IDEE/ dalla famiglia all’impresa, la “rottamazione” morale è destinata a fallire

- Riccardo Gotti Tedeschi, Inti Merino Rimini

Si assiste al proliferare di associazioni e movimenti che promuovono la scissione delle istanze sociali-economiche dalla natura dell’uomo. RICCARDO GOTTI TEDESCHI e INTI MERINO RIMINI

gente_uomini_persone_metro_phixr
Infophoto

Appare sempre più difficile “spodestare” l’Uomo dal ruolo naturale che gli compete, soprattutto per chi – come noi – ritiene impossibile scindere questo aspetto dall’analisi del metodo con il quale dovrebbero essere indagati gli accadimenti sociali, giuridici ed economici. Partendo dalla premessa che l’economia – che non è una scienza, bensì una tecnica sofisticata e perfettibile, non passibile di assolutizzazioni – sia un mezzo, ecco che l’uomo, nella sua essenza (non certo di bacillo evoluto) ed in tutte le sue sfere e bisogni, deve esserne il fine. Purtroppo il dibattito politico prescinde, nei suoi sempre più frequenti “slogan”, da riflessioni in merito al rapporto natura-uomo, decretando una drammatico accantonamento delle questioni epistemologiche che, invece, la dottrina sociale della Chiesa ci invita a non abbandonare. 

Oggi assistiamo, perplessi, al proliferare di associazioni e movimenti, spesso interni ai partiti politici, certamente mossi da intenti lodevoli, il cui programma tuttavia manifesta in modo lampante l’assenza di questi interrogativi, proprio laddove, invece, propongono di perseguire, almeno nelle intenzioni tanto naïve quanto inconsapevoli, “uno Stato laico, le cui leggi siano al di sopra di qualunque condizionamento anche confessionale e tutelino i diritti civili, senza se e senza ma, per cui ogni individuo abbia pari diritti e doveri nella propria scelta di amare chi vuole, di vivere con chi vuole, di avere figli o di adottarne e di porre termine alla vita di fronte all’accanimento terapeutico” (cit. manifesto di un neonato circolo milanese con richiami di giacobina memoria).

Proviamo invece a porre la discussione su un piano davvero razionale e laico, e non religioso, come invece immaginiamo vorrebbero farci credere gli sbandieratori di nuovi diritti.

Distinguiamo anzitutto i diritti familiari dai diritti individuali: i primi appartengono a una dimensione della società che non può per definizione essere relativizzata. Nella realtà familiare è costitutiva e possibile la generazione e il riconoscimento della differenza sessuale, e così il ruolo del nascituro, che ha un diritto specifico ad un riferimento genitoriale chiaro e distinto secondo le figure che per natura sono proprie di questo status. Ineccepibile, tangibile, inequivocabile. I diritti individuali, invece, sono legittimati da esigenze di diritto privato, appartengono alla libera associazione e sono di fatto già previsti nell’ordinamento. Se i due piani non vengono confusi, non entrano in contraddizione: tuttavia, usare gli uni contro gli altri è errato e distruttivo.

Ricordiamo che la famiglia non gode di diritti per gentile concessione dallo Stato o perché lo richiedano specifiche esigenze dei tempi in cui viviamo (anzi…), ma perché è una struttura costitutiva dell’essere dell’uomo. Essa va qualificata, sia sul piano antropologico sia sul piano giuridico, come un insieme di relazioni e/o eventi biologici e naturali. Il matrimonio, al contempo, non è riducibile a un mero rapporto economico: se esso ha tutela legale, è perché sul matrimonio si fonda l’istituzione familiare, che garantisce l’ordine delle generazioni. 

Ricordiamo, a scanso di equivoci, che dando alla famiglia rilievo normativo-istituzionale, il diritto non ha mai negato il fatto che esista una sfera extra-familiare dell’agire e del vivere umano che sia effettiva e meritevole di attenzione, ma l’ha sempre considerata inadeguata ad esprimere compiutamente le esigenze e le necessità antropologiche fondamentali (diversamente, non mancherebbero ripercussioni negative sulla società). Per questo non bisogna confondere i due piani.

Oggi, del resto, la crisi economica mette in luce aspetti portanti e ineludibili della famiglia come nucleo portante della società: in essa si trovano i legami di solidarietà e cooperativistici che fanno delle nostre piccole e medie imprese l’ossatura dell’economia italiana, frutto di un patto fra “generazioni” che solo recentemente il nostro legislatore ha avuto la sensibilità di recepire (si pensi all’istituto dei patti di famiglia, introdotti solo nel 2006 nel nostro codice civile e, purtroppo, scarsamente utilizzati).

Come ha sottolineato Giulio Sapelli in un suo recente libro dedicato alla piccola impresa, “essa è fondata sulla famiglia e sulla persona, vive, soffre, muore e rinasce come persona-famiglia-impresa“. Ci si dovrebbe interrogare su quali conseguenze economiche potrebbe portare una cultura che tende sempre più a mortificarla, attraverso una mentalità egoistica che propaganda con forza la disgregazione della famiglia stessa, soprattutto nella suo meccanismo riproduttivo naturale: avere figli. A conferma di questo orientamento, di recente abbiamo assistito, in sede di Parlamento europeo, al tentativo scampato di far approvare una risoluzione volta a promuovere aborto, fecondazione artificiale, attacco all’obiezione di coscienza dei medici e riconoscimento di diritti “gender”.

Aspetto ancor più preoccupante è l’idea, ormai ampiamente diffusa, secondo la quale la finanza sia necessariamente un male “intrinseco” all’economia, senza considerare il fatto che gli strumenti di cui si serve sono “neutri” ed è, casomai, il fine per il quale li si adopera a dover essere valutato e censurato (la responsabilità è personale, del resto). Ne è così derivata la nefasta idea che l’economia o è “sociale” oppure è “speculativa”, idea che proprio Benedetto XVI ci ha suggerito di superare nella Caritas in Veritate, indicandoci che è proprio nei rapporti economici a dover essere al centro l’uomo, così da superare l’archetipo secondo il quale solo l’economia sia il luogo ove si realizza la ricchezza ed il “sociale”, invece, il luogo dove possono collocarsi principi di solidarietà e di redistribuzione del profitto.

Ci auguriamo che gli impavidi “rottamatori”, anziché lasciarsi andare a generiche affermazioni di rivendicazioni di diritti, si interroghino sulle reali tutele che la nostra società dovrebbe trovare a livello politico. Prima ancora, sarebbe utile che facessero un salutare esercizio di umiltà, volto a formarsi di più e meglio, così da eliminare il rischio non aprioristico di esprimere idee appoggiate sull’argilla.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori