HILAIRE BELLOC/ Il “lungo viaggio” del grande amico di Chesterton

- Paolo Gulisano

Hilaire Belloc fu il più grande amico di Chesterton, e contribuì alla sua conversione. La sua produzione letteraria fu sterminata ma la storia lo ha dimenticato. PAOLO GULISANO

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Hilaire Belloc (Immagine d'archivio)

Sessant’anni fa, nell’estate del 1953, si spegneva in Inghilterra Hilaire Belloc, uno dei più importanti intellettuali cattolici del Novecento. Fu il migliore amico di Gilbert Keith Chesterton, e contribuì in modo determinante alla sua conversione al cattolicesimo. Purtroppo ancora non molto noto in Italia e poco tradotto, fu invece molto conosciuto e apprezzato in Inghilterra e Francia (era di padre francese e madre inglese); fu definito “la mente più versatile e brillante del cattolicesimo inglese”. Fu discepolo del cardinal Newman, di cui ereditò la trasparenza dello spirito e la chiarezza della prosa.

Se la notorietà di Chesterton ha resistito agli anni, altrettanto purtroppo non si può dire del suo grande amico e sodale di tante battaglie Hilaire Belloc. Eppure non furono pochi i critici e anche i lettori che ritennero Belloc superiore a Chesterton per lo meno dal punto di vista stilistico. Anch’egli come l’amico Gilbert fu un eclettico, anche se la sua arte rimaneva ancorata alla solida e rigorosa preparazione che aveva ricevuto ad Oxford: fu giornalista, saggista, storico, apologeta cristiano ma anche politico, venendo eletto due volte al Parlamento di Londra.

La sua bibliografia può vantare oltre centocinquanta pubblicazioni in circa mezzo secolo di attività. Qualcuno ebbe a dire che i suoi numerosi libri potrebbero formare – da soli – l’intera letteratura di una piccola nazione. Grandissimo prosatore, maneggiava la lingua inglese da grande artista. Si può dire che non trascurò nessun genere letterario, escluso il teatro. Produsse poesie di gusto fine e squisito così come epigrammi taglienti. Scrisse romanzi storici, politici, polizieschi. Scrisse di storia e in particolare di storia militare, della quale era cultore competentissimo, e compose molte narrazioni di viaggi.

Viaggiare fu una delle più grandi passioni della sua vita, una passione vissuta con spirito antico: non fu mai un semplice turista curioso o un esploratore avido di emozioni o un girovago in cerca di esperienze, ma fu un vero e proprio pellegrino, che affrontò le strade del mondo cercando di incontrarsi e confrontarsi con l’umano e con il divino. Percorse i paesi che descrive nei suoi libri in gran parte a piedi, viaggiando come facevano i pellegrini del Medioevo, fermandosi alle locande, parlando con le persone in cui si imbatteva per strada, senza aver fretta, osservando a fondo la realtà che poi descriveva nei libri con la precisione che può avere solo chi di un paese ha assaporato ogni colore, ogni ora del giorno, godendone la bellezza e assaporandone la polvere.

L’essenza della vita e dell’attività di quest’uomo è riassunta nelle parole di un suo amico, a sua volta scrittore nonché uno dei protagonisti della rinascita cattolica inglese del ‘900, Monsignor Ronald Knox: “La lotta era il suo destino, e non l’amava…”. Questo straordinario personaggio, soprannominato dagli amici Old Thunder, vecchio tuono, per lunghi anni condivise con Chesterton amicizia, fatiche, battaglie, gioie, delusioni e soprattutto, la passione per il cristianesimo, e che diede alla cultura inglese ed europea del XX secolo un notevole contributo.

Per Belloc il cristianesimo deve farsi cultura e non diventare subalterno al mondo, difendendo la Verità nella Carità.

Belloc mostrò, da cattolico minoritario come lo erano (e sono) gli inglesi, come si testimonia la fede in una società ad essa largamente indifferente, non solo non più cattolica, ma nemmeno più cristiana. Un cattolicesimo, quello inglese, che non ha conosciuto la Controriforma, e oggi che anche nel resto della Chiesa si può considerare definitivamente conclusa ed esaurita l’ultima eredità di quella stagione e si avverte l’esigenza di una nuova evangelizzazione, lo stile di Chesterton e Belloc appare di grande attualità. E’ un’apologia che si avvale del sorriso dell’innocenza e dei paradossi che smascherano le menzogne, grandi e piccole. Una testimonianza che non risente in alcun modo del tempo passato.

Belloc, poco prima di morire, nel 1953, fu capace di scrivere parole come queste: “Oggi c’è una tendenza alla tristezza, lo so, e uomini senza fede raccontano le cose che non hanno godute. Per conto mio non cederò a quest’abitudine. Io penserò di aver più perfettamente gustato nella mia mente ciò che può essere stato negato al mio corpo, e descriverò per me e per gli altri un piacere più grande di qualsiasi piacere del senso. Farò quello che hanno sempre fatto i poeti e i profeti e soddisferò me stesso con la visione, e (chissà) forse per mezzo di essa il Grifone dell’Ideale è stato reso migliore (se fosse possibile!) di quello che esso è realmente in questo mondo incerto e cattivo”.

Belloc, per il suo temperamento indipendente e combattivo, era stato destinato ad essere un solitario, negato al posto fisso, all’inserimento negli schemi gerarchici, al comando e all’obbedienza. Aveva sbattuto le porte della politica, quando si era reso conto del livello di corruzione e corruttibilità raggiunto da essa. Si era trovata sbarrata la via della carriera accademica, e aveva risposto con una produzione saggistica di primissima qualità. Aveva amato intensamente una donna, Elodie, e ne era stato privato dal volere del destino in ancor giovane età. Aveva viaggiato a lungo, aveva percorse le vie del mondo. “Qualunque sia il motivo che spinge un uomo a un lungo viaggio nell’oscurità – aveva scritto – deve sempre essere un motivo straordinario”. Per Hilaire era stato il desiderio di incontrare i segni della presenza di Dio nella storia umana. La speranza che mano a mano si faceva certezza dell’anima, capacità di comprendere e valutare esattamente la realtà. “La gloria (che, anche se gli uomini non lo sanno, si cela dietro ogni certezza) illumina e dà vita al mondo che noi vediamo e la luce vivente rende le cose reali che ora ci vengono rivelate, superiori a delle verità assolute: esse ci appaiono come verità attive e creative”.

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