LETTURE/ Dubliners, il “viaggio” di Joyce nel profondo finisce nel nulla

- Paolo Gulisano

Un secolo è trascorso da quando la raccolta di racconti “Dubliners” (in italiano “Gente di Dublino”) accese nel mondo delle lettere la stella di James Joyce. PAOLO GULISANO

joyce_zoomR439
James Joyce (1882-1941)

Un secolo è trascorso da quando la raccolta di racconti Dubliners (in italiano Gente di Dublino) accese nel mondo delle lettere la stella di James Joyce. Un’opera dotata di uno straordinario talento narrativo che avrebbe definitivamente preso congedo dal romanzo ottocentesco e avrebbe dato inizio ad un nuovo stile letterario. Ricordare Dubliners vuol dire non solo salutare un’opera singolare e fondamentale nei percorsi narrativi del ‘900, non solo un autore tanto controverso quanto geniale, ma anche dei luoghi: la Dublino e l’Irlanda oggetto dell’amore/odio di Joyce, come anche Trieste. 

Fu infatti nella città adriatica, dove Joyce si era trasferito da qualche anno, in esilio volontario, alla ricerca di un lavoro e di una propria identità umana e culturale, che la maggior parte dei racconti che compongono Dubliners venne scritta. E Trieste ebbe effettivamente un ruolo prioritario nell’elaborazione della personalità e dell’immaginario fervido dell’Irlandese. Qui vennero rielaborati i ricordi, le esperienze, le emozioni, le controversie che Joyce aveva vissuto nella natia Irlanda. 

Dublino e Trieste: tanto lontane ma allo stesso tempo tanto simili. Entrambe affacciate sul mare, entrambi importanti città di commercio, entrambe — in quell’epoca — irredente dal punto di vista politico. Entrambe erano, ancora per poco, centri di rilievo di due grandi imperi, quello britannico e quello austro-ungarico. La Dublino che Joyce si era lasciato alle spalle era quella in cui lo Sinn Fein stava portando a maturazione il lungo cammino verso la libertà dell’Irlanda, era una Dublino che si preparava allo scontro decisivo con gli inglesi riappropriandosi della propria storia, della propria cultura, della propria lingua gaelica. 

I circoli letterari, con in grande evidenza lady Gregory e William Butler Yeats, stavano facendo riscoprire all’Irlanda le proprie radici, dai miti celtici alla spiritualità medievale che erano state congelate da secoli di oppressione britannica. La Trieste in cui Joyce andò a stabilirsi era una città italiana nell’impero asburgico, che ambiva a ricongiungersi con il resto del regno, ma era anche una città cosmopolita. A differenza della Dublino irlandese sotto il giogo inglese, Trieste era un crocevia di etnie, culture e religioni. La componente italiana era certamente la prevalente, ma c’erano anche sloveni e tedeschi. Importantissima e significativa era anche la presenza ebraica, in una città a prevalenza cattolica, ma di un cattolicesimo molto diverso da quello tradizionale dell’Isola del Destino, forgiato attraverso secoli di persecuzioni. Un cattolicesimo decisamente moderno, già piuttosto laico.

Joyce insomma si era trovato proiettato dalle dicotomie nette della sua terra — celti contro sassoni, cattolici contro protestanti, tradizionalisti contro illuministi — ad una realtà composita e complessa, ad un mondo cosmopolita che fece decisamente suo, con le sue positività e le sue contraddizioni. 

In questo mondo, che era quello della Mitteleuropa, in una Trieste che parlava sì italiano (accanto si capisce al triestino, allo sloveno, al tedesco) ma pensava con la logica di Vienna o Praga, Joyce cominciò a confrontarsi con la sua storia, con il crogiolo di idee che aveva in testa, con il suo immaginario che da lì a pochi anni sarebbe definitivamente esploso nel suo capolavoro, l’Ulisse. 

Dubliners era stato portato a termine già nel 1912, e Joyce fece un viaggio in Irlanda per proporlo agli editori. L’esito fu negativo, e il figlio di un’Irlanda rurale, l’Irlanda delle contee rurali da cui provenivano i suoi genitori, l’Irlanda profondamente, intensamente, appassionatamente cattolica, l’Irlanda indipendentista fino al martirio civile, voltò le spalle definitivamente alla sua terra. Tornò a Trieste pieno di rancore, e portò ulteriormente nella revisione di Dubliners la rabbia fredda che nutriva in cuore per la sua patria e tutto ciò che la rappresentava. 

Per la prima volta un’artista irlandese cattolico entrava in dura polemica con la propria identità. Joyce vedeva le ragioni dei mali che affliggevano la sua patria nell’arretratezza culturale, e non nell’oppressione inglese, un’arretratezza la cui principale causa era la Chiesa cattolica. Joyce fu una sorta di avanguardia del laicismo irlandese che sarebbe emerso negli ultimi decenni del ‘900, dopo l’epopea tragica dell’indipendenza. Il benessere economico e l’ascesa di correnti culturali moderniste avrebbe infatti portato all’elaborazione di un pensiero secolarista e laicista che si sarebbe affermato nei media (a cominciare dall’Irish Times, l’equivalente irlandese dell’italiana Repubblica), e nelle linee editoriali. 

Dubliners, da questo punto di vista, è un documento storico interessantissimo per comprendere l’evoluzione dell’Irlanda nel corso dell’ultimo secolo. Ma l’aspetto più prezioso di questi racconti sta altrove: al di là delle radici culturali, del confronto con sistemi politici come quello britannico e quello mitteleuropeo, il valore più grande di Dubliners sta nel suo essere un viaggio nel profondo, forse negli abissi, dell’animo umano. In ognuno dei quindici racconti della raccolta assistiamo a storie di vita quotidiana dove i protagonisti si comportano secondo due schemi prestabiliti: di fronte alla realtà, con le sue domande, le sue sfide, a volte le sue aggressioni, non ci sono che due risposte, due atteggiamenti: la paralisi o la fuga. 

La prima è principalmente una paralisi morale, causata soprattutto dai vincoli morali, dalla religione che, proprio per questo motivo, Joyce vede come oppressiva, mentre la fuga è conseguenza della paralisi, inevitabile nel momento in cui i protagonisti comprendono la propria condizione. La fuga, tuttavia, nella visione pessimistica e tragica dell’autore, è sempre destinata a fallire. Una fuga tuttavia resa inevitabile, nella narrazione, da quella tecnica propria di Joyce che fu la cosiddetta “epifania”: un insignificante particolare o un gesto, o perfino una situazione banale portano un personaggio ad una visione spirituale con cui comprende se stesso e ciò che lo circonda.

L’epifania era la chiave simbolica della storia stessa. Dubliners diventa così una sequenza di fallimenti, di sconfitte. Di falliti e di sconfitti dalla vita, in un percorso doloroso, tragico e — sembrerebbe — inevitabile. Negato quel Redentore annunciato agli irlandesi secoli prima da san Patrizio, a Joyce non resta che prendere atto della sorte infelice dell’uomo, immobilizzato e impotente, o inutilmente preso da un’agitazione che lo porta alla fuga verso il baratro, o il nulla. 

In quell’autunno del 1914, mentre l’Europa si introduceva con incosciente follia nella più mostruosa guerra di tutti i tempi, Joyce, lontano da tutte le ideologie, lontano dagli eroismi feniani di Irlanda quanto dal crollo imminente della splendida civiltà mitteleuropea in cui aveva vissuto per un decennio, prendeva atto non solo del dramma della civiltà, ma soprattutto dall’uomo. Lo scoppio della guerra portò Joyce ad un altro esilio. Lontano dall’Irlanda che si accingeva ad affrontare la sfida decisiva con l’Inghilterra, lontano dalla Trieste cosmopolita che sarebbe diventata italiana, si ritirò nell’algida, neutrale Svizzera, dove avrebbe negli anni seguenti continuato il suo viaggio nei meandri del cuore umano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori