PROFEZIA E POESIA/ Il salmista e il poeta greco: non sempre la ragione incontra ciò che cerca

MORENO MORANI presenta il tema dell’incontro “Profezia e poesia. La voce del salmista e la voce del poeta greco di fronte all’emergenza uomo” che si terrà oggi al Meeting di Rimini

20.08.2013 - Moreno Morani
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Fratelli, sopra il firmamento deve abitare un Padre amorevole… Senti il Creatore, mondo? Cercalo sopra il firmamento”. Sono alcune parole dell’Ode alla Gioia di Federico Schiller che Beethoven pose in musica in uno dei passaggi più ispirati e più ricchi di spiritualità della sua ultima sinfonia. Ma sono parole che potrebbero rappresentare idealmente una traccia per leggere e seguire l’esperienza dell’uomo greco.

La recente enciclica Lumen Fidei pone l’accento sulla “fame di verità” del mondo greco e rileva in più punti come questo atteggiamento di ricerca della verità abbia portato quel mondo a elaborare un bagaglio di idee e di conoscenze che permise al cristianesimo primitivo di avere nel mondo greco “un partner idoneo per il dialogo”. Fatto ancora storicamente più rimarchevole, “l’incontro del messaggio evangelico con il pensiero filosofico del mondo antico costituì un passaggio decisivo affinché il Vangelo arrivasse a tutti i popoli, e favorì una feconda interazione tra fede e ragione”. Altre osservazioni di tenore similare sono state più volte proposte in testi del magistero di Benedetto XVI e sono ora riprese e ribadite da Papa Francesco nella sua prima enciclica. Basterebbero già queste poche parole per affermare l’importanza di una lettura del mondo greco che faccia perno sul tema della ricerca di Dio e sul tentativo di rispondere alle eterne ed essenziali domande sull’uomo.

In questa prospettiva, la lettura dei testi poetici può avere un ruolo di grande importanza, sia perché la filosofia (almeno nella sua definizione tecnica) si affaccia in un momento successivo, sia perché nella civiltà greca arcaica e classica il poeta ha un ruolo importante: il suo prestigio e la sua autorevolezza non sono determinate unicamente dalla capacità compositiva ed espressiva, ma la sua figura tende ad assumere un ruolo sostanzialmente profetico: l’ispirazione poetica è qualcosa che pone il poeta in diretto contatto con la divinità, e quindi lo eleva al di sopra dell’umanità comune. Per questo alle parole del poeta viene riconosciuta un’importanza speciale.

Chi legge la poesia greca si rende conto di quanto sia profondamente inscritta nel sentire dell’uomo greco la percezione della precarietà dell’uomo. “Sogno di un’ombra è l’uomo” afferma il poeta lirico Pindaro, e “non siamo altro che immagini, tutti noi che viviamo, ombra leggera”, ribadisce in una sua tragedia Sofocle. Questa constatazione non impedisce all’uomo di essere perfettamente conscio anche della sua dignità e della sua posizione speciale all’interno del creato: sa di essere limitato, di non poter determinare se non in misura minima il proprio destino, di non essere in grado di sapere se domani o fra pochi istanti esisterà ancora, ma questo non gli impedisce di essere conscio della propria dignità: nell’uomo ci sono istinti e pulsioni oscure condivise con le bestie e i bruti, ma c’è anche una parte nobile (la ragione, lo spirito) che lo rende consanguineo agli dèi: “Siamo prossimi agli immortali per grandezza di mente o per natura, pur non sapendo quale percorso di giorno o di notte il destino ci ha prescritto di compiere” afferma ancora Pindaro. 

E’ sorprendente rilevare come posizioni di questo genere si ritrovino (spesso anche con parole molto simili) anche in vari autori dell’Antico Testamento. Per circoscrivere anche qui il nostro esame ai testi poetici, noteremo che nel libro dei Salmi l’idea della fragilità dell’uomo viene ribadita con un’insistenza quasi esasperata. “L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa” (Ps. 144); “come ombra è l’uomo che passa; solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga” (Ps. 39). Nel contempo, è altrettanto presente, anche qui, l’idea della superiorità dell’uomo sul resto del creato: “che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi” (Ps. 8).

Il poeta greco e il Salmista riflettono dunque ed elaborano una concezione dell’uomo che prende spunto da una comune percezione. Per entrambi lo sguardo dell’uomo tende naturalmente a scrutare il cielo e a cercare Dio, ed anzi è questa una delle caratteristiche intrinseche che lo qualificano come uomo. Anche nel libro dei Salmi leggiamo: “Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio” (Ps. 14).

Una rilettura comparata dei testi poetici della tradizione e dell’Antico Testamento è dunque interessante per rilevarne gli aspetti comuni: in entrambi emerge la rappresentazione di una umanità ansiosa che cerca di capire il significato della propria esistenza e di mettersi in rapporto con un Tu più alto che certamente deve esistere “sopra il firmamento”.

Ma se questo è il punto iniziale, il séguito della vicenda si dipana in modi profondamente divaricati. Per l’uomo greco la ricerca del divino e il tentativo di dare risposte alle domande fondamentali può utilizzare come unico strumento la razionalità (che proprio per questo motivo viene valorizzata fino alle estreme possibilità) ed è una storia fatta di intuizioni e di delusioni, in un continuo oscillare di speranza e di disperazione: piccole scintille che si accendono in modo discontinuo in un panorama tendenzialmente nebbioso e buio. L’uomo greco non dispone di una Rivelazione, ma questo non gli impedisce di avere dei momenti di acuta percezione del divino: la sua preghiera, pur se rivolta a divinità che tali non sono, ha accenti di delicatezza e di tenerezza che mostrano momenti di straordinaria disponibilità. 

All’uomo dell’Antico Testamento Dio si è fatto conoscere e non solo ha risposto alla domanda di comprensione dell’uomo, ma addirittura gli si è presentato ancora prima che questi lo sollecitasse: la conoscenza del divino non è frutto di un’intuizione, ma è un avvenimento e una storia: “Ho cercato il Signore e mi ha risposto” (Ps.34); “Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore” (Ps. 78). Ciò non significa che questa storia sia lineare e priva di incertezze: è una storia fatta di speranza e di angoscia (perché vi sono momenti in cui sembra che il Signore si sia nascosto e non corrisponda ai desideri dell’uomo), di tradimenti e di ribellioni, perché l’uomo ebraico è altrettanto insofferente e desideroso di autonomia quanto il suo contemporaneo greco.

Siamo dunque di fronte a due storie di cultura e di esperienza umana ricche di spessore e interessanti, pur nella loro diversità. Toccherà al cristianesimo valorizzare gli aspetti positivi dell’esperienza greca e istituire una sintesi feconda fra tradizione ebraica e tradizione greca.

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