CARCERI/ Il vero nemico è la “prigione” dell’anima

- Guido Brambilla

“Giustizia e persona” (Bietti, 2013), curato da Stefano Filippi e dall’Associazione di volontariato “Incontro e Presenza”, ripropone il problema della pena. GUIDO BRAMBILLA

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Immagine di archivio

Giustizia e persona (Bietti, 2013), un testo curato da Stefano Filippi e dall’Associazione di volontariato “Incontro e Presenza”,  è un volumetto che raccoglie vari interventi di addetti ai lavori del mondo penitenziario, nonché testimonianze di persone detenute.

Il titolo è volutamente provocatorio: la questione delle carceri e delle attuali problematiche di sovraffollamento viene infatti affrontata come tema centrale della stessa concezione della giustizia e della persona. 

Come sosteneva, infatti, il noto giurista Francesco Carnelutti, il recupero, l’abbraccio finale da parte della società civile, di un detenuto positivamente cambiato nel corso dell’espiazione della pena, è lo scopo ultimo dello stesso processo penale: è ciò che gli da valore e senso.

Sicuramente le relazioni svolte dai vari autori e le accorate testimonianze di alcuni detenuti sono innanzitutto orientate al problema dell’attuale sovraffollamento e alle inerenti difficoltà che si interpongono, in tale difficile contesto, ad un serio ed efficace recupero della persona detenuta.

Anch’io, del resto, nell’ articolo da me redatto, ho sostenuto la necessità di un provvedimento di clemenza, che, se accompagnato da interventi significativi sullo stesso sistema processuale e sanzionatorio, avrebbe l’utile scopo di deflazionare le carceri e di rimodulare, in modo ragionevole, i percorsi dei flussi in entrata e in uscita.

Senza voler quindi sminuire l’importanza di tali interventi, oggi più che mai indifferibili, anche per ottemperanza alle pronunce della Corte di Giustizia europea e ai conseguenti appelli dello stesso nostro presidente della Repubblica, vorrei, tuttavia, evidenziare come il cuore del problema sia in realtà un altro, più profondo e, significativamente espresso, come detto, nel titolo del libro.

Come, ad esempio, ha affermato Luigi Pagano (attuale vicecapo del Dipartimento dell’   Amministrazione penitenziaria) nel suo intervento, “…l’uomo può cambiare anche nelle situazioni più drammatiche, come può essere quella della reclusione in cella in condizioni disumane…”, o Francesco Maisto (Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna): “…Si può scoprire che le ferite di una persona detenuta diventano feritoie che si aprono sul suo mistero di essere umano. Tutto è possibile, ma questo non dipende da noi: non tutto è nelle nostre mani, e meno male che è così…”.

L’articolo 27, 3° comma, della Costituzione italiana afferma che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, ma nessuna legge, nessuna sentenza sono mai intervenute per spiegare cosa significa la parola rieducazione. Certo, il nostro ordinamento penitenziario, accogliendo l’orientamento della scuola positiva, prevede che il detenuto sia sottoposto ad un’osservazione scientifica della personalità con la predisposizione di un trattamento individualizzato mirante ad un percorso di recupero ed emenda. Con ciò, prevedendo anche la partecipazione, in questo percorso, di soggetti esterni al carcere, appartenenti alla comunità civile, al mondo del lavoro o dell’impresa, alle associazioni, ecc. 

Ordinariamente, quindi, il cambiamento è strutturato come un percorso di progressione verso il recupero: dal male, costituito dal reato, si cerca, attraverso degli strumenti previsti dalla legge (lavoro interno ed esterno, permessi premio, attività ricreative e sportive, semilibertà, ecc..) di giungere, nel tempo, ad una rivisitazione, da parte del condannato, della propria pregressa condotta deviante con una rielaborazione del futuro in termini di progettualità positiva volta al reinserimento sociale.

Tutto ciò è indubbiamente positivo ed è certamente utile ed importante per non concepire e vivere la sanzione penale nel suo solo aspetto meramente retributivo. Tuttavia sono dell’avviso che il vero cambiamento, il vero recupero, il vero dolore per il male commesso e il vero desiderio di conversione dell’io sono avvenimenti che, spesso, non implicano gli automatismi e il tempo di un progetto, anche buono, ma avvengono subito, nell’istante di uno sguardo, anche se, poi, può essere necessario il tempo della comprensione di ciò che è accaduto, del perdono inatteso, di un giudizio nuovo.

Mi è capitato, infatti, nell’esperienza del lavoro, di incontrare persone condannate che, dopo aver seguito tutta la trafila delle tappe rieducative e dopo essere state scarcerate, sono di nuovo  ricadute nella devianza. Diversamente, ho visto persone, ancora all’inizio del loro percorso trattamentale, cambiare in un momento, aprirsi in un pianto commosso alla vera identità di sé: e questo solo per uno sguardo, per una parola, per un gesto; uno sguardo, cioè, che pur non banalizzando il male da loro commesso, non le congelava in una definizione giuridica o criminologica, non le riduceva al limite della loro azione od omissione. Se una persona, infatti, all’interno di un rapporto con un tu capisce che la propria identità più profonda non è definita dal male commesso, allora si apre all’esperienza autentica del dolore, del dolore sincero che schiude l’io all’autentica speranza del cambiamento.

Si può fare di tutto per i detenuti: iniziative culturali, lavori socialmente utili, rappresentazioni teatrali, partite di calcio, laboratori artigianali, bande musicali, amnistie ed indulti. Tutto positivo, ma può ancora mancare l’io. E l’io, per i condannati come per i liberi, per i giusti come per gli ingiusti, per i sani come per i malati, rinasce solo nell’incontro con un “tu”. Ed è questo “tu”, la parola più semplice ed assieme più difficile, nella mentalità dominante, da riscoprire. Perché il “tu” vuol dire presenza di “Altro” a me, proprio a me, e noi non sappiamo più, oggi cos’è, o meglio, chi è, una “presenza”. 

Si possono fare tante cose belle e buone in modo impersonale, in modo non presente, da “professionisti” del bene, senza “esserci”: il detenuto allora può diventare un pretesto per mettere a posto la propria coscienza oppure per affermare, ancora una volta, se stessi, per dimostrare che, in fondo, siamo buoni. Il tu presente non è la pacca sulla spalla, non è il “…dai che ce la fai”, non è ” ..io sono qui per te”, è l’irrompere dell’irripetibile, di qualcosa di nuovo, che genera una commozione dell’io, che lo cambia scalzandolo “da sotto”, “più in fondo” della sua tristezza, dissipatezza o dimenticanza. Anche un bel tramonto o è un “tu” o ha lo stesso spessore, la stessa consistenza opaca di una cartolina.

Ecco: lo scopo del libro, anche attraverso altre testimonianze che, per brevità, non ho citato, è proprio quello di reimpostare oggi il problema della giustizia in termini educativi. Non ci sono solo regole da definire, procedure da semplificare, ma anche e, soprattutto, domande da porsi: “cosa o chi ci rende giusti?” ” È giusto punire? E se sì, cosa vuol dire punire e chi può punire?” “cosa vuol dire (ri)educare?”. Sono domande che davvero non riguardano solo giudici e poliziotti, direttori delle carceri ed operatori sociali, ma tutti noi, uomini e donne, madri e padri, mogli e mariti. E sono domande che, prima di una formulazione teorica, possono e devono trovare una traccia di risposta solo nell’esperienza concreta di ognuno di noi.

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