FEDE & RAGIONE/ Caro Scalfari, le risposte che cerchi sono in un cuore che aderisce, non nel pensiero che dibatte

- Eugenio Mazzarella

In un editoriale Eugenio Scalfari ha svolto alcune riflessioni sulla figura di Papa Francesco e sulla Chiesa, ponendosi alcune domande. Prova a rispondere EUGENIO MAZZARELLA

papafrancesco_saluto1R439
Papa Francesco (Infophoto)

In un editoriale “laico” sulla figura di Papa Francesco e sul suo incipiente pontificato, “scandalo benefico per la Chiesa di Roma”, Eugenio Scalfari svolge alcune partecipi riflessioni sulla Chiesa pastorale – “militante e missionaria” – di Francesco, contrapponendola alla tradizionale Chiesa istituzione, che tutti, o quasi tutti, i suoi predecessori avrebbero scelto di “rappresentare” nel mondo. Nella successione apostolica Francesco rappresenterebbe una cesura agostiniana più che paolina (Dio è fondamentalmente l’amore per il prossimo) come militia Christi (il lascito ignaziano del gesuita Francesco) che indossa i prediletti panni francescani di Madonna povertà. Un novum sul soglio di Pietro che Scalfari saluta con grande adesione sentimentale, anche se la consapevolezza storica gli fa notare che la Chiesa istituzione di Roma, quale che sia la ridondanza del suo ambivalente rapporto con il potere, ha il non piccolo merito di aver resistito alla laicizzazione della modernità molto meglio delle confessioni protestanti che l’avevano contestata, consentendo un’agibilità mondana molto maggiore alla stessa Chiesa pastorale, e in definitiva al messaggio cristiano.

Un’agibilità che grazie alla Chiesa istituzione di Roma dura ormai da duemila anni. Il che fa concludere a Scalfari, pur augurando lunga vita a Papa Francesco, di non credere che ci possa essere un Francesco II: senza la Chiesa istituzione non sopravviverebbe a lungo neanche la Chiesa pastorale, a conferma “che Gesù non sarebbe diventato Cristo senza un San Paolo”. Il che avrà anche una sua verità storica, ma sottace il fatto che nell’economia della salvezza, a quanto sappiamo da Paolo, Gesù Paolo se lo andò a cercare; il che almeno vuol dire che da quel punto di vista, che è il punto di vista del credente, il Potere non è a priori fuori, come strumento, dai fini della fini della salvezza. Ma è tema che travalica le possibilità di una nota sull’editoriale di Scalfari, che peraltro ha gli accenni più coinvolgenti in alcune domande che il fondatore di Repubblica rivolge a Francesco, al Papa del Dio misericordioso, che testimonia senza giudicare: “Chi sono io per giudicare i gay o i divorziati che cercano Dio?”.

I quesiti sono canonici, di un illuminista non credente, e però affascinato dalla predicazione di Cristo: 1) “se una persona non ha fede né la cerca, ma commette quello che per Chiesa è un peccato, sarà perdonato da Dio?”; 2) “il credente crede nella verità rivelata, il non credente pensa che non esista alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma una serie di verità relative e soggettive; questo modo di pensare per la Chiesa è un errore o un peccato?”; 3) “Papa Francesco ha detto durante il suo viaggio in Brasile che anche la nostra specie perirà come tutte le cose che hanno un inizio e una fine. Anch’io penso allo stesso modo, ma penso anche che con la scomparsa della nostra specie scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio e che quindi, quando la nostra specie scomparirà, allora scomparirà anche Dio perché nessuno sarà più in grado di pensarlo. Il Papa ha certamente una sua risposta a questo tema e a me piacerebbe molto conoscerla”.

Non sono ovviamente in grado di ipotizzare come Francesco risponderebbe a Scalfari, e tuttavia provo ad abbozzare sui suoi quesiti qualche riflessione, piuttosto che risposte, anche perché in senso proprio risposte a quei quesiti possono farsi avanti solo in Scalfari, nel cuore che aderisce e vi ragiona più che in un dialogo che argomenta, perché su questo terreno resteremmo comunque nell’ambito della filosofia; e quello che Scalfari pone è in ultima istanza un problema di fede.

Parto dall’ultima domanda, e nel mio piccolo, da uomo a uomo, penso che per la verità di Dio, nel senso della sua scomparsa con la scomparsa dell’uomo che l’avrebbe pensato (immaginato a sua immagine secondo la lezione della sinistra hegeliana), non c’è molto da temere. La dico così: noi siamo un pensiero di Dio che pensa Dio, o che è chiamato a pensarlo. Se siamo questo – se “crediamo” di essere questo, il punto è sempre tutto qui, nel credere – non c’è nessun problema insormontabile per la scomparsa di Dio se scompare la “carne del mondo” su cui oggi gira ilsoftware del pensiero di Dio, nel doppio senso del genitivo, che siamo.

In qualche modo Dio che ci ha pensati, facendoci essere, continuerà a pensarci, mentre continueremo a pensarlo o a essere chiamati a pensarlo. Posta la co-creazione di sé e dell’altro in Dio, è sufficiente che resti Dio (un caso che certo non siamo noi a poter concedere se si dà, come i credenti credono si dia) perché in una qualche forma noi continuiamo a essere “creati”, a non scomparire come creature di Dio, sebbene non più “in questo mondo” che andasse a sparire. Non so se Scalfari lo sa, ma egli ripropone in panni illuministici, privi della luce della fede, un’acquisizione della mistica cristiana: “Se io non fossi stato, neanche Dio sarebbe stato. Che Dio sia Dio, io ne sono la causa; se io non fossi stato, neanche Dio sarebbe stato Dio”. Eckhart, si tratta di lui, nel Sermone 52, non sta deducendo il pensiero di Dio dal pensiero dell’uomo – Dio dall’uomo, come un’anima laica moderna potrebbe leggere – ma sta più semplicemente dicendo che Dio nasce nel cuore dell’uomo, che da sempre come sua creatura è nato in Lui, co-creato con Lui nella nascita eterna di Dio a se stesso. Nell’impianto teologico-speculativo di Eckhart, nella sua origine, l’uomo è uno con la “deità”, ed è dunque, nella radicalità e nell’eternità del suo essere, contemporaneo alla generazione della “deità” come “Dio-origine”, il Dio delle creature che da sempre ci ha voluti coinvolgere nella sua vita come Dio in se stesso, nella sua “deità” al di là di ogni parola e di ogni sapere.

Un po’ complicato, ma sufficientemente lineare, per il quesito teologico di Scalfari. Ma questa risposta, se è un risposta, non è priva di conseguenze. Moralmente una sola. Il compito che ne viene, più che chiedersi se Dio continuerà a nascere in me in un “ancora poi” dopo di me come mi conosco e amo, è di farlo nascere oggi nel mio cuore Dio, fino all’ultimo giorno utile che ho, finché sono in tempo. E questo è il messaggio di Cristo. Raccolto questo messaggio, almeno nel suo contenuto morale erga omnes, credenti e non credenti, l’amore per il prossimo, la risposta ai primi due quesiti di Scalfari potrebbe procedere così. Certo, posto che il peccato (nozione di natura essenzialmente teologica, cioè religiosa; in filosofia e in diritto si parla di male morale, di errore, di colpa, sempre e soltanto in relazione alla ragione o a una legge naturale o positiva) consista secondo la definizione di Agostino di “parole, opere o desideri contro la legge eterna”, è difficile ritenere in peccato chi non crede all’Assoluto e alla legge eterna che ne può venire, essendo il peccato teologicamente inteso sì errore, colpa, male morale, ma come libera e volontaria trasgressione, in pensiero, parole, opere o omissioni, della volontà di Dio, di cui la legge sarebbe espressione.

E però questa non conoscenza della volontà di Dio, se non si traduce in un’iscrizione alla nascita nel registro dei peccatori (al netto del tema del peccato originale che ci coinvolge tutti), non individua per questo una franchigia nel giudizio che verrà (ma anche a dire il vero in un confessionale dei gentili più a portata di mano) per un illuminista che della sua non credenza o ignoranza si avvalesse a scusante a priori di ogni sua azione, quale che sia. Perché anche se si volesse esentare un non credente dal rispondere per le sue azioni di “peccato mortale”, nel senso di un disordine consapevole e voluto rispetto al fine ultimo, cioè l’allontanamento da Dio come Sommo Bene, e dal momento che gli manca la nozione stessa e la credenza di questo fine ultimo in linea di principio si può, questo non vuol dire che non gli si potrà imputare, come altrettanto “mortale” per la sua anima, il disordine, che ogni ragione, anche la ragione illuminista, ben può conoscere circa i beni correlati e dipendenti dal Bene supremo e a esso subordinati, ma da quel Bene supremo non meno amati di se stesso: cioè gli uomini, gli altri uomini, e la loro umanità.

Anche senza credere a Dio, seguire Cristo (e Francesco) è impegnativo. Proprio per questo al momento opportuno penso che se ne terrà conto, senza eccessi di fiscalismo teologico. Però è da dire che il fascino che viene da Francesco, che fa dire a Scalfari “ma come fa costui ad essere così”, diverso dagli altri, è il fascino di un cristiano, di qualcuno che ha incontrato non solo Gesù, rabbi in Galilea, ma Cristo, il Figlio di Dio, e gli ha creduto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori