LETTURE/ “una questione privata”, la fine di Milton e la speranza di Fenoglio

- Carlo Bortolozzo

“Il fuoco centrale della sua ispirazione, (…) era (…) la speranza ostinata di dare un senso superiore alla vita”. Parole riferite a Pavese, ma buonissime anche per Fenoglio. CARLO BORTOLOZZO

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Concluso l’anno fenogliano, dedicato alla rievocazione del grande scrittore di Alba a cinquant’anni dalla morte (avvenuta nel febbraio del 1963), ci sia consentito di rievocare Una questione privata, che appare sempre più come uno dei massimi romanzi del Novecento italiano. Uscì pochi mesi dopo la scomparsa dello scrittore a cura di Lorenzo Mondo. A proposito di Fenoglio, si potrebbero adoperare le stesse parole che Mondo dedicò a Cesare Pavese (pur nella innegabile diversità tra i due autori piemontesi) nella sua splendida monografia Quell’antico ragazzo. Vita di Cesare Pavese: “il fuoco centrale della sua ispirazione, a tratti dissimulata, era l’interrogazione su libertà e destino, la speranza ostinata di dare un senso superiore alla vita”.

Una questione privata è appunto la storia di una lunga, incessante ricerca: di un amore, di una verità, di un senso, mentre infuria la guerra civile. Resta fondamentale, per capire appieno il romanzo, la lettera che l’autore spedì a Garzanti per annunciargli la stesura del nuovo libro: “Mi saltò in mente una nuova storia, individuale, un intreccio romantico, non già sullo sfondo della guerra civile in Italia, ma nel fitto di detta guerra. Mi appassionò immediatamente e ancora mi appassiona”. Si noti che Fenoglio non esita ad usare l’espressione “guerra civile”, che per tanti anni fu un tabù della storiografia di sinistra e che valse duri ostracismi all’autore; Fenoglio, lontanissimo da celebrazioni ideologiche della Resistenza – che invece intaccarono l’opera dell’amico Calvino – narra quelle vicende come un'”esperienza assoluta” (Isella), capace di rivelargli la sua statura di uomo. 

Il giovane partigiano Milton, studente universitario affascinato dalla letteratura inglese, frequenta Fulvia, sedici anni, sfollata da Torino con i genitori per evitare i bombardamenti. L’aveva vista all’uscita dagli spogliatoi dopo una partita di pallacanestro, “come una perla mimetizzata nelle alghe, nei resti del pubblico che sfollava”. A presentargliela era stato l’amico Giorgio Clerici, che condivide con Milton scelta partigiana e gusti culturali e a cui vanno, sembra, le preferenze della ragazza.

Nel memorabile incipit del romanzo, notiamo Milton con “la bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi”, mentre guarda la villa di Fulvia, “solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba”. Nelle pagine di Fenoglio, la ragazza è un fantasma, legato ai ricordi e ai sogni, in cui rivivono le immagini di donne amate in gioventù. Su tutte prevale forse il ricordo di Baba, morta in un incidente stradale a Verona, a cui dedicherà queste struggenti righe del Diario: “Baba, In quale alto luogo ti trovi, Quando ti potrò mai recuperare? Eliot. Come si vede, la vera poesia serve a tutti e per tutti. A lamentare la scomparsa d’un gran santo e quella d’una povera bella ragazza”. 

Per lei aveva tradotto i magnifici versi di Evelyn Hope di Browning: “C’è spazio, e d’avanzo, per il giovane sorriso franco / E la giovane bocca rossa e il giovane oro dei capelli. / Ma tacciamo – ti darò questo petalo a tenere – Così, te lo serro nella dolce mano fredda. / Ecco, è il nostro segreto. Vai a dormire; / Ti ridesterai, e ricorderai, e capirai”.

Fulvia ora è lontana, “esattamente quanto la nostra vittoria”, ma sempre viva nel ricordo.  Impossibile dimenticarla. “Era successo proprio all’altezza dell’ultimo ciliegio. Lei aveva attraversato il vialetto ed era entrata nel prato oltre i ciliegi. Si era sdraiata, sebbene vestisse di bianco e l’erba non fosse più tiepida. Si era raccolta nelle mani a conca la nuca e le trecce e fissava il sole”. Siamo in pieno clima stilnovista, nella sottolineatura della direzione dello sguardo verso il sole. Lui l’affascina con le parole. “Sei tutto lo splendore”. E lei: “è stato come se sentissi pronunziare splendore per la prima volta”. La ricorda mentre legge: “A leggere si metteva quasi sempre lì, a filo dell’arco centrale, raccolta nella grande poltrona di vimini coi cuscini rossi. Leggeva Il cappello verde, La signorina Elsa, Albertine disparue…”.

Una questione privata è il lungo inseguimento di questo sogno e di questi ricordi, nel fitto della guerra civile. Come un avventuroso, prodigioso incastro, alla maniera de l’Orlando furioso, nell’intuizione di Calvino, il racconto si snoda lungo i sentieri sporcati dal fango e dal sangue della guerra, alla ricerca della verità sull’amore. Giorgio è stato catturato dai fascisti e Milton si mette sulle tracce dell’amico e della verità: Fulvia e Giorgio sono stati amanti, come le parole della custode della villa lasciano supporre? Bisogna catturare un fascista e scambiarlo con la vita di Giorgio. L’operazione riesce, ma il sergente fascista si divincola, cerca di fuggire e Milton, quasi senza volere, gli spara. “Il sergente si è ucciso da sé, lui non c’entrava, del resto non l’aveva nemmeno visto in faccia”, pensa, in un disperato tentativo di autogiustificazione. Ed ora, perché vivere? “Domani. Cosa farò domani? Dove andrò a cercare? Ma tanto è inutile…”. E affiora il pensiero del sergente ucciso. 

Quel corpo verrà ritrovato; per rappresaglia verranno fucilati due ragazzi giovanissimi, staffette partigiane. Lo strazio della scena aggrava la responsabilità delle azioni di Milton: “l’episodio della fucilazione introduce con forza nel romanzo il tema delle tremende conseguenze degli atti che compiamo credendo di essere nel giusto”, ha avvertito Gabriele Pedullà nella ricca introduzione dell’edizione Einaudi.

Corriamo insieme a Milton verso la conclusione della sua corsa e del romanzo stesso, mentre “pioveva come non mai, a piombo, selvaggiamente”. Il protagonista tuttavia non si arresta, proteso verso la “visione della casa di lei”. Ricorre il termine visione, caro a Conrad e a Virginia Woolf. Ecco la villa, di nuovo, come all’inizio, alta sulla collina. Risponde al furore della pioggia, pronunciando alte parole. “In che stato sono. Sono fatto di fango, dentro e fuori. Mia madre non mi riconoscerebbe. Fulvia, non dovevi farmi questo…Tu non devi saper niente, solo che io ti amo. Io invece debbo sapere, solo se io ho la tua anima”.

Inseguito dai fascisti, Milton corre “come non aveva mai corso”. Correva ed “era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò”.

Il finale del libro ha fatto molto discutere, tanto che qualche critico, anni fa, ipotizzò che il romanzo non fosse stato concluso dall’autore. A noi pare, invece, che ci siano buone ragioni per considerare questa la vera conclusione del romanzo. Il possente simbolo del muro, oltre ad essere ricorrente in tanta letteratura moderna, compariva già nel racconto Un altro muro ne I ventitre giorni della città di Alba e al muro vengono fucilati anche i due giovanissimi partigiani nel penultimo capitolo, quasi una prefigurazione della fine del protagonista.

Ma a nostro avviso, Fenoglio ha lasciato volutamente uno spazio di libera interpretazione. Milton si è lasciato andare, non sappiamo con quale ultimo atteggiamento, forse con un’ultima disponibilità.

Pochi giorni prima di morire, Fenoglio, tracheotomizzato e impossibilitato a parlare, lasciò un biglietto. C’era scritto: “Bisogna essere disponibili”.

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