GRACE PALEY/ Il sogno americano visto da una figlia (russa) del Bronx

- Antonella Berni

Grace Paley (1922-2007), scrittrice, convinta pacifista, docente universitaria, ci ha lasciato solo racconti, dove la trama, sempre aperta, lascia il posto alla speranza. ANTONELLA BERNI

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Nel Bronx (Immagine dal web)

Chissà cosa penserebbe Grace Paley di questa guerra che oggi disturba i nostri sonni. Una guerra diversa da quella in Vietnam contro la quale combatté come attivista della War Resisters League, andando a Hanoi per negoziare il rilascio dei prigionieri di guerra (1969), poi a Mosca alla Conferenza mondiale per la Pace come delegata (1974), e infine facendosi arrestare dopo aver srotolato un poster sul bel prato verde della Casa Bianca (No Nuclear Weapons-No Nuclear Power-Usa and Ussr, 1978).

Perché la Paley non era solo una scrittrice. In un’intervista a People dichiarò che forse avrebbe dovuto scrivere un libro sulla guerra per fare qualcosa per la pace, ma preferì impegnarsi personalmente con la protesta, non solo manifestando per le strade ma anche firmando un manifesto (Writers and Editors War Tax Protest) con il quale di fatto suggeriva la disubbidienza fiscale. Anche se a leggere le interviste si direbbe che la sua vocazione fosse l’insegnamento, che riteneva il punto di partenza per formare un individuo sano in una società sana, la prima cellula della comunità. Un concetto semplice ma non chiaro a tutti, neanche di questi tempi. 

La sua idea girava intorno alla funzione conoscitiva della letteratura e alla scrittura come inventio e modo di apprendere il mondo attraverso le parole degli altri. Non solo le parole ma anche il punto di vista, elemento assai importante nelle comunità multirazziali come quella in cui era cresciuta nel Bronx. 

Figlia di immigrati russi (il padre era un medico), Grace era vissuta a cavallo delle due culture in una famiglia in cui si parlavano russo, yiddish e inglese. Non dovette far altro che guardarsi intorno per attingere la sua materia prima: la working-class newyorchese le fornì una galleria di personaggi improbabili alle prese con l’esistenza. All’inizio la sua opera venne accolta tiepidamente. Qualche critico la accusò di mostrare una realtà deprimente e limitata, addirittura “un intero piccolo paese di cittadini svantaggiati, fragili e tormentati” (Michael Wood, New York Review of Books). C’è da dire che la scrittura di Grace non era (e non è) per tutti. Come disse William Novak, parlando della sensibilità linguistica della Paley, “le qualità e gli argomenti che danno forza alla maggior parte dei nostri autori bravi sono piuttosto lontani dal suo lavoro”. E questo va inteso come un grande complimento.

Tre le raccolte pubblicate: The Little Disturbances of Man, Enormous Changes at the Last Minute, Later the Same Day, per un totale di quarantacinque racconti. Raccolte ben distanziate temporalmente perché la scrittura si contendeva un posto nella vita impegnata di Grace insieme all’insegnamento (insegnò prima alla Columbia University e alla Syracuse University, poi al Sarah Lawrence College), all’impegno politico ma soprattutto al suo ruolo di madre e moglie inteso in modo totalizzante. Un’attività fioriva a scapito di un’altra, ma spesso quella familiare prendeva il sopravvento.

Tutto parte dal linguaggio. Leggere un racconto della Paley, che talvolta può essere lungo solo tre o quattro pagine, significa osservare una scena (ad esempio l’attività in un giardinetto pubblico del Bronx) della quale la scrittrice illumina un particolare. Sotto quest’occhio di bue descrive con perizia degli elementi legati alla quotidianità, magari banali, che solo con quel linguaggio assumono un significato nuovo, proiettano il lettore dal particolare al generale, a una situazione più e ampia e al di sopra di ogni cosa, incomprensibile ai personaggi ma a quel punto chiara a chi legge. Gli scenari di cui parla non sono folclore ma quasi la conseguenza di un interesse antropologico, come forse aveva ben inteso A.S. Byatt nella sua introduzione alla seconda edizione di The Little Disturbances of Man, facendo riferimento ad altre autrici più quantitative che qualitative.

Il punto di forza narrativo non è l’azione, non c’è quasi mai azione in questi racconti, quanto piuttosto la conversazione tra i personaggi, spesso irlandesi, ebrei e neri che, attraverso le loro parole, raccontano una disperazione composta e senza pathos. Questo si accompagna alla frammentazione della frase, e quindi anche del pensiero. Non è il cosa scrive ma il come lo scrive. Alcune storie sembrano senza fine, forse anche senza inizio, ma tutte le tessere di questo mosaico sbagliato si risistemano sotto gli occhi del lettore con una potenza che sorprende. La stessa Paley ha motivato l’assenza di una trama come l’unico modo di dare una speranza alla storia e ai suoi personaggi di sopravvivere dopo l’ultima pagina, di continuare a vivere nell’immaginazione del lettore. Come darle torto?

Nonostante la bravura nell’osservare e l’abilità nel riportare, non fu mai insignita di nessun premio e mantenne salda la sua fede nella giustezza del racconto come forma letteraria ideale per descrivere la realtà come lei la vedeva. A nulla valsero i due anni impiegati nel tentativo di scrivere un romanzo (sotto contratto per Doubleday). Il racconto o la poesia (di cui scrisse alcune raccolte) rimasero i suoi validi strumenti di analisi della realtà circostante.

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