ARTE/ La speranza di papa Francesco è la stessa di Giovanni e Pietro

- Francesco Baccanelli

“Davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza”. Lo ha detto papa Francesco. Viene in mente un quadro di Eugène Burnand. FRANCESCO BACCANELLI

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Eugène Burnand, Il mattino della Resurrezione (1898) (Immagine dal web)

La parola “speranza”, in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, ricorre quasi quotidianamente nei nostri discorsi. Aspettiamo con inquietudine spiragli di luce, prospettive inedite, opportunità incoraggianti. Ma quando si presenta l’occasione favorevole, purtroppo, non sempre siamo pronti a prenderci quei rischi necessari a trasformare i semplici desideri in qualcosa di concreto.

Sembra quasi che per noi la speranza sia diventata una “tela di Penelope” da cucire con i sogni e da disfare, codardamente, con le paure. Se da un lato ci piace cullarla tra i nostri pensieri, coprendola di costanti attenzioni, dall’altro stiamo più che mai attenti a non tradurla in atto. 

Probabilmente, cedendo un po’ all’insospettabile fascino del pessimismo dei nostri tempi, ci siamo dimenticati del suo vero significato. E dire che, per recuperarlo in pieno, basterebbe sfogliare la Bibbia, dove speranza e fede si alimentano a vicenda, illuminando anche le situazioni in apparenza più buie.

Pensiamo, ad esempio, ai sentimenti provati da Pietro e Giovanni il mattino di Pasqua: «Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro» (Gv 20, 1-4).

I due apostoli si mettono a correre. Ingaggiano, involontariamente, una gara di velocità. Del resto, è impossibile per loro avvicinarsi al sepolcro a passo lento. Neanche la spossatezza accumulata nei giorni precedenti può fare da freno. A muovere le loro gambe, infatti, non è una semplice curiosità. È qualcos’altro. Qualcosa che l’artista svizzero Eugène Burnand (Moudon, 1850 – Parigi, 1921) nel più famoso dipinto dedicato all’episodio, I discepoli Pietro e Giovanni accorrono al sepolcro il mattino della Risurrezione, riesce a raffigurare a meraviglia: la speranza.

Quest’opera, eseguita nel 1898 e conservata al Musée d’Orsay di Parigi (fino al 1° maggio, tuttavia, è visibile a Roma, a Castel Sant’Angelo, nell’ambito della mostra Il cammino di Pietro), rappresenta un momento imprecisato della corsa dei due apostoli. Il cielo che li sovrasta ha tonalità insolite, che vanno dal giallo al bianco, e ospita uno sparuto drappello di nuvole grigio-viola in fuga. Pietro ha già diverse primavere sulle spalle e porta scolpite sul volto tracce di dolori recentissimi. 

Ma la speranza, testimoniata dagli occhi fiduciosi e dal passo veloce, tutto a un tratto sembra averlo ringiovanito. Giovanni, invece, ha una sensibilità fanciullesca e, correndo a mani giunte, trattiene a stento il pianto. Non sanno ancora con certezza cosa sia accaduto a Gesù, ma la loro fede non vacilla perché è sostenuta dalla speranza.

Burnand riproduce la corsa dei due apostoli con evidente partecipazione emotiva e sembra riconoscere nella risolutezza l’unico vero atteggiamento con il quale si può inseguire la speranza. Il pittore svizzero vuole spronarci a inseguirla con decisione. Le persone di mezza età e gli anziani devono mettere da parte i risultati della loro esperienza e lanciarsi verso le prospettive più inattese, mentre i giovani devono armarsi di coraggio e vincere le ansie di chi conosce ancora troppo poco della vita.

Vengono in mente le parole che in Cani perduti senza collare Gilbert Cesbron affida al giudice Lamy, impegnato a spingere il disincantato Marcel a una visione delle cose più ottimistica: «Se la speranza non esiste, cosa faccio io qui, questa notte? È inteso, voi avete ragione – ma ragione secondo la maniera dei medici, degli psichiatri e degli psicologi: ossia, nove volte su dieci. Ma la decima probabilità, mio caro, la decima, che si chiama Grazia, se uomini come voi e come me non la tentano, chi la tenterà? […] Preferite essere al servizio della Speranza e della Fiducia o al servizio delle statistiche e dei “Ve lo avevo ben detto…”?».

Dobbiamo riscoprire la speranza. Dobbiamo correre senza paura come hanno fatto Pietro e Giovanni il mattino di Pasqua. E dobbiamo seguire con attenzione e affetto le parole che Papa Francesco ci ha rivolto nell’omelia della Messa di inizio del suo ministero petrino: «Anche oggi davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi la speranza. Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza! E per il credente, per noi cristiani, come Abramo, come san Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è stato aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio».

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