LETTURE/ Intercettazioni e voyerismo, ultima “crisi” degli scrittori in cerca d’Autore

- Fabrizio Sinisi

Le intercettazioni, reali o immaginarie come nel caso di Lucarelli, stanno diventando un genere letterario. Un sintomo del fatto che la letteratura più vivere solo di realtà. FABRIZIO SINISI

telecomunicazioni_centraleR439
Infophoto

Se, come descrive e sostiene Luca Mastrantonio in una sua recente analisi sulle pagine del Corriere della sera, le intercettazioni telefoniche sono ormai diventate un vero e proprio genere letterario, a chi scrive risulta evidente che questo non è che un altro modo – malsano nei mezzi, ma positivissimo nell’esigenza che fa emergere – di rivendicare per la letteratura una funzione conoscitiva: un recupero della verità. 

Anche alla luce di quanto scrive Mastrantonio, provo a spiegarmi. Di che natura è infatti il successo delle intercettazioni telefoniche pubblicate dai giornali? È semplice: esso è tutto nel piacere che sempre procura l’accesso alla verità, perfino nelle sue manifestazioni più misere. E se l’intercettazione telefonica, che è uno strumento (perlomeno inizialmente) giudiziario, viene legittimata in un luogo ad essa non esplicitamente destinato come la letteratura, è segno che evidentemente la letteratura si è tanto allontanata dalla sua funzione di sondaggio del vero, che essa è costretta, come extrema ratio, ad aggrapparsi al buco della serratura per poter ancora vedere

L’intercettazione telefonica dà l’illusione di partecipare ad un segmento di vita altrui: il fatto che essa riporti le parole di persone ignare di essere ascoltate costituisce l’unica ed esclusiva ragione del suo successo. L’idea delle “intercettazioni immaginarie”, genere letterario escogitato da Carlo Lucarelli, è perciò minata alla base e destinata al fallimento: poiché l’unico motivo che rende un’intercettazione interessante è quel minuscolo – per quanto parziale e voyeuristico – contraccolpo di verità che essa fornisce. Perciò, se da un lato la consacrazione letteraria dell’intercettazione è in fin dei conti la legittimazione vampiresca di uno spionaggio, dall’altro è il chiaro sintomo di una letteratura che chiede aiuto: rivendica un rapporto con la verità, e si appende a ciò che della verità sembra poter fornire un benché minimo riflesso. 

C’è un altro punto che, a questo proposito, va messo in luce: ed è cioè se il compito della letteratura sia descrivere la realtà o interpretarla. La separazione delle due operazioni è infatti una questione tutta novecentesca, e perlopiù marxista: un dibattito molto di moda negli anni Cinquanta si chiedeva se la letteratura dovesse “descrivere” la realtà o cercare di cambiarla; e molta letteratura d’oggi vive ancora i gravi sintomi di quella dicotomia. Ogni descrizione infatti (e in letteratura più che mai) è essa stessa un’interpretazione; e un’interpretazione implica un impegno di razionalità, un lavoro sui fattori in gioco che non è – né può essere – una cruda registrazione di essi. 

Perciò la questione delle intercettazioni in letteratura non è da accantonare come una moda o un espediente, ma apre – e continua – una domanda che sta alla base stessa del fare letteratura: e cioè che cosa sia il realismo.

 Il modo con cui uno scrittore descrive la realtà, dice implicitamente di un suo “vederla”; dice una particolare, magari sempre diversa possibilità di attraversamento. La letteratura, anche la più oscura e nichilistica, è sempre una lotta contro la casualità, il tentativo di rendere visibile qualcosa che prima non lo era abbastanza. Non basta quindi riportare sulla pagina un bruto frammento di conversazione: esso non soddisfa la fame di realtà, ma rivela una visione dell’uomo e delle cose piuttosto misera, perché riduce ai minimi termini il corpo del dicibile. 

L’uso dell’intercettazione, strumento neutro, privatistico e quindi non personale, sembra quindi essere proprio un tentativo di risolvere troppo in fretta questa domanda, di fuggire dall’interpretazione, dall’inesorabile lavoro della ragione che la letteratura esige. Ma esprime anche un bisogno: quello che nella letteratura tornino a parlare non le opinioni ma le cose, che nella pagina torni a bruciare qualcosa di vivo e di umano: e questo è un fattore apertissimo e tutto ancora da verificare. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori