PAPA/ Borghesi: lo schiaffo di Francesco ai catto-capitalisti Usa

La critica di Michael Novak, cioè del più illustre catto-capitalista Usa, dimostra, nel suo nervosismo, come la Evangelii gaudium di Francesco abbia colpito nel segno. MASSIMO BORGHESI

03.01.2014 - Massimo Borghesi
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Papa Francesco (Infophoto)

Molti negli Usa non hanno gradito. La Evangelii gaudium, l’Esortazione apostolica di Papa Francesco che da noi rischia già di finire nel dimenticatoio, come tutti i documenti papali passati e futuri, in America – lo ha rilevato Paolo Mastrolilli su La Stampa (“Ipocrita e marxista”. L’America del Tea Party contro Papa Francesco, 4 dicembe 2013) – fa discutere, e molto. Secondo il commentatore radiofonico Rush Limbaugh, che gode dell’audience di 20 milioni di ascoltatori e di un contratto di milioni di dollari, il Papa «non sa di cosa parla, quando si tratta di capitalismo e di socialismo». Quella della Lettera è «puro marxismo, che esce dalla bocca del Papa». Non esiste un capitalismo senza limiti, come quello dipinto da Francesco, né la Chiesa cattolica, prospera e affatto povera, è in grado di dare lezioni. Gli fa eco l’esponente del Tea Party, Jonathon Moseley per il quale «Gesù sta piangendo in cielo per le parole del Papa», quel Gesù che «parlava all’individuo, mai allo Stato o alla politica del governo. Era un capitalista, che predicava la libertà personale, non un socialista».

Le posizioni di Limbaugh e di Moseley non sono certo isolate. A fronte delle opinioni positive espresse dal Guardian, il giornale dei laburisti inglesi, e dal Washington Post, espressione dell’ala liberal americana, Forbes, la rivista economico-finanziaria americana ha dedicato alla Evangelii gaudium una serie di articoli fortemente critici (cfr. F. Peloso, Papa Francesco anticapitalista. Gran dibattito in Usa, Linkiesta, 20 dicembre 2013). Per Forbes pesa sul Papa l’ascendenza peronista, la sua ricerca di una “terza via” tra capitalismo e socialismo, le suggestioni della teologia della liberazione, la vicinanza con le analisi del premio Nobel Joseph Stiglitz molto stimato da Mons. Marcelo Sanchez Sorondo, il Cancelliere argentino della Pontificia Accademia per le scienze sociali. A coronamento delle critiche spicca la posizione del più illustre esponente del catto-capitalismo americano: Michael Novak, l’autore di The Spirit of  Democratic Capitalism (New York 1982) che segna l’incontro tra cattolici e repubblicani nella grande alleanza politico-religiosa patrocinata dal presidente Reagan, negli anni 80, contro il comunismo mondiale. 

Novak (Per ‘Time’ è Francesco Persona dell’anno: “Ha cambiato la percezione della Chiesa”, Corriere della Sera, 12 dicembre 2013) è rimasto colpito dalla «faziosità e infondatezza» di talune affermazioni del Pontefice: «alcune delle pesanti critiche mosse da questo testo appaiono talmente appassionate e mirate da omettere la normale serenità e generosità di spirito che caratterizzano papa Francesco. E naturalmente, su queste critiche si sono avventati i media, come Reuters e il Guardian. Tra di queste ricordiamo “le teorie della ricaduta favorevole”, la “tirannia invisibile”, l'”idolatria del denaro”, l'”inequità”, e la necessità di un “ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano”». 

Si tratta di rilievi al sistema capitalista che, secondo Novak, non possono essere accolti. «Da Max Weber in poi, il pensiero sociale cattolico è stato accusato di essere la causa della povertà in molte nazioni cattoliche. E proprio su questo versante papa Francesco inavvertitamente rafforza le tesi di Weber». 

Il risentimento di Novak è comprensibile. Assunto alla fama come il Weber cattolico, colui che al posto de L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Weber poneva l’etica “cattolica” come vero fondamento del capitalismo “democratico”, si ritrova ora un Pontificato che diffida di quel sistema che egli, da tempo, ha contribuito a legittimare e a sollevare da ogni possibile accusa. Un punto, tra molti della Evangelii gaudium, è inaccettabile per Novak: «la sua superficiale allusione alle teorie della “ricaduta favorevole”». È la teoria del trickle-down che è al centro del modello liberista. Come scrive il Papa nella sua Lettera: «In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza» (Evangelii gaudium, 54). Una critica che non è piaciuta a Novak. Soprattutto l’idea che il modello capitalista non sia confermato dai fatti come fonte generalizzata di benessere. La risposta, pungente, data la nazionalità del Papa, risiede nel fatto che in «Argentina e in altri sistemi statici, privi di ogni meccanismo di mobilità sociale, questo commento sarebbe comprensibile. Laddove invece, come in America, intere generazioni dimostrano l’efficacia della mobilità sociale, l’affermazione del Papa non corrisponde affatto al vero. La mobilità sociale promossa da alcuni sistemi capitalistici rappresenta la realtà vissuta e sperimentata da una vasta percentuale della popolazione americana e non già una “fiducia grossolana ed ingenua”»..

La critica di Novak, cioè del più illustre catto-capitalista negli Usa, dimostra, nel suo nervosismo, come la Evangelii gaudium abbia colpito nel segno. Al punto che lo stesso Pontefice, nella intervista ad Andrea Tornielli per La Stampa (Mai avere paura della tenerezza, 15 dicembre 2013), ha tenuto a puntualizzare il punto controverso sollevato da Novak: «Nell’esortazione non c’è nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato da un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto accade. L’unica citazione specifica è stata per le teorie della “ricaduta favorevole”, secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. 

C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri. Questo è stato l’unico riferimento a una teoria specifica. Ripeto, non ho parlato da tecnico, ma secondo la dottrina sociale della Chiesa. E questo non significa essere marxista». 

È la precisazione finale che colpisce. Abituati, dopo l’89, ad una legittimazione senza se e senza ma della globalizzazione capitalista, celebrata come “fine della storia” e come panacea di tutti i mali, ogni critica ad essa assume il senso di una posizione cripto-comunista. La Evangelii gaudium rompe il muro dell’omertà e lancia un sasso, potente, nello stagno delle idee. Ci aveva provato anche Benedetto XVI, nella sua Caritas in Veritate, un’enciclica che conteneva grandi novità, ottimi spunti critici. Rispetto ad essa l’esortazione apostolica appare più risoluta, prende il toro per le corna e non teme di gridare al mondo i limiti, evidenti a tutti dopo la débacle finanziaria del 2008,  di un modello economico che, affidato a se stesso, rischia di travolgere il mondo intero. 

Limiti strutturali e non periferici. Anche Novak concede che i potenziali effetti disumanizzanti del capitalismo possano essere mitigati, ai margini del sistema, dall’attività caritativa ed assistenziale propria del cristianesimo. Non ammette, però, che la carità possa tradursi in politica in modo da affrontare quelle cause “strutturali” che, secondo Papa Bergoglio, minano oggi la concordia interna ed esterna dei popoli, la pace. Per la Evangelii gaudium: «Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie d’uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (Evangelii gaudium, 53). 

La critica al sistema capitalistico-finanziario impostosi dopo l’89 è una critica ad un sistema “asociale”, fondato sull’esclusione. Esclusione dei senza lavoro, dei giovani, dei poveri, degli invisibili. Esclusione dell’etica e della politica. 

«Quante parole sono diventate scomode per questo sistema! Dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia» (Evangelii gaudium, 203). Per Papa Francesco il punto è chiaro: «Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato» (Evangelii gaudium, 204). 

Occorre intervenire attivamente per promuovere un’equità che non coincide con la mera crescita economica. «Lungi da me – scrive il Papa – il proporre un populismo irresponsabile, ma l’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi» (Ibidem). La sfera economica non può rivendicare un’autonomia assoluta, né, tanto meno, una priorità su quella politica. Occorre un ritorno al primato della politica, tale, però, che essa abbia come orizzonte il bene comune sociale. «La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune. Dobbiamo convincerci che la carità “è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici”. Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri!» (Evangelii gaudium, 205).

Una cosa è certa: raramente un testo del magistero sociale della Chiesa ha parlato con più forza. Colpisce, nell’Esortazione di Francesco, il tono, il passare dall’analisi descrittiva alla prima persona, il coinvolgimento diretto del Pontefice, lo sdegno di fronte ad un mondo che avrebbe tutti i mezzi possibili per alleviare le sofferenze e l’emarginazione di milioni di esseri umani e non lo fa. «Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare che i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli» (Evangelii gaudium, 58). Una provocazione che, a quanto pare, né Forbes né Michael Novak hanno gradito. 

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