TOLKIEN/ Re Artù e quell’inedito che ci aiuta ad amare la realtà

- Paolo Gulisano

Arriva nelle librerie italiane la traduzione di un’opera inedita (e incompleta) di J.R.R. Tolkien, “La caduta di Artù”. Il professore di Oxford la iniziò negli anni 30. PAOLO GULISANO

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J.R.R. TOLKIEN

Mentre è appena uscito il secondo episodio cinematografico ispirato allo Hobbit, arriva nelle librerie italiane la traduzione di un’opera inedita di J.R.R. Tolkien, La caduta di Artù. Il perfetto tempismo farebbe pensare ad una strenna natalizia, ma non è così. L’opera è apparsa in Inghilterra a maggio, e solo per problemi editoriali e di traduzione esce ora nella traduzione italiana. 

Si tratta di un libro assolutamente particolare: un’opera incompleta che il professore di Oxford iniziò negli anni 30, poco prima di scrivere Lo Hobbit, e che poi lasciò da parte. Un progetto ambizioso – un poema in versi allitterativi, che il figlio superstite Christopher ha voluto curare e offrire ai tanti estimatori del padre, che in queste pagine non troveranno gli abati Hobbit, gli elfi, i nani, ma la più antica mitologia dell’antica Britannia, e non solo.

Re Artù: un nome che echeggia da secoli per l’Europa, evocando affascinanti immagini di valorosi cavalieri, di luoghi incantati, di misteri insoluti riguardanti il Santo Graal o l’Isola di Avalon.

Un mito letterario, ma anche il protagonista storicamente possibile di eventi realmente accaduti 1.500 anni fa nell’isola di Britannia. Una leggenda medievale che continua a vivere anche all’alba del ventunesimo secolo, accendendo ancora una volta la fantasia degli uomini, chiamando nuovamente l’attenzione dei cantastorie su di sé, suscitando nuove versioni del suo mito, rappresentate, oltre che sulla carta, anche sul grande schermo, già in passato più volte ispirato dal grande re, dalla sua spada Excalibur, dalla sua meravigliosa corte di Camelot.

Artù è più vivo che mai, nella fantasia e nei sogni. La sua leggenda non finisce, una leggenda dai molti significati, dai valori profondi, arcaici, strettamente intrecciati con la storia e i miti dell’Europa. 

Anni fa, in una fortunata versione cinematografica del mito di Artù, Excalibur di John Boorman, il Mago Merlino pronunciava queste suggestive parole: la maledizione degli uomini è che essi dimenticano. Una frase quanto mai vera, e sulla quale riflettere.  

La memoria, sembrava dirci Merlino, è tra le risorse umane una delle più importanti: occorre coltivarla come una virtù, con amorevole attenzione. Ci può salvare dalla superficialità di giudizio, dall’ingratitudine, da una vita senza gusto e significato, facendoci invece considerare con più attenzione le realtà con le quali bisogna sempre fare i conti: il bene e il male, il futuro e il passato, il mistero della vita.

Le storie di Merlino, di Artù, dei Cavalieri della Tavola Rotonda, nella loro fervida immaginazione, hanno il pregio di non dimenticare queste questioni fondamentali. 

Sta tutto qui il loro fascino, quello che fa produrre ancora nuove spettacolari versioni del mito: non è una pura evasione dalla realtà per rifugiarsi nella fantasia, ma è forse l’occasione per volgere lo sguardo verso cose grandi, verso noi stessi e la nostra anima assetata di Bellezza, verso le stelle, cercando i segni del nostro destino.

Il grande creatore di miti Tolkien non potè non confrontarsi con il mito eterno di Artù, e forse in questo confronto rimasto incompiuto ci sono i germi di quella letteratura dell’immaginario  sviluppata in seguito dal grande scrittore inglese: una letteratura che – paradossalmente − può essere lo specchio dei gusti, degli umori e addirittura della condizione psicologica dell’epoca moderna, esprimendo i dubbi, le paure, le domande insoddisfatte, le esigenze profonde dell’animo umano. I miti, i simboli, le leggende e le tradizioni ci rivelano noi stessi, e il mito e il simbolismo medievale di Artù forse più di ogni altro.

Al centro di tutto il medioevo c’era il simbolo: la vita dell’uomo medievale era inscritta in un universo simbolico, dove ogni forma del pensiero, artistica, mistica, teologica, si basava su di esso. L’esperienza quotidiana era esperienza spirituale, nutrita dai simboli che la provocavano, la animavano, le conferivano un valore profondo. L’abilità narrativa e la fervida immaginazione di chi scolpiva le cattedrali gotiche, con i suoi mostri e le sue creature fantastiche, o di chi scriveva la storia della Cerca del Santo Graal o le peripezie di un Re e della sua spada incantata adoperavano il linguaggio del simbolo, che  trasfigurava la realtà stessa, ed è stato capace di mantenere la sua intensità e il suo valore, trascorrendo, inattaccabile, il tempo e la storia.

L’epica, da Omero a Tolkien passando per le gesta di Re Artù, è sempre un racconto universalizzato della condizione, dei sentimenti, dell’animo dell’uomo, una narrazione esemplare della parabola umana. La leggenda medioevale di Re Artù costituisce dunque una breccia verso l’Eterno, che supera le dimensioni storiche della vicenda stessa. Artù, nato come una figura di condottiero britanno che difende la propria terra dall’invasione degli stranieri Sassoni, diventato nel medioevo un mito per l’Inghilterra, simbolo della regalità e fiore della cavalleria inglese, ha assunto definitivamente la dimensione di un mito per l’Europa.

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