IDEE/ Il miracolo del cambiamento: Lewis e Anscombe, un incontro di giganti

Nel 1947 C.S. Lewis pubblicò il saggio “Miracoli. Uno studio preliminare”, il suo più importante lavoro di apologetica. La giovane Elizabeth Anscombe lo confutò. ELISA GRIMI

23.01.2014 - Elisa Grimi
cslewis_zoom439
Clive Staples Lewis (1898-1963) (Immagine d'archivio)

Nel 1947 Clive Staple Lewis pubblicò Miracles. A Preliminary Study (tr. it. La mano nuda di Dio. Uno studio preliminare sui miracoli, Edizioni G.B.U., Roma 1987), il suo più importante lavoro di apologetica, che la giovane filosofa Gertrude Elizabeth Margaret Anscombe ebbe modo di criticare in un famoso incontro del Socratic Club, società di cui Lewis era allora presidente. Nell’anno successivo a questo dibattito Lewis prese la decisione di abbandonare la scrittura di carattere teologico, iniziando così il celebre romanzo The Lion, the Witch and the Wardrobe, prima delle sette storie che costituiranno la saga The Chronicles of Narnia, oramai al centro della letteratura e della cinematografia rivolta in prima istanza all’infanzia. Ma a cosa si deve questo passaggio, apparentemente così radicale?

Miracles è un testo che richiese una lunga e impegnativa elaborazione al suo autore. In esso Lewis definisce il naturalismo “quella dottrina per cui esiste soltanto la Natura, l’intero sistema interconnesso”. Se questo è vero allora ogni cosa o evento finito deve essere spiegabile (in linea di principio) in termini di sistema totale: se si trovasse una sola eccezione sarebbe infatti la rovina del naturalismo; viceversa ogni cosa e ogni evento, se ne sapessimo abbastanza (e qui Lewis è consapevole delle scienze e dei loro progressi a venire), sarebbero assolutamente spiegabili (senza residui) come un prodotto necessario del sistema. 

Lewis elabora dunque una critica al naturalismo presentando in Miracles quello che poi è divenuto il celebre argomento ‘a partire dalla ragione’. Tale argomento interroga la validità del pensiero: se infatti il naturalismo fosse vero, e pertanto il pensiero non fosse null’altro che l’esito di cause fisico/materiali, allora non vi sarebbe elemento alcuno per ritenere che la base del pensiero sia da ricercarsi in un fondamento razionale. Scrive Lewis: “Se i miei processi mentali sono determinati interamente dal moto degli atomi nel mio cervello, non ho ragioni per supporre vere le mie convinzioni… e quindi non ho ragioni per supporre il mio cervello composto di atomi” (Lewis qui afferma di non avere fatto ricorso prima a questo modo di procedere perché il concetto di materia è difficile: il guaio con gli atomi non consiste nel fatto che sono di materia – qualsiasi cosa voglia dire – ma che, presumibilmente, sono irrazionali, e se anche fossero razionali non generano le mie convinzioni ma portano a pensare sempre in un certo modo: le proprie convinzioni restano irrazionali). 

L’argomento presentato da Lewis, e che nel panorama filosofico è stato poi discusso e del quale sono state date differenti formulazioni, è certamente molto complesso; quello che è però interessante rilevare è l’osservazione che fece Anscombe e che portò ad una lettura più profonda nonché corretta del problema. 

La discussione con Anscombe su questo testo ebbe luogo il 2 febbraio 1948 nel corso di una riunione del Socratic Club in seguito alla presentazione di questa giovane studiosa, allora ventottenne, del saggio A Reply to Mr C.S. Lewis’s Argument that ‘Naturalism’ is Self-Refuting, pubblicato sul Socratic Digest nel 1948. A seguito del dibattito Lewis decise di modificare in parte il terzo capitolo di Miracles variandone il titolo da “Il naturalista si contraddice” in “La difficoltà principale del naturalismo”. Il nuovo titolo comparve assieme ad alcuni cambiamenti nella nuova edizione del 1960 della Collins (Londra) e successivamente con la MacMillan (New York) nel 1978 (tr. it. Miracoli. Uno studio preliminare, Lindau, Torino 2012). 

Nella sua replica, Anscombe non si prefigge tanto di analizzare la descrizione del ‘naturalismo’ e l’assunto di Lewis per cui si sarebbe o naturalisti o soprannaturalisti, vale a dire si crederebbe nella natura o in Dio, ma di discutere il seguente argomento: l’ipotesi che il pensiero umano possa essere spiegato in modo completo come il prodotto di cause non-razionali è incompatibile con la credenza nella validità della ragione. L’osservazione di Anscombe fu così pertinente tanto da portare Lewis, nel ripensamento del terzo capitolo, a sostituire il termine “irrazionale” con l’espressione “non-razionale”.

Sull’equivalenza di Lewis tra ‘cause irrazionali’ e ‘cause non razionali’, si è portati a immaginare che: 1. se l’ipotesi naturalista (che tutti i comportamenti umani, incluso il pensiero, possono essere equivalenti a causa di leggi causali scientifiche) fosse vera, i pensieri umani sarebbero tutti da giustificarsi come non validi; 2. se si potesse mostrare che gli esseri umani agiscono secondo tali leggi, si potrebbe mostrare che il loro caso è universalmente come il caso particolare dell’uomo che è messo in moto da ‘cause irrazionali’ e le cui credenze sono infondate. Questo ad Anscombe pare essere un errore basato su varie confusioni commesse da Lewis riguardo i concetti di ‘ragione’, ‘causa’ e ‘spiegazione’. Un’altra tra le principali osservazioni che fece Anscombe a Lewis è l’importanza della distinzione tra le cause e le ragioni di un’azione; in Lewis Anscombe ravvisa una confusione riguardo a questi termini che ha origine dall’ambiguità delle espressioni ‘perché’ e ‘spiegazione’.

A dispetto di quanti riportano l’incontro che Lewis ebbe con Anscombe come una esperienza agghiacciante, Anscombe stessa ne parla come di un incontro dai caratteri sobri: “Il fatto che Lewis riscrisse quel capitolo, e che lo scrisse in modo che ora esso si presenti con queste caratteristiche, mostra la sua onestà e serietà. L’incontro del Socratic Club in cui lessi il mio saggio è stato descritto da molti dei suoi amici come un’esperienza orribile e scioccante che lo disturbò davvero. Né il dr. Havard (a casa del quale cenammo Lewis ed io alcune settimane dopo), né il professor Jack Bennett ricordarono alcun sentimento di questo tipo da parte di Lewis… Il mio personale ricordo è che essa fu un’occasione di una sobria discussione di alcune critiche piuttosto definite che, come mostrarono il suo ripensamento e la sua rielaborazione, Lewis credeva corrette” [Collected, II].

Come osserva Roger Teichmann in The Philosophy of Elizabeth Anscombe è bene aggiungere che l’onestà e la serietà di Lewis sono evidenziate anche dal fatto che egli ascoltò con molta attenzione e alto rispetto le parole di chi era di ben ventun anni più giovane di lui, e inoltre una donna (cosa insolita per l’ambiente accademico di allora), e non si fermò semplicemente a tali critiche ma ne fece spunto per una più proficua argomentazione, poi pubblicata nella seconda edizione del 1960. La brillante elaborazione di Anscombe venne poi da lei chiamata nei Collected “lo scritto più giovane puramente filosofico della mia produzione che venne pubblicato”. 

Lewis e Anscombe. Due giganti a confronto, in ascolto l’uno dell’altra nella ricerca del vero. Si chiede Humphrey Carpenter: “Che genere di intelletto poteva passare da una rigorosa argomentazione teologica al fantasy per i bambini?”. Certamente un intelletto tanto geniale quanto umile, attento ad accogliere il vero, come solo un grande maestro può fare. Un bel paradosso per gli accademici di allora e – oserei dire – di oggi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori