VITA GIUSSANI/ 2. Wolfsgruber: un’apertura mai vista di mente e cuore

- Carlo Wolfsgruber

Oggi esce, per i tipi di Rizzoli, “Vita di don Giussani” di Alberto Savorana. La testimonianza di CARLO WOLFSGRUBER alla recente Assemblea internazionale responsabili di Cl

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Don Luigi Giussani

Testimonianza di Carlo Wolfsgruber sul libro di Alberto Savorana “Vita di don Giussani”. Assemblea internazionale responsabili di Cl, 26 agosto 2013.

Ho conosciuto don Giussani nel ’57, sui banchi della mia prima liceo classico (avevo 16 anni) e poi, in seguito, dieci anni dopo, nel 1967 nei Memores Domini. Debbo attestare che il “don Gius” che il libro di Alberto Savorana mi ha restituito è proprio il don Gius che ho conosciuto io, senza forzature fatte a scopo agiografico o censure fatte a scopo di difesa; è proprio lui, è proprio quello che ho conosciuto io. 

Di questo libro così ampio vorrei fare due serie di considerazioni molto brevi, se riesco, come spero.

1. La prima considerazione è legata a una frase che è stata detta ieri pomeriggio, mi sembra, una frase bella, mi è piaciuta molto: «Gesù accese l’accendino», e don Giussani accese l’accendino. Cosa vuol dire accese l’accendino? Non ha parlato del buio, non ha parlato della luce, ha semplicemente acceso qualcosa che produceva la luce; non è stato un insegnamento, è stata un’esperienza. Stamattina è stato detto – anch’io non riesco a dire quello che pur mi ero preparato, senza riandare a stamattina, perché stamattina è stato realmente, penso per tutti noi, un avvenimento da quelli da cui non si può tornare troppo facilmente indietro – stamattina è stato detto: «Quel “Maria!”, quell’avvenimento che ha sconvolto quella donna per lei fu un di più di essere, un di più Maria». E questo è stato per me sempre il segno del divino, cioè che io, incontrando don Giussani e incontrando il Movimento, avevo effettivamente incontrato il Dio presente perché il “di più me stesso”, l’essere me stesso era impossibile per me e non era certamente un gruppo, pur qualificato, pur anche umanamente molto interessante come Cl, che avrebbe potuto – io lo sapevo benissimo – che avrebbe potuto restituire me a me stesso come io non sarei stato mai capace. «Quel “Maria!”, quell’avvenimento che ha sconvolto quella donna, per lei fu un di più di essere, un di più Maria; questo è ciò che è arrivato a noi attraverso l’incontro con il don Gius». 

Questo è stato detto stamattina. A me ha riecheggiato quello che nel libro è riportato del discorso che sempre Julián Carrón ha fatto al funerale di don Giussani. Carrón ha detto a un certo punto, rivolgendosi a don Gius: «Il tuo sguardo non potrà mai scomparire dai nostri occhi» perché quello sguardo attraverso cui ci siamo sentiti guardati da Gesù ha acceso l’accendino; non ci ha detto chi era Gesù, non ci ha spiegato chi era Gesù, non ci ha spiegato chi eravamo noi, ha acceso l’accendino. Spesse volte mi diceva: «Tu non avresti dovuto esserci qui in Cl. Tu, con il tuo carattere, tu non avresti dovuto esserci». Me l’ha detto diverse volte e io non ho mai pensato che fosse un’offesa, pensavo che fosse un’espressione affettiva, era come dire: guarda che tu sei qui non per una conseguenza di fattori antecedenti, ma perché preso da un’impossibile corrispondenza. 

Sì, io sono qui perché preso da un’impossibile corrispondenza, perché Giussani ha acceso l’accendino nella mia vita e io sono stato afferrato da un’impossibile corrispondenza e non avrei dovuto esserci, ma ci sono. Mi sono chiesto, domandato più volte: ma tu ti stai auto convincendo? Forse perché ho avuto a che fare per tanti anni con i giovani e quindi sono stato aiutato a farmi delle obiezioni dalle obiezioni che mi venivano fatte; loro mi facevano delle obiezioni e io ero costretto a farmele anche io, non potevo rispondere alle loro obiezioni senza rispondere a me stesso. E mi sono spesse volte domandato: ma non è che ti stai auto convincendo? E devo dire che ho sempre cercato di rispondermi, non ho mai lasciato cadere questa domanda, neanche una volta, non mi sono mai tacitato in questa mia verifica o in questa mia critica. E credo che anche questo sia un esito dell’educazione che ho avuto da don Giussani e da Cl e sono molto contento − nonostante non avessi mai dovuto esserci − di esserci, perché è molto interessante aver avuto un tipo di educazione di questo genere. 

Una volta mi ricordo che l’obiezione mi mise alle corde. Non riuscii a rispondere a me stesso come avevo sempre fatto e non me la cavavo. Allora mi ricordo che un giorno ho chiesto a Giussani, quasi litigando: «Guarda che se io mi accorgo che tutto inizia e finisce con il tuo temperamento, io faccio un’ira di dio, perché io non avrò mai il tuo temperamento e, quindi, come farò a fare la tua esperienza?» E lui mi rispose di botto e mi disse: «Io ti do le ragioni». Fu uno dei momenti in cui io, se non fossi stato in Cl, sarei entrato in quel momento perché lì si apriva visibilmente, sensibilmente, tutto il problema della verifica perché la verifica la si fa con delle ragioni. Mi ricordo che sin dai primi giorni di scuola lui ci aveva sfidato dicendoci: «Guardate che Cristo con l’uomo non bara perché si sottopone totalmente al vaglio della verifica dell’esperienza dell’uomo, perciò anche noi non dobbiamo barare con Cristo», e barare con Cristo vuol dire smettere di verificare. Tanto è vero che a me una delle cose che più colpisce è una frase del libro Tracce d’esperienza cristiana, quello dei miei tempi, in cui dice questa frase assurda − io la trovavo assurda, poi con il tempo, man mano che il tempo passa, mi sembra sempre meno assurda, sempre più ragionevole −, che diceva: «Noi fin quando ci è fatta la proposta sarebbe sleale smettere di verificarla». È una cosa incredibile. Incredibile come dipende dalle esigenze della propria ragione. Un uomo così… io non l’ho mai visto! Fino a quando ci è fatta la proposta, non verificarla sarebbe slealtà. 

2. C’è una seconda serie di considerazioni. Stamattina è stato detto: «L’eco dell’avvenimento originale riaccade attraverso la sua umanità»; parlava di don Giussani. Di questa sua umanità il libro è pieno di postille, ci sono infinite postille di questa sua umanità e Savorana le ha raccolte tutte, e quindi sarà molto interessante andare ad incontrarle. 

Ma la sua umanità era quella di uno che quando eravamo in prima liceo ci sfidava, e per sfidarci ci esibiva sotto la faccia della presunzione di noi sedicenni la famosa frase di Terenzio: «Sono uomo, non sento estraneo a me niente di umano». Questa era una frase che lui usava quasi tutte le volte che entrava in classe e noi capivamo che lui lo stava dicendo di sé, come uomo e come cristiano, non c’era differenza da come lo diceva, non riuscivamo noi (almeno io, gli altri… penso anche gli altri) a distinguere se la diceva come cristiano o come uomo, era una frase detta da questo uomo, da questa umanità «Homo sum, nihil humani a me alienum puto», sono uomo e non sento estraneo a me niente di umano. E noi ci sentivamo sfidati perché noi eravamo lontanissimi da questo, avremmo voluto essere così, ma non eravamo assolutamente così, e intuivamo che invece lui lo era. 

Certo Giussani era un genio – genio nel senso tecnico del termine, sicuramente, e quindi davvero in lui l’umanità veniva fuori in tutta la sua potenzialità in una maniera clamorosa, inaudita; ma chi aveva mai visto niente di simile?! Chi l’aveva mai immaginato?! L’avevamo forse… anzi, non forse, l’avevamo atteso, questo sì; non immaginato, ma atteso sì, tanto è vero che quando l’abbiamo trovato, l’abbiamo riconosciuto. Ma era un genio in cui l’umanità era esposta in tutta la sua potenzialità, e una potenzialità – appunto – inaudita, dove si vedeva però che la fede, la sua fede, la rendeva più consapevole (come è stato detto stamattina) e più facile. E poi «io ti do le ragioni», quindi io potevo verificare e far diventare mia l’esperienza di un genio che aveva incontrato la fede, nel modo con cui lui l’ha incontrata e l’ha vissuta… Io non avrei mai dovuto esserci, insomma, però potevo verificare perché mi dava le ragioni. E verificare l’esperienza di un genio era un’esperienza anche umanamente molto interessante, perché lui diceva: «ti do le ragioni» di una posizione che non sospende mai la coscienza. In cinquant’anni di frequenza che non era quotidiana ma quasi, giorno e notte, non l’ho mai visto neanche per una volta – giuro – in cinquant’anni abdicare alla coscienza, era sempre sul pezzo, sempre vigile, sempre presente, sempre autocosciente; sempre, giorno e notte, sempre! 

Io potevo far mia questa esperienza perché lui mi dava le ragioni, e posso farla mia. E vivo nella speranza e nell’attesa che diventi mia, perché mi ha dato le ragioni, e le ragioni, oltretutto, non sono neanche delle ragioni, è un ambito, è un luogo dove queste ragioni mi passano per osmosi. Un’inaudita determinazione a non mollare la coscienza, un’inaudita apertura di cuore e di mente; mai visti niente di simile! E poi era brianzolo, oltretutto. I brianzoli dicono che più aperti di loro non ce n’è, però la leggenda popolare sui brianzoli è un po’ opposta. 

Comunque, io non ho mai visto niente di simile. Una curiosità attiva senza sponda; [per] lui le sponde era la ragionevolezza; una sensibilità acutissima e quindi… faccio un esempio della sensibilità: una volta gli dissi: «Senti, Gius, ma tu come fai?» perché mi ricordo che gli stavo raccontando un certo episodio che mi aveva colpito e vissuto e mi era… ero tutto coinvolto con quello che mi era successo e io avevo cominciato a dire mezza frase e questo mi finisce il racconto di quello che avevo vissuto io. «Ma come fai? Io ho appena cominciato a dirtelo». E lui mi dice: «Guarda che io, quando parlo con uno, la mia autocoscienza è totalmente piena dell’interlocutore». Se non mi avesse detto: «Io ti do le ragioni», io sarei andato perché chi avrebbe potuto pensare di arrivare lì? Ma «Io ti do le ragioni».

A proposito di sensibilità. Mi ricordo che eravamo in un bar in una postazione di montagna, era una specie di passo dove c’era solo il bar e forse un’altra casa; era un bar di montagna, non quindi un bar di città; erano anche gli anni in cui… non era adesso, era parecchi anni fa, quindi un bar di montagna era proprio… non retrogado… come si dice… un bar di montagna! E lui ci dice… uno di noi aveva ordinato qualcosa che imbarazzava la barista perché non ce l’aveva e lui si arrabbiò moltissimo perché disse: «Prima di ordinare una cosa dovete guardare la lista di quello che hanno a disposizione perché non potete mettere in imbarazzo il barista». Aveva questo tipo di sensibilità anche qui, costantemente. Incredibile!

In particolare la cosa che mi colpiva di più in don Giussani, nell’umanità di don Giussani era che in lui giocavano contemporaneamente fattori umani che apparentemente erano inconciliabili e io mi sono strizzato il cervello tutta la vita per capire. Dopo vi faccio anche qualche esempio. Dopo averci pensato tanto tempo mi sono accorto che in fondo avevo avuto la fortuna di vedere l’umano in tutte la sua espressione. Non saprei che cosa è l’uomo, non saprei che cosa è Cristo, non saprei che cosa è l’uomo se non avessi incontrato don Giussani. È eccessiva questa affermazione? La dico in un altro modo: avendo incontrato don Giussani, ho incontrato Cristo e ho incontrato anche l’uomo, perché ho visto cosa poteva essere l’uomo. A parte il fatto che lui sapeva essere ingenuo come un bambino piccolissimo, lui che aveva un’intelligenza acutissima nella discrezione dello spirito, perciò ti guardava in faccia e capiva perfino l’origine dei tuoi pensieri; come faceva a essere anche ingenuo? L’altra cosa che mi ha lasciato assolutamente stupito, misteriosissima, è che la sua accettazione della malattia, che diventava sempre più pesante, era totale, e questo si documentava in lui domandando lui tutti i giorni la grazia di essere guarito. Ma come fa? Cosa vuol dire accettare la malattia e domandare di essere guarito tutti i giorni? E si capiva che non c’era contrasto tra le due cose. 

Alla fine vi racconto l’ultima cosa che è un po’ più umoristica. Verso l’ultimo periodo della sua vita lui aveva la casa piena di gente che lo assisteva e uno degli ultimi periodi in cui l’ho visto mi ha preso in un angolo e mi fa: «Ma qui chi paga tutte queste cose?», tipica frase sua, nessuno che l’ha conosciuto può pensare che è una bugia. E io mi arrampicavo sui vetri. Subito dopo Amabile Lanfredini, che era tra le persone che lo ha assistito nell’ultimo periodo, si è sentita dire da lui: «Come vorrei che se uno di voi si ammalasse venisse curato come voi state curando me» e ci ha lasciato così… E le due cose come stanno insieme? È l’uomo. 

Concludo dicendo che è impossibile avere rapporto con l’uomo e avere rapporto con Gesù per chi lo ha incontrato senza che in qualche modo uno pensi a lui. Qui ritorna quella contemporaneità senza della quale non si può più vivere perché è come dire: è impossibile pensare a Gesù, è impossibile pensare all’uomo senza pensare a lui, vuol dire: senza questa contemporaneità io non vivo. Questa impossibilità a vivere è molto, molto facilitante ad accorgersi che quando uno ti dice: «Attraverso il tuo sguardo ci ha guardato Cristo» è questa contemporaneità che riaccade.

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