventolava come segno di fede nell’uguaglianza e nella fraternità degli uomini a ogni piè sospinto.

Sartre che − sono ricordi lasciati ai suoi studenti da don Luigi Giussani − incontrandolo sulla nave che li portava entrambi in America, abbigliato come negli anni 50 ancora si poteva incontrare normalmente vestito un prete, cioè con la tonaca, disdegnò di sederglisi accanto durante un pasto di bordo in cui l’unico posto rimasto libero era quello accanto a lui, un “prete”.

Sarà sempre per questo che un film stupendo come Il primo uomo di Gianni Amelio, incentrato sull’opera incompiuta, trovatagli in tasca, sotto forma di manoscritto il giorno del suo incidente mortale, Il primo uomo, nei cinema abbia avuto così poco successo di pubblico.

Questo volume porta una prefazione: “A te che non potrai mai leggere questo libro”. È dedicata alla madre, illetterata, sofferente di una deficienza mentale, quasi muta: per lui l’incarnazione dell’innocenza, oltre che del dolore.

Quando Camus fu premiato con il Nobel, gli fu posta una domanda “politicamente corretta”: se fosse favorevole alla guerra di indipendenza algerina. L’Algeria era la terra dove era nato e dove ancora stabilmente viveva la madre. La lotta per l’indipendenza poteva sicuramente essere “corretta” e giusta, ma Camus senza nessun timore, pensando alle bombe che esplodevano ogni giorno negli autobus di Algeri, rispose: “Io credo nella giustizia, ma prima della giustizia difenderò mia madre”.

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