CRISTIANOFOBIA/ Quel totalitarismo laico che “perseguita” la Chiesa di Roma

- Massimo Serretti

Per MASSIMO SERRETTI, l’idea di tolleranza è un paradigma per cui il soggetto dominante è quello politico, che arriva a voler determinare anche la libertà religiosa dei cittadini

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In un recente incontro, Papa Francesco ha stigmatizzato umoristicamente coloro che nella Chiesa venerano la «dea lamentela» e non cessano di mormorare e brontolare sulla cattiveria dei tempi che corrono. D’altro canto la stessa liturgia cattolica invita tutti i cristiani a «riconoscere i segni dei tempi» e quindi a non trascurare l’esercizio del giudizio sulla storia in atto. È proprio seguendo questo invito che intendiamo richiamare l’attenzione su una linea di tendenza esplicitata anche dal Cardinale Angelo Scola nel suo ultimo libro Non dimentichiamoci di Dio, dedicato alla libertà religiosa. Proprio dalla culla anglosassone del mondo liberale si levano sempre più acute e più numerose le voci di tradimento. Si parla di «mito della tolleranza laica» (J. Coffey), di «tirannia del liberalismo» (J. Kalb), di «intolleranza dei tolleranti» (D. Carson), di «emergenza di una nuova religione» laica (H. London) e addirittura di «epoca secolare» (C. Taylor), di «storia di una buona idea finita male» (A. Dacey) e così via di seguito fino a prospettare un nuovo totalitarismo laico (secular) non vagheggiato, ma in atto nella società inglese e nordamericana presente.

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Controprova: «lo scandaloso silenzio» dei media occidentali su eclatanti casi di persecuzione dei cristiani nel mondo che Rupert Schortt ha messo in evidenza nel suo, fresco di stampa, Cristianophobia. A Faith under Attack. Di che cosa si tratta? Qual è il fenomeno che si evidenzia e che anche nell’Europa continentale da anni sta mostrando le sue unghie? Sembra trattarsi di una mutazione del liberalismo classico e dell’idea di tolleranza da esso sviluppatasi. Ma è proprio così? Ci sono due dati che possiamo utilmente richiamare alla memoria. Il primo è l’atto di supremazia di Enrico VIII e il secondo è l’idea di “tolleranza” che si sviluppa a partire dalla pace di Westphalia e che viene rigorizzata in particolare dal pensiero politico liberale inglese.

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L’atto di supremazia pone il potere politico al di sopra della Chiesa, svuota la Chiesa della sua autorità propria, distinta da quella politica, divide il cristianesimo in due, demonizzando come inaccettabile la parte di esso che non accetta la subordinazione da esso imposta. Di qui la persecuzione sistematica dei cattolici, a partire da Tommaso Moro e Giovanni Fisher, che dal 1535 fino alla fine del XVII secolo, saranno impiccati alla forca di Tyburn (Londra). L’idea di “tolleranza” che prende forma dalla guerra delle divisioni successive è un paradigma secondo il quale il soggetto dominante, sotto ogni aspetto, è quello politico. Se ci si chiede: tolleranza di chi? La risposta è: del centro del potere politico.

Da questa prima definizione dipende anche la seconda. Tolleranza verso chi? Verso coloro che si sottomettono a quel potere secondo i contenuti da esso definiti, compresi quelli religiosi. Se ritorniamo a questi primordi cinque-seicenteschi dell’idea liberale ci accorgiamo con facilità che la mutazione della forma storica attuale del liberalismo anglosassone, da un lato è tale, cioè, ci sono delle variazioni in corso, ma dall’altro si trova su una linea di continuità rispetto alle sue origini. La mutazione che rileviamo, insieme agli osservatori critici nordamericani e inglesi, è che l’atto di supremazia non aveva come bersaglio critico il cristianesimo come tale, ma solo la sua versione romana, cattolica, mentre l’ideologia laicista che ormai presiede le logiche istituzionali nei paesi menzionati e non solo, ha di mira il cristianesimo in tutte le sue forme di presenza sociale pubblica.

Il punto di continuità lo si nota nel fatto che è lo stesso e medesimo principio a essere in azione: la politica ospita la religione, la politica decide della religione. Come fu l’Imperatore a comandare la costruzione del Pantheon di Roma, così è l’Amministrazione a progettare e realizzare il World religions parliament di Chicago 1893 (cf. in proposito il giudizio di J.K. Chesterton). A questo rapporto vizioso tra politica e religione, Stato e Chiesa, fa da pendant l’istituzione correlativa di un rapporto erroneo tra ragione umana e Rivelazione ebraico-cristiana. Anche nel caso di questa seconda chiave interpretativa è reperibile una simmetria tra le forme del pensiero che ha supportato il liberalismo classico e quello attuale.

Così si esprimeva John Henry Newman al riguardo: «Per liberalismo io intendo la falsa libertà del pensiero ossia il pensiero che si esercita in un campo in cui, per la struttura della mente umana, non può raggiungere nessun risultato soddisfacente, ed è perciò fuori luogo. In questo campo rientrano i principi di qualunque genere; e tra questi, i più sacri e importanti sono da considerarsi le verità della Rivelazione. Il liberalismo commette l’errore di assoggettare al giudizio umano quelle dottrine rivelate che per loro natura l’oltrepassano e ne sono indipendenti; e di pretendere di determinare con criteri immanenti la verità e il valore di proposizioni la cui accettazione si fonda esclusivamente sull’autorità esterna della Parola di Dio» (Apologia pro vita sua, Nota sul liberalismo, tr. it. p. 305).

Se l’organo intellettuale del potere politico inglese cinque-seicentesco in campo filosofico religioso ebbe come suo contenuto il rovesciamento dell’ordine tra ragione umana e Rivelazione, quello del potere politico statunitense attuale cavalca e finanzia la cosiddetta “teologia del pluralismo delle religioni”. Caratteristica comune a entrambi è l’affermazione della irrilevanza, nonché della nocività politica, della pretesa di verità del cristianesimo e oggi, benché in un certo modo anche allora, dell’ebraismo. Entrambi, infatti, in quanto fanno capo alla Rivelazione, non dismettono una pretesa veritativa, che, secondo i teorici di corte attuali, è foNte di conflitti.

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