IL CIELO IN UNA STANZA/ Perché da casa Chesterton si vede il mondo intero?

- Ubaldo Casotto

“Il cielo in una stanza” non è più solo una canzone di Gino Paoli, è anche il titolo della mostra che quest’anno il Meeting di Rimini dedica a Gilbert Keith Chesterton. UBALDO CASOTTO

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Gilbert Keith Chesterton (Immagine d'archivio)

“Il cielo in una stanza” non è più solo una bella canzone di Gino Paoli, è anche il titolo della mostra che quest’anno il Meeting di Rimini dedica a Gilbert Keith Chesterton.

Un convincimento profondo dello scrittore inglese vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900 era che non è possibile parlare dell’infinito, tendere all’infinito, desiderare l’infinito, cercare l’infinito, amare l’infinito…  se non dentro l’esperienza umana del limite. Puoi amare tutta l’umanità se, come Francesco d’Assisi, ami il lebbroso che incontri per strada. Puoi innamorarti continuamente di tutte le donne se corteggi quotidianamente quella che hai sposato. Puoi scrivere una poesia se stai dentro la metrica dei versi. Puoi dipingere un quadro se hai una cornice. Puoi essere libero se hai un limite, il limite e l’occasione che ti è offerta dalla realtà.

Puoi, quindi, girare il mondo se hai una casa in cui tornare. 

È la storia dell’Uomo vivo (a proposito: sei vivo se hai due gambe, non solo se hai un’anima), il grande romanzo di Chesterton che a Rimini sarà rappresentato in una riduzione teatrale. Manalive è l’uomo più comune di Inghilterra (si chiama Smith) al quale accadono cose straordinarie. Perché questo è il bello dei romanzi d’un tempo – dice Chesterton – che persone normali vivevano avvenimenti eccezionali. Il romanzo moderno ha rovesciato la prospettiva: racconta delle vite normalissime (e noiose) di persone alterate nella psiche. 

Innocenzo Smith parte da casa sua, esce dal cancello del giardino con la siepe e il lampione tinto di verde, cammina sempre dritto, fa il giro del mondo e rientra a casa dalla porta del retro. Chesterton pensa sia questo il modo migliore per scoprire e apprezzare casa propria, anzi l’unico vero motivo per cui si ha una casa: conoscere il mondo.

All’Uomo vivo ne capitano veramente di tutte: viene processato per furto, tentato omicidio, effrazione, bigamia… Sotto queste accuse si nasconde il modo avventuroso con cui Innocenzo Smith si porta il mondo in casa, fa “suo” l’universo.  

Il suo singolare percorso per tornare a casa gli fa scoprire il paradiso: “Voglio dire – spiega a giro del mondo ultimato – che se per me c’è una casa su in cielo, davanti ad essa deve esserci un lampione tinto di verde e una siepe, o qualche cosa di concreto e inequivocabile come un lampione verde e una siepe. E voglio dire che Dio mi ha ordinato d’amare e di servire un determinato luogo, e mi ha fatto fare, in onore di esso, una quantità di cose anche bizzarre, affinché questo luogo potesse servirmi a testimoniare, contro tutti gli infiniti e tutti i sofismi, che il Paradiso è in una data località e non dappertutto: è qualche cosa di preciso e non già qualsiasi cosa. E in fin dei conti non sarei troppo stupito se, davanti alla mia casa su in cielo, ci fosse davvero un lampione verde”.

Chesterton dice insomma che il modo più umano di spendere la propria vita è portare il mondo in una stanza, non per rinchiudercelo come fanno le ideologie con i loro schemi astratti e precostituiti, ma nel senso di dilatare casa propria (e la propria mente) alle dimensioni del mondo.

Il passo da “il mondo in una stanza” a “Il cielo in una stanza − Benvenuti a casa Chesterton” è stato allora breve.

La mostra è in fondo un’intrusione semi-autorizzata in casa Chesterton, riprodotta secondo la sua facciata originale nei padiglioni della Fiera di Rimini: lo studio, il salotto, la camera da letto, la cucina, il bagno, la cantina e il giardino. Passando di stanza in stanza incontrerete il suo mondo: la sua passione per i duelli intellettuali, il suo senso dell’amicizia anche per il nemico, la sua idiosincrasia per tutto ciò che diventerà politicamente corretto, il suo amore per la moglie Francis, lo stupore per l’essere, il realismo al limite del materialismo più prosaico, le sue poesie, la sua venerazione per la ragione e la fantasia, i suoi paradossi, padre Brown, la “follia” di san Francesco d’Assisi e il rigore logico di san Tommaso d’Aquino, il furore terrorista degli anarchici dell’Uomo che fu Giovedì e la forza rivoluzionaria “dell’unica religione in cui Dio per un istante è stato ateo”.

Ne uscirete forse frastornati. All’esterno della casa potrete trovare l’Osteria volante  (titolo di un suo fortunato romanzo contro il proibizionismo alcolico di un’Inghilterra invasa dai musulmani), un carretto di mescita di birra alla spina prodotta da un monastero di monaci che si professano “chestertoniani”. Prosit.

PS. Ho dimenticato di dirvi che di quella mostra sono il curatore insieme ad Annalisa Teggi (traduttrice di “Manalive”, aGloria Garafulich (editore della Chesterton Review, il giornale del Chesterton Institute for Faith & Culture), ad Andrea Monda (ex bancario, professore di religione, animatore culturale, scrittore, insomma: chestertoniano) e a Edoardo Rialti (professore di letteratura inglese, traduttore e saggista, autore di una “chestertoniana” in diciassette puntate sul Foglio).

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