LETTURE/ Perché non basta un libro a darci la felicità?

- Cecilia Ricci

Secondo George Steiner i grandi capolavori sono abitati da un significato sempre eccedente. Che noi attendiamo. Ma perché tutto si deve fermare alla cultura? CECILIA RICCI

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George Steiner (Immagine dal web)

Esiste una forma di memoria che è portatrice di libertà. È questa in estrema sintesi la grande lezione di George Steiner, grande vate ebreo del crepuscolo della cultura occidentale, “ultimo degli europei” come lo ha definito Amit Majmudar. Lettore instancabile dei classici della tradizione umanistica occidentale, Steiner è da sempre nemico delle specializzazioni e delle rigide classificazioni di moda negli studi umanistici. Del resto la sua sterminata produzione, che affronta con il medesimo acume critico il significato delle grandi opere del teatro classico e della letteratura (Antigone e La morte della tragedia, Tolstoy o Dostoevsky), e si addentra nelle spinose questione di politica internazionale e nel dibattito sulla teoria estetica (Vere Presenze, Linguaggio e silenzio, Nessuna Passione spenta, I libri che non ho scritto) impedisce di irretirlo nei limiti precisi di una scuola di pensiero.

Steiner si inserisce perfettamente nel solco della tradizione ebraica (sebbene secolarizzata) nella misura in cui difende il carattere “testuale” dell’identità. In altri termini esistono, per Steiner, dei classici (come la Bibbia, i poemi omerici, le opere di Shakespeare, Kafka, Dostoeskij, Joyce e tanti altri) che colgono direttamente la verità delle esperienze che abbiamo vissuto.

Il repertorio totale della sensibilità occidentale, dalle universali esperienze della morte, del dolore, della gioia fino alle sfumature private di paesaggi interiori e inaccessibili, è stato “riformulato” dai classici. «Dopo Van Gogh i cipressi ardono, dopo Klee gli acquedotti camminano» (Nessuna passione spenta, p. 44). In Linguaggio e silenzio Steiner scrive: «Chi ha letto la Metamorfosi di Kafka e riesce a guardarsi allo specchio senza indietreggiare è forse capace, tecnicamente parlando, di leggere i caratteri stampati, ma è analfabeta nell’unico senso che conti realmente» (Lingaggio e silenzio p. 25). La nostra identità è pertanto ri-letta e forgiata dai classici. 

Questa capacità di “rifigurazione” è possibile solo perché i grandi capolavori sono abitati da una “vera presenza”, quella di un significato sempre eccedente. Steiner ha trascorso l’intera esistenza a difendere e “testimoniare” sul piano estetico l’incontro con questa presenza. È solo grazie ad essa che possiamo rendere ragione di ogni nostro piacere letterario. Ecco perché Steiner definisce l’esperienza di godimento estetico, quell’estasi che ci sorprende quando leggiamo una poesia, ascoltiamo un brano di Bach o siamo rapiti da un quadro, come la «scossa della corrispondenza», l’incontro inaspettato con qualcuno o qualcosa che colma la nostra inconsapevole attesa. In Vere Presenze Steiner scrive: «il testo, la struttura musicale, il quadro o la forma soddisfano delle aspettative, dei bisogni che non conoscevamo. Aspettavamo qualcosa e non sapevamo che esistesse, che ci potesse completare» (Vere Presenze 1999, p. 172). E ciascuno di noi, ci dice Steiner, «ha conosciuto questi ingressi non richiesti, non aspettati di ospiti irrevocabili». 

Ma l’ebreo Steiner si spinge oltre e ricorre alla carnalità del cristianesimo e delle sue categorie per cogliere la dinamica dell’incontro con la Presenza. Per questo, la “visitazione” inaspettata assume i caratteri dell’Annunciazione e del miracolo eucaristico, i due avvenimenti che ci ricordano che «siamo monadi perseguitate dal desiderio di comunione». 

Dall’eccezionalità di questo incontro può maturare solo la gratitudine. In fondo, sembra dirci Steiner, è un assedio che abbiamo sempre atteso; viene in soccorso alla “straniamento della nostra condizione”, senza mitigarlo ma acuendo la percezione di essere una “terra incognita” a noi stessi. In tale gratitudine si nasconde l’inizio della vera libertà. Infatti, nell’avvenimento dell’incontro con la Presenza nascosta nell’opera, il lettore è libero o meno di accettare la sua potenza comunicativa. Ha il “diritto” di essere sordo, indifferente, di opporre “il vuoto di percezione all’opera”. Ma questo, come spiega Steiner, è «il diritto assoluto di coloro che sono privi di libertà» (Vere Presenze, p.149) perché la vera libertà nasce da una gratitudine disposta ad accogliere. «Laddove la serietà incontra un’altra serietà, l’esigenza un’altra esigenza […] laddove l’arte e la poetica […] incontrano il potenziale ricettivo di uno spirito libero, succede ciò che si avvicina il più possibile a una realizzazione esistenziale della libertà» (Vere Presenze, p. 150). 

Custodire gelosamente il proprio passato letterario, artistico, musicale, farne memoria, significa aprirsi alla possibilità di questo incontro miracoloso con la “vera presenza”, il cui dono più grande è il senso di profonda gratitudine che apre alla vera libertà.

Eppure l’incontro è pienamente estetico. Se la “presenza” di cui parla Steiner assume i tratti di un entità misteriosa, di un eccedenza che rende ultimamente “significativa” ogni opera, il suo valore rimane circoscritto al piano culturale. In altri termini, la scommessa sulla trascendenza o sulla “vera presenza” del senso rimane un’ipotesi utile allo sviluppo dell’arte ma non incide realmente sull’esistenza e non limita la crudeltà della storia. La barbarie del XX secolo è l’espressione del fallimento dell’ideale umanistico, il segno tangibile di una promessa tradita perché l’annuncio estetico della “vera presenza” non ha arrestato la violenza della storia. La risposta della critica è quindi spuntata e vive di una connaturale impotenza etica. Forse è proprio tale debolezza dell’arte che conduce Steiner a oscillare continuamente tra l’idea di “vera presenza” e quella di “ipotesi di senso”. Come scrive in La barbarie dell’ignoranza, la scommessa sulla trascendenza è «un salto verso quello che non si può provare, è solo un’ipotesi: potrebbe non esserci questa riassicurazione».

C’è una profonda spaccatura nel pensiero di Steiner: l’opera creata non ha niente a che vedere con l’esistenza umana dove la posta in gioco è molto più alta. Se sul piano artistico può ancora valere l’idea di un’ipotesi di senso che sorregga l’intero edificio artistico, di fronte alla concreta fatica dell’esistere si sgretola ogni presenza che mantenga solo un carattere ipotetico.  

Non è sufficiente “l’ipotesi” di un Senso e i contorni della “vera presenza” sfumano in direzione del «peso insopportabile della sua assenza» (La barbarie dell’ignoranza 2005, p. 68). 

Inchiodata alla sola dimensione “culturale” l’Annunciazione di Steiner è senza promessa, il miracolo eucaristico incapace di salvezza.

Che memoria può essere quella che da una parte considera Omero, Shakespeare, Heidegger, Bach i pilastri della cultura occidentale e dall’altra finisce per ridurli a rifugio dove ripararsi dalle crudeltà di una storia ingiusta? Quale libertà può scaturire dalla letizia così effimera come quella del piacere unicamente letterario ed estetico?

È l’abbraccio di un’altra “presenza” quello che attendiamo. Quello che è iniziato in una grotta a Betlemme e che ci sostiene nel sopportare la fatica quotidiana vincendo il nostro male. È solo in virtù di questa Promessa che abbraccia il desiderio dell’uomo che è possibile parlare, in misura minore, della “scossa della corrispondenza” provocata dai grandi capolavori della cultura occidentale.

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