LETTURE/ Varlam Šalamov, 17 anni nel gulag: o vivere o scrivere

17 anni di prigionia, la maggior parte dei quali trascorsi nei lager della Kolyma, una delle regioni più inospitali della Siberia. Questa la vita di Varlam Šalamov. ELENA FREDA PIREDDA

29.10.2014 - Elena Freda Piredda
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Varlam Shalamov (1907-1982) in una foto di B. Lesnyak (da http://shalamov.ru)

E’ stata da poco inaugurata a Brescia, presso la sede dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, la mostra “Vivere o scrivere. Varlam Šalamov”, curata dall’associazione Memorial Italia in collaborazione con la Cooperativa cattolico-democratica di cultura di Brescia. 

Poeta, narratore, giornalista, Varlam Šalamov è uno degli autori che, accanto a Solženicyn, forse più noto al grande pubblico, ha meglio saputo descrivere la vita nei lager sovietici. Nato nel 1907 a Vologda, Šalamov scopre ben presto come funzioni la terribile macchina della (in)giustizia sovietica: ancora studente, viene arrestato nel 1929 e condannato a tre anni di detenzione in lager come «elemento socialmente pericoloso». Per il giovane scrittore sarà solo l’inizio: a questa prima condanna ne seguono infatti altre due, con accuse diverse («attività controrivoluzionaria trockista», «agitazione antisovietica»: ai totalitarismi non mancano mai le parole per condannare i propri nemici), per un totale di diciassette anni di prigionia, la maggior parte dei quali trascorsi nei temibili lager della Kolyma, una delle regioni più inospitali della Siberia. Dopo un periodo al confino, fra il 1951 e il 1956, è riabilitato (ma solo per due delle accuse per cui era stato condannato) e gli viene concesso di stabilirsi a Mosca, dove muore nel 1982. Curiosamente — e tragicamente — la riabilitazione definitiva per tutti i capi di imputazione arriva solo nel 2000, a quasi vent’anni dalla morte. 

Non è un caso dunque che la mostra di Memorial Italia si apra con una foto segnaletica dello scrittore, il cui sguardo penetrante e puro riesce a catturare l’attenzione dello spettatore, quasi a volergli rivelare un segreto. Cosa abbia visto e vissuto il prigioniero Šalamov lo scopriamo soprattutto leggendo la sua opera più celebre, I racconti di Kolyma, composta fra il 1954 e il 1973, che di quello sguardo mantiene la lucidità e la crudezza. Non è una prosa abbellita e ricca di fronzoli, modellata per essere più digeribile, quella di Šalamov: al contrario, è un pugno nello stomaco, è sconvolgente per l’abisso di disperazione che descrive, ma possiede al tempo stesso la bellezza che può trasparire solo dal vero. È infatti solo nella decisione di raccontare tutto ciò che ha visto, anche a costo della propria vita, che il detenuto-scrittore può conservare la propria umanità. E la ricerca del vero, come ricorda Irina Sirotinskaja, una delle amiche più fidate dell’autore, nella sua prefazione a I racconti di Kolyma, è alla base di tutta l’opera di Šalamov, che arriva a tormentarsi temendo di non riuscire a narrare appieno tutta la propria esperienza. Da qui nasce l’esigenza di una prosa asciutta, che rinunci a una letterarietà tradizionale e si faccia quasi cronaca, sostituendo alla finzione dello “scrivere” il “vivere” dei campi.

La rinuncia alla verità, l’accettazione del compromesso, fa sì che il detenuto rinneghi la propria umanità e accetti la vittoria del lager. Un brano del racconto L’ingegner Kisel?v evidenzia con chiarezza la posizione dell’autore: «Nel lager ci sono molte cose che l’uomo non dovrebbe mai vedere. Ma vedere il fondo più oscuro della vita non è ancora la cosa peggiore. La cosa peggiore è quando l’uomo comincia a sentire questo fondo oscuro — e per sempre — come parte della propria vita, quando informa i propri criteri morali all’esperienza del lager, quando la morale dei malavitosi viene applicata alla propria vita di “libero”. Quando la ragione dell’uomo non si limita più a giustificare questi sentimenti del lager, ma si è ormai messa al loro servizio. Conosco molti intellettuali — e non solo degli intellettuali — che hanno assunto i propri criteri malavitosi come confini, di un’etica segreta che li guida nella loro vita libera. Nella battaglia che ha opposto queste persone al lager, è stato il lager a riportare la vittoria». 

Vivere o scrivere. Varlam Šalamov ripercorre dunque le tappe fondamentali della biografia dello scrittore, proponendo brani delle sue opere, testimonianze fotografiche e documenti provenienti dal Garf, l’archivio di Stato della Federazione Russa, e dall’archivio di Memorial Mosca. La mostra rimarrà a Brescia fino al 7 novembre, per poi trovare ospitalità presso l’Università degli Studi di Milano (dal 13 al 27 novembre), inserendosi anche all’interno delle iniziative promosse da Bookcity. Durante i mesi di dicembre e di gennaio verrà infine accolta dalle Università di Parma e di Verona. La mostra, inaugurata per la prima volta nel 2012 in lingua tedesca presso la Literaturhaus di Berlino e portata poi nel 2013 alla Biblioteca del Klementinum di Praga, è stata fortemente voluta da Memorial Italia, che desidera così riproporre anche al pubblico italiano una delle voci più lucide e audaci della letteratura russa del XX secolo. E proprio oggi, in un momento in cui la memoria sembra sempre più essere travisata, ritoccata e piegata ai bisogni della propaganda, la testimonianza asciutta e oggettiva di Šalamov dimostra quanto sia necessario tornare alla purezza della narrazione e del ricordo, alla sua forma più scarna, ma per questo anche più vera.

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