ELIOT/ Noi, poveri uomini che dimentichiamo il tempo eterno

- Daniele Gigli

C’è un tempo eterno, un ritmo eterno a cui ogni uomo, che lo sappia o no, desidera accordarsi. Ad esso T.S. Eliot ha dedicato “The Dry Salvages”, il terzo dei “Quartetti”. DANIELE GIGLI

1. C’è un tempo eterno, un ritmo eterno a cui ogni uomo, che lo sappia o no, desidera accordarsi. È un desiderio di tutte le mattine, di tutte le volte in cui aprendo gli occhi ci chiediamo senza chiedercelo quale sia il nostro posto nel mondo, in quale angolo della giornata troveremo l’esperienza della pace.

È a questo tempo eterno, e alla sua intersezione con il tempo meschino della quotidianità e del calcolo, che Eliot guarda lungo l’intero dispiegarsi dei suoi Quartetti. Ed è nel terzo di essi, The Dry Salvages, che il contrasto tra il tempo delle cose e il tempo dell’uomo, tra un tempo unitario e naturale e un tempo sezionato e ansiogeno, viene più chiaramente in primo piano fin dalla possente immagine d’apertura, in cui la descrizione del fiume abbraccia a volo d’aquila il corso dell’intera storia umana: «Non so poi molto degli dei; penso però che il fiume/ Sia un forte dio bruno – imbronciato, selvatico, intrattabile,/ Paziente fino a un certo punto, dapprima visto come una frontiera;/ Utile e infido per trasportare commerci;/ Infine solo un problema per costruttori di ponti./ Risolto il problema, il dio bruno è quasi dimenticato/ Dagli abitatori di città – sempre, comunque, implacabile/ Ancora con le sue stagioni e le sue ire, distruttore, memoratore/ Di ciò che gli uomini hanno scelto di scordare. Non onorato, non propiziato/ Dagli adoratori delle macchine, ma in attesa, vigile e in attesa» (T.S. Eliot, The Dry Salvages, 1, 1-10).

In una manciata di versi, Eliot schizza la paradossale condizione che muove l’evoluzione umana, quella condizione per cui tanto più l’uomo acquista capacità tecnica nell’abitare il mondo, tanto più rischia di allontanarsi da quel sentimento elementare di sé, da quell’esperienza di finita infinitezza che del suo abitare il mondo intuisce e indirizza il senso. Ecco allora, nello sguardo delle generazioni che si susseguono, il passaggio da un’umanità atterrita dall’esserci delle cose, e perciò ad esse devota, a un’umanità così scaltrita, così presuntamente padrona di sé e del mondo che abita da tentare continuamente di sezionarlo e dominarlo. Ed ecco allora il fiume – dio temibile e ombroso – divenire dapprima un mezzo da sfruttare con cautela, quindi un seccante intralcio da gestire. 

2. Ma sotto l’illusione del possesso, persiste in ogni uomo la percezione di una inesorabile alterità delle cose, del loro essere date. Se anche gli uomini hanno scelto di scordare, il dio bruno resta vigile e in attesa, pronto a richiamarli alla loro finitezza, all’appartenenza a un tempo e a un luogo di cui – per quanto possano misurarli – essi non sono padroni, ma servi. 

È infatti, quello misurato dalla «campana che rintocca», «un tempo» che «non è il nostro tempo», un tempo che è «più antico dei cronometri, più antico/ Del tempo contato da ansiose donne preoccupate/ Che giacciono sveglie, calcolando il futuro,/ Tentando di distessere, sbrogliare, srotolare/ E rimettere insieme il passato e il futuro,/ Tra la mezzanotte e l’alba, quando il passato è tutto inganno/ Il futuro senza futuro» (The Dry Salvages, 1, 35-44).

È una percezione vertiginosa che a stento l’uomo ammette, sovente preferendo la distrazione o il suo specchio, l’indagine curiosa di particolari slegati da una visione d’insieme e la brama spasmodica di indovinare il domani. Così, l’intento “gestionale” delle ansiose donne eliotiane vira alle diverse latitudini umane nei tentativi più disparati e disperati: successo, carriera, maghi e fattucchiere, rubriche di gossip. Tutto parificato, tutte droghe intellettuali con cui tentiamo di soffocare il fiato della morte e l’obiezione che questo fiato fa alla nostra inestinguibile brama di vita: «Comunicare con Marte, conversare con gli spiriti,/ Stilare rapporti sul comportamento dei mostri marini,/ Fare l’oroscopo o l’aruspice, scrutare i cristalli/ Scorgere malattie nelle firme, evocare/ Biografie dalle rughe dei palmi/ E tragedie dalle dita; assegnare destini/ Per sortilegio, o con foglie di te, sfidare l’inevitabile/ Con carte da gioco, sviolinare con pentagrammi/ di barbiturici, o dissezionare/ L’immagine ricorrente in terrore pre-conscio –/ Esplorare ventre tomba sogni: sono questi gli usuali/ Passatempi e droghe e rubriche del giornale» (The Dry Salvages, v, 184-195). 

3. Che cosa rode, a Eliot, che cosa lo corrode in questi versi, in questa descrizione tanto più dura quanto più cristallina dei nostri poveri tentativi di figurarci la felicità? Se anche in prima battuta potrebbe darne l’impressione, quella del poeta non è affatto una condanna di questi tentativi. Al contrario, è un lamento addolorato per la loro caduta verticale, per una capacità di figurarsi il bene, il proprio bene, resa immiserita e povera, perché scissa dall’esperienza – propria di tutti gli uomini – di una dimensione altra, di un tempo eterno che precede e detta il ritmo al tempo umano. «La curiosità degli uomini cerca passato e futuro/ E s’aggrappa a queste dimensioni. Ma imparare/ Il punto d’intersezione del senza tempo/ Con il tempo è un’occupazione da santi/ E nemmeno un’occupazione, ma qualcosa che è dato/ E tolto, nella morte di tutta una vita in amore/ Ardore e dedizione e resa di sé» (The Dry Salvages, v, 199-206). 

Qualcosa che è dato e tolto, come il mondo intero, come il dio bruno e imbronciato che scorre accanto alle nostre case e a volte ci ricorda che c’è, che ci siamo noi, che il fatto che ci siamo o non ci siamo non è indifferente. Sono «solo cenni e supposizioni/ Cenni seguiti da supposizioni». Ma quel che si intuisce, perché non resti fossilizzato nelle supposizioni, va pregato, pregato e seguito: «Ci sono solo cenni e supposizioni/ Cenni seguiti da supposizioni; e il resto/ È preghiera, osservanza, disciplina, pensiero e azione./ Il cenno mezzo intuito, il dono mezzo compreso è l’Incarnazione» (The Dry Salvages, v, 212-215).

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