GLI ANNI SPEZZATI/ Da Mario Sossi a Moro, dietro le Br c’erano Urss e Stati Uniti

- int. Luciano Garibaldi

La Rai ha trasmesso ieri “Il Giudice”, seconda parte di un trittico tv (“Gli anni spezzati”) sugli anni ’70. LUCIANO GARIBALDI, giornalista e storico, ha ispirato la sceneggiatura

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Mario Sossi (Immagine d'archivio)

Dopo il primo capitolo della miniserie Gli anni spezzati dedicato alla figura del commissario Luigi Calabresi, Rai Uno ha mandato in onda il secondo atto, dedicato al giudice Mario Sossi. Ilsussidiario.net  ha contattato Luciano Garibaldi, storico e giornalista, autore e coautore delle opere dalle quali sono state tratte le sceneggiature su Calabresi e Sossi: Gli anni spezzati, Il commissario (Edizioni Ares e Albatross, 2014) e Gli anni spezzati. Il giudice, riedizione Ares e Albatross del lavoro di Garibaldi, fatto insieme al giudice Sossi, Nella prigione delle Brigate rosse del 1978.

Cosa pensa delle polemiche e delle accuse di “revisionismo” arrivate dopo Il Commissario?

Legittimi, ancorché penosi, tentativi di screditare un lavoro di altissima professionalità; e non mi riferisco ai miei due libri dai quali sono state liberamente tratte le fiction su Calabresi e Sossi, bensì al lavoro degli sceneggiatori e del regista Graziano Diana e all’impegno dei bravissimi attori che hanno interpretato i protagonisti delle due drammatiche vicende. Per quanto riguarda la fiction dedicata al commissario Calabresi, non posso che condividere il giudizio del figlio Mario: la verità storica è stata rispettata.

E per quanto riguarda alcune affermazioni nei suoi confronti?

Una mi ha molto divertito. Un tale (non ricordo chi, il web è una giungla) ha scritto che io sarei uno storico di matrice cattolica “che siede all’estrema destra del Padre”. Mi limito a ricordare che un incidente stradale è “un sinistro”, che un gaglioffo “ha un aspetto sinistro”, che il colpito da un bombardamento è “un sinistrato”. E infine che, in quel fatale 17 gennaio 1793,  Barère ordinò ai deputati della Convention: “Chi è per la morte del Re, si metta a sinistra!”.  

Ne Il Giudice non si fa alcun riferimento all’appartenenza di Mario Sossi all’Umi, l’associazione dei magistrati politicamente più a destra. Quanto ha influito questo aspetto nella scelta delle Brigate rosse di rapirlo?

Non ebbe nessuna influenza. Sossi era odiato dai sessantottini, ma anche da tutta la sinistra, perché, nella sua  qualità di pm, aveva chiesto e ottenuto l’ergastolo per i membri della banda 22 Ottobre, facente parte dei Gap di Feltrinelli, responsabili di avere ucciso a pistolettate il fattorino Alessandro Floris, che cercava di opporsi ad una loro rapina a mano armata. I giornali di sinistra, assolutamente preminenti a Genova, città rossa per eccellenza, lo avevano preso di mira quando aveva incriminato alcuni giornalai che nelle loro edicole esponevano vistosamente periodici  a sfondo sessuale. La sua personalità si era imposta in alcune gravi occasioni di confronto tra i poteri dello Stato, come quando egli aveva preso netta e chiara posizione contro lo sciopero dei magistrati («i rappresentanti dei poteri dello Stato, esecutivo, legislativo e giudiziario, non possono legittimamente scioperare esercitando essi “funzioni” e non “servizi”»), come quando si era pronunciato a favore della separazione delle funzioni requirenti da quelle giudicanti (e ciò in netta contrapposizione con le posizioni ufficiali dell’Associazione magistrati) e come quando si era detto favorevole al principio della meritocrazia anche per le toghe. 

La voce narrante che abbiamo sentito all’inizio della fiction ci ha detto che proprio in virtù di quanto accadde a Genova in quegli anni e con il rapimento di Sossi l’Italia cominciò a conoscere le Br. È vero?

Sicuramente, il rapimento Sossi e il vistoso ricatto al potere esecutivo e al potere giudiziario, con la richiesta di rimettere in libertà gli ergastolani della 22 Ottobre, fu l’atto di nascita della contestazione armata. Fu in quel drammatico maggio 1974 che gli italiani si resero conto della presenza di una sorta di esercito clandestino capace di mettere in crisi le istituzioni. E non pochi giovani estremisti e sbandati iniziarono a sognare di venire “arruolati” sperando in un Che Guevara italiano.

 

Nella prima parte abbiamo anche visto, seppur brevemente, come sarebbero nate le Br. È stata una riproposizione fedele?

Certamente. Le Brigate rosse nacquero a Genova, all’interno del Partito Comunista d’Italia marxista-leninista, costituitosi nel ’69 con i finanziamenti dell’ambasciata della Cina maoista, e presto messo fuori legge anche per le pressioni del Pci, fedele invece a Mosca. Insomma, all’origine vi fu una diaspora tra comunisti. Penso di averla storicamente ricostruita nel mio libro Brigate Rosse. Per non dimenticare (pubblicato il mese scorso dalla casa editrice Pagine per la collana I libri del Borghese, ndr). E mi rifaccio, in particolare, ai capitoli “Fucileremo ufficiali, padroni e preti”, “I Gap, assassini ma convinti di essere eroi”, e “L’armata Feltrinelli”.

 

Come pensa siano state rappresentate le Br e anche il loro “funzionamento” (linguaggio, procedure di comunicazione tra i vari membri, ecc..)?

Non è semplice sintetizzare, nel breve spazio di una fiction, il funzionamento di una struttura complessa come quella brigatista. Il linguaggio non era un mistero: chi storceva il naso all’ipotesi di un governo metà democristiano e metà comunista, veniva semplicemente etichettato come “fascista” e da quel momento preso di mira, boicottato in tutte le sue attività, minacciato anche fisicamente. L’aspetto fisico di quei guerriglieri a mezzo servizio mi pare sia stato reso ottimamente nelle fiction: barbe e capelli incolti, sguardi truci, bava alla bocca. Sì, erano così.

 

Il rapimento, la prigionia, il processo subito da Sossi sono stati raccontati in maniera fedele?

Certamente. Sceneggiatori e regista si sono attenuti al libro scritto nel 1978 dallo stesso Sossi e da me, con il prezioso contributo della indimenticabile signora Grazia Sossi, purtroppo mancata proprio alla vigilia della messa in onda della fiction e da tutti rimpianta per il suo coraggio, la sua fede, la sua dedizione alla famiglia. Fu un lavoro certosino che consentì di ricostruire giorno per giorno, ora per ora, cosa era accaduto sia a Genova, sia a Roma (sede del governo), sia “nella prigione delle Brigate bosse”, com’è il titolo del libro.

 

Non abbiamo visto quale fu la reazione delle istituzioni dello Stato, del mondo politico rispetto a questo sequestro. Ce ne può parlare? Quale l’atteggiamento dei media e degli “opinion leader” dell’epoca?


L’atteggiamento del mondo politico fu freddo, interessato, e sicuramente inadeguato alla gravità della situazione. Sia l’allora segretario della Dc Fanfani, sia il ministro dell’Interno Taviani (presidente del Consiglio era Rumor, ma chi decideva tutto era il genovese Taviani), sia il Pci di Berlinguer non intendevano a nessun costo cedere al ricatto delle Br, fosse pure a rischio la vita di un servitore dello stato come Sossi, che aveva fatto sempre e soltanto il suo dovere. Da qui l’ordine di scuderia ai mezzi di comunicazione (in primis la tv di Stato, allora le tv private non esistevano) di porre una pietra tombale sul sequestro in corso. Visti inutili i suoi tentativi di farne parlare i telegiornali, Grazia Sossi, su suggerimento di una sua cara amica, ebbe l’idea di rilasciare una clamorosa intervista alla tv svizzera. Avrebbe dichiarato che, nel momento in cui, con il referendum anti-divorzio, il governo intendeva salvare le famiglie italiane, con il bavaglio imposto ai mezzi di comunicazione sul rapimento Sossi, stava distruggendo la sua. Questo fu quanto Grazia disse al giornalista della tv di Lugano, mandato a Genova con la troupe da Enzo Tortora, al quale mi ero rivolto in virtù della nostra antica amicizia e colleganza. L’intervista fu un boom. I giornali la ripresero con i titoli in prima pagina e l’opinione pubblica si schierò massicciamente per la salvezza di Sossi.

 

Come pensa sia stato rappresentato Sossi? Come invece Coco, con quel suo “no” al “ricatto” delle Br che può sembrare quasi “disumano” rispetto al fatto che c’è in gioco la vita di un uomo, tanto più che si tratta di un amico?

Qui va chiarito un punto fondamentale della vicenda. Coco agì con estrema intelligenza e arguzia. E anche Sossi, che, dal “carcere del popolo”, aveva fatto capire ai suoi carcerieri che non spettava ai politici, ma alla magistratura, ossia alla Corte d’assise d’appello di Genova, decidere la liberazione dei loro compagni. Appena lesse questa frase, contenuta nel “comunicato numero 5” delle Brigate rosse, l’avvocato Francesco Marcellini, legale della famiglia Sossi, capì immediatamente che il suggerimento non poteva che essere stato dato ai suoi carcerieri dallo stesso Sossi. Si affrettò quindi a presentare alla Corte d’assise d’appello di Genova un’istanza per la concessione della libertà provvisoria ai detenuti della 22 Ottobre. La Caa, presieduta dal dottor Beniamino De Vita, emise l’ordinanza tanto attesa dai brigatisti, “a condizione della liberazione e dell’incolumità del dottor Sossi”. Quella parola (“incolumità”), concordata tra Coco e De Vita, fu determinante. Lo comprese perfettamente Sossi, leggendo il dispositivo della sentenza sui giornali che i suoi carcerieri gli avevano fatto vedere. E difatti, la prima cosa che fece, appena liberato, fu di farsi portare al pronto soccorso dell’ospedale di San Martino, dove accertarono due costole fratturate e altre varie lesioni. Per cui non era “incolume”. E pertanto gli ergastolani restarono in carcere. Frattanto, Coco aveva impugnato l’ordinanza, chiedendone – e ottenendone – l’annullamento in Cassazione. Ma ormai Sossi era libero.

 

Settimana scorsa ci ha detto che la morte di Calabresi, se fosse stato sotto scorta, si sarebbe forse potuta evitare. Pensa che si possa dire la stessa cosa rispetto al rapimento di Sossi e alla morte di Coco?


No, perché la situazione, tra il 1972 (assassinio di Calabresi), il 1974 (rapimento Sossi) e tanto più il 1976 (massacro di Coco e della sua scorta) era profondamente mutata. Intanto, l’omicidio Calabresi fu compiuto da Lotta continua, struttura estremista sicuramente inadeguata a lanciare una sfida allo Stato come quella che vide invece protagoniste le Brigate rosse. I rapitori di Sossi (Renato Curcio, Alberto Franceschini, Pietro Bertolazzi, Mario Moretti rappresentavano il vertice della struttura) erano sicuramente più preparati alle azioni violente anche di massa. Avevano sicuramente usufruito di un addestramento di tipo militare, che si manifesterà in tutta la sua pericolosità durante l’operazione-vendetta contro il dottor Francesco Coco e, ancor più, tre anni dopo con l’agguato e l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta. È la riprova che, alle loro spalle, agivano agenti di alta “professionalità” inviati dalle due superpotenze che non intendevano rinunciare al controllo della penisola. Leggi Usa e Urss.

 

(Lorenzo Torrisi)




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