LETTURE/ La nostra libertà “malata” di uomini senza padri

Noi, cresciuti nel mito e alla scuola della libertà di Sartre, possiamo ancora imparare a scegliere il bene? A proposito de “Il padre. Libertà dono”, di Claudio Risé. GIUSEPPE BONVEGNA

13.07.2013 - Giuseppe Bonvegna
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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1668) (Immagine d'archivio)

C’è una domanda che l’odierno relativismo della scelta non riesce a eliminare dal cuore dell’uomo e che riecheggia anche nella scena finale del film Blood (attualmente nelle sale), mentre il protagonista si allontana sotto un cielo plumbeo in riva al mare di Scozia e si ricorda che, quand’era piccolo, suo padre gli diceva di allacciare bene il cappotto, se non voleva farsi portare via dal vento. Eppure adesso lui, ormai adulto, il cappotto non se lo allaccia, proprio per lasciarsi inondare da quel vento e l’anziano padre ancora vivo resta «solo un uomo» che, un tempo, diceva quelle cose per mettergli paura e che, adesso, si è appena addossato la colpa dell’uccisione di un sospettato di omicidio che invece spettava a lui. 

E tuttavia, l’umanità di quel padre lascia trasparire qualcosa che va oltre l’umano, perché poche scene prima egli era sorridente di fronte alle lacrime del figlio che avrebbe voluto impedirgli di addossarsi la responsabilità di quel delitto: il padre, ex capo di polizia in pensione, sapeva che esso era stato compiuto dal figlio poliziotto in nome della sua guerra disperata contro l’ingiustizia, ma sapeva anche che, a un certo punto, il figlio aveva intuito che solo un perdono poteva sconfiggere la viltà e l’inganno di se stesso. Quel cappotto allora può essere lasciato aperto non nonostante, ma proprio perché c’è quel padre ed è la sua umanità a consentire che il figlio possa andarsene libero incontro al vento.

La libertà di cui è dotato l’uomo non può infatti consistere soltanto (sartrianamente) nella possibilità di scegliere cosa fare, in quanto la stessa capacità di scelta si attiva nella forma della sequela o del rifiuto di un bene che, in svariati modi, qualcuno propone ad essa come meritevole di essere perseguito: ecco perché oggi la domanda lasciata senza risposta, ma, proprio per questo, sempre più bruciante riguarda chi o che cosa è in grado di attivare la capacità di scelta dell’uomo (liberandolo dall’illusione relativistica che sia egli stesso l’unica fonte della propria libertà) e questo è anche il motivo per cui risulta ancora fondamentale che Claudio Risé (psicoterapeuta e docente di Psicologia dell’educazione nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano Bicocca) nel suo ultimo libro, riproponga all’attenzione del grande pubblico il tema del padre: Il padre. Libertà dono. La guarigione psicologica oggi, Ares, Milano 2013.

Non saper o non poter riconoscere nella propria vita quell’Oltre verso cui la nostra libertà di scelta è strutturalmente orientata significa condannarsi a ripetere i gesti senza capire (come recita una nota canzone di Claudio Chieffo) e non è un caso che Risé, nel suo libro, legga in parallelo padre naturale e Padre celeste: perché, se è vero che da questa noia di vivere qualcuno è stato salvato solo dall’incontro con la carne di Cristo nella storia, è anche vero che, per fortuna, ancora ognuno di noi ha un padre che, almeno una volta nella vita, ci ha chiesto di seguirlo sfidando la nostra libertà di scelta con un invito che costituisce ancora l’unica forma di carità possibile a questo mondo e che, perciò, è capace di guarirci dalla malattia psichica dello scegliere senza una finalità.

C’è infatti un grido d’aiuto che sale dalla nostra società, in quanto il modello della libertà intesa solo come arbitrio risulta profondamente disumano non fosse altro che perché l’azione dell’uomo non riesce più ad assumere le caratteristiche della virtù (intesa come disposizione a compiere il bene) e viene ridotto a eco di un irrisorio e ultimamente cattivo “perché no?”, di cui Clive Staple Lewis, nell’Abolizione dell’uomo (1943), smascherava il carattere di essere «un potere esercitato da alcuni uomini sopra altri uomini con la Natura a fungere da strumento». Il risultato di questo delirio di onnipotenza, nel quale il “tu puoi” si è trasformato in un “tu devi”, è infatti (drammaticamente) la depressione dei più deboli e la cattiva coscienza dei più forti che, pur condividendo e promuovendo quel delirio, continuano tuttavia ad ereditare dalla tradizione i mezzi psicologici per sottrarvisi o, quanto meno, per salvarsi al momento opportuno.

Il libro di Risé costituisce, assieme fortunatamente a contributi anche di altri autori (come quello di Mario Binasco recensito di recente su queste stesse colonne), uno strumento utile perché questo inganno venga smascherato.

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