GIUSSANI/ Davison (anglicano): mi ha insegnato di nuovo la mia fede

- Andrew Davison

Per ANDREW DAVISON “La teologia protestante americana” di Luigi Giussani è un libro illuminante. Leggendolo, ha potuto riscoprire la tradizione di fede dalla quale proviene

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Immagine di archivio

Ho scelto American Protestant Theology di don Luigi Giussani senza sapere molto cosa aspettarmi. Mi sono sorpreso non tanto dal fatto che fosse un buon libro, quanto dal modo in cui lo era. Mi aspettavo di trarre beneficio da ciò che emergeva delle opinioni di Giussani. Infatti, egli si pone quasi interamente sullo sfondo e racconta una storia: la storia dello sviluppo della teologia protestante americana.

Nel suo scritto, don Giussani mostra la sua erudizione senza ostentarla. Qui, pur senza cercare di sembrare intelligente, è tremendamente e ovviamente erudito. American Protestant Theology è un lavoro di una maestria impressionante. Il libro è un’aggiunta significativa ai volumi di Giussani tradotti in inglese, non da ultimo perché dimostra che Giussani si pone con umiltà di fronte al lettore inglese.

Questo lettore non può fare a meno di essere affascinato dai modi in cui il protestantesimo americano a volte si allinea con l’approccio proprio di Giussani, altre volte se ne differenzia. Ad esempio, il cristocentrismo rappresenta una somiglianza. Per citare un’altra caratteristica, Giussani descrive una tradizione che era a volte fortemente individualistica, a volte fortemente comunitaristica. Una scuola poneva un’enfasi su un forte individualismo, un’altra scuola poneva un’enfasi onnicomprensiva sull’aspetto sociale, a un livello tale che il cristianesimo a stento riguarda l’individuo.

In contrasto a questa alternativa, la visione di Giussani non era individualistica, ma neanche sociale fino al punto di sopprimere l’individuo: poneva l’individuo in intero comunitario, ma  si occupava anche della dimensione “esistenziale” dell’individuo: che ognuno di noi è chiamato a fare una scelta, a vivere. 

Giussani aveva a cuore, nell’economia e nella vita cristiana, un piccolo gruppo: né l’individuo singolo né la collettività anonima. Potremmo dire che tutta la concezione di economia di Giussani (anche la sussidiarietà) e il suo approccio alla vita spirituale fosse un punto fermo contro l’anonimità. L’anonimità, dopo tutto, è allo stesso modo una caratteristica dell’individualismo e del comunitarismo amorfo. Giussani rifiutava entrambi.

Per Giussani, la vita cristiana deve essere vissuta in comunità, evitando l’anonimità. Dobbiamo abbracciare la particolarità concreta di dove siamo e – soprattutto – chi conosciamo e chi amiamo. Attraverso il libro troviamo che i teologi protestanti americani apprezzavano il disinteresse. Qui Giussani mi colpisce quando sottolinea il contrario: amiamo meglio non amando in generale ma amando il particolare.

I miei amici di Cl mi chiedevano sempre “perché è importante per te”. È stato importante perché mi ricorda che Cl mi ha aiutato a riscoprire il protestantesimo della mia giovinezza (la mia tradizione è ora molto influenzata dalla tradizione del cattolicesimo anglicano e dal tomismo). Cl mi ha ricordato il valore della sensibilità protestante perché ho trovato in Cl il meglio dell’approccio protestante alla cristianità: c’è uno zelo che io altrove incontro più spesso nell’evangelicalismo; c’è anche un’attenzione  all’esperienza, che mi ricorda la tradizione carismatica che mi sono lasciato alle spalle.

Di conseguenza, posso dire con tutta serietà che è stato un movimento romano cattolico – è stato Cl – che mi ha aiutato a riappacificarmi con il mio passato protestante. Nel riscoprire che cosa significa l’esperienza – sebbene nel modo attentamente conciliante di Giussani – ho trovato una nuova comunanza con amici e colleghi protestanti.

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