LETTURE/ Il “non-uomo” di Solženicyn sfida il nostro quieto vivere

Una raccolta di racconti dell’ultimo Solženicyn (“L’uomo nuovo”, 2013) mostra bene come l’uomo, anche sotto la peggiore ideologia, possa decidere a chi appartenere. GIOVANNA PARRAVICINI

26.08.2013 - Giovanna Parravicini
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Aleksandr Solzenicyn (1918-2008) (Infophoto)

“Uomo – suona orgoglio!”, ripetevano gli ideologi sovietici per illustrare le nuove mete cui sarebbe assurta l’umanità. L’uomo nuovo – che in questo caso sarebbe coinciso con l’homo sovieticus – si sarebbe lasciato alle spalle il suo limite, il suo male, sarebbe divenuto finalmente padrone del proprio destino. A prezzo, però, di ripudiare valori e virtù «borghesi» come la libertà, la misericordia, il perdono, e naturalmente la religiosità. 

Tale era l’utopia comunista. Ma anche all’interno dell’utopia – e questo è il grande tema di Solženicyn – resta all’individuo, a ogni individuo, uno spazio di scelta, di decisione che può renderlo “uomo nuovo” nell’accezione dell’ideologia oppure, esattamente al contrario, secondo altre, misteriose leggi della sua natura che la Bibbia definisce sinteticamente con la parola «cuore». È questo il tema della raccolta di racconti appartenenti all’ultimo periodo di Solženicyn, scritti nel Vermont e in Russia, ora pubblicati da Jaca Book (L’uomo nuovo, 2013) a cura di Sergio Rapetti dopo la recente uscita del romanzo giovanile inedito Ama la rivoluzione!

Quest’ultima è un’opera profondamente autobiografica, che Solženicyn era riuscito fortunosamente a mettere su carta nel 1948 in un campo di lavoro per scienziati, la šaraška di Marfino, affidandola poi a una coraggiosa funzionaria del lager che gliel’avrebbe riconsegnata anni dopo. Un’opera in cui l’autore fissava il mutamento che stava avvenendo in lui, intellettuale comunista e brillante ufficiale arrestato durante la guerra, costretto dalla vita a rivedere tutte le proprie convinzioni. Già qui, sullo sfondo del gigantesco dramma della seconda guerra mondiale, si avvertiva lo svolgersi di un altro e più radicale dramma, il faticoso ma inarrestabile cammino dell’«io» umano verso la scoperta della verità, passando dagli slogan altisonanti e vacui dell’utopia, al terreno aspro e accidentato, ma solido, della realtà. Era il cammino percorso da un intero popolo, di cui Solženicyn ha sempre avvertito la responsabilità di custodire la memoria e la coscienza, e insieme il suo stesso cammino personale, tracciato attraverso la figura del protagonista.

In questa nuova raccolta di racconti degli anni senili, invece, ci sfila davanti un’intera galleria di personaggi, una teoria di destini umani che navigano seguendo la corrente oppure tentano coraggiosamente di invertire la rotta per inseguire i propri ideali, evidenziando che cosa sia in realtà il percorso della vita, quell’«emergenza uomo» che può assumere una valenza negativa o positiva, segnalare un pericolo mortale che incombe sull’umanità oppure la sua irriducibilità, un processo di asservimento o, viceversa, un processo liberatorio che si svolge contemporaneamente di fronte al tribunale della storia e al tribunale della coscienza.

Il cedimento comincia quasi inavvertitamente, nei recessi della propria coscienza, quando l’uomo agisce in base a un criterio che non aderisce alla verità. Tutto, poi, viene di conseguenza a questa resa di cui nessuno è testimone, ma che l’uomo – se è onesto con se stesso – non può non riconoscere dentro di sé: “gliene era rimasto come un sedimento sul cuore“, osserva Solženicyn raccontando la storia del professore universitario che chiude un occhio sull’impreparazione di uno studente “proletario” per considerazioni di convenienza politica, togliendo così a se stesso e all’allievo la dignità della fatica e del frutto del proprio lavoro. Un cedimento piccolo, una crepa quasi inosservata che si apre nel cuore umano, ma che è destinata a sfociare nella delazione e in ben più gravi tradimenti per aver salva la propria vita.

Solženicyn non minimizza la brutalità delle condizioni esterne con cui si trovano a dover fare i conti, ad esempio, le due giovani donne protagoniste del secondo racconto, Nasten’ka. Ma mostra anche come si possa cercare semplicemente di mettersi in salvo, finendo per soffocare in sé l’umano, per ridursi alla somma dei propri sensi ed istinti – come nella vicenda della prima; oppure si possa percorrere una via dolorosa ma purificatrice, che non perde mai di vista, in ogni condizione, l’ideale: nel caso della seconda protagonista, il senso dell’educazione, della compassione per le giovani anime che le sono affidate.

Ma l’ “uomo nuovo” può trasformarsi addirittura nel “non-uomo”, quando giunge all’abiezione di chi cavalca semplicemente l’ideologia per ricavarne vantaggi e profitti – gli agi della vita, una lussuosa dacia, i favori del capo – senza peritarsi di passare sopra le sofferenze e il grido dei più deboli: è la storia dello scrittore che, ricevuta da un lager la lettera straziante di un giovane contadino deportato, se ne serve cinicamente per dare qualche tocco di “colore popolare” alle sue opere. È proprio questo “non-uomo” che Solženicyn ha combattuto, nella nuova Russia in cui aveva fatto ritorno negli ultimi anni di vita, e che oggi rende così pressante l’appello “emergenza uomo”.



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