1989-2014/ Perché l’”Accademia” si è dimenticata del Muro?

- Paolo Gheda, Tito Forcellese

Cosa strana, il mondo accademico italiano è sembrato dimenticarsi di una ricorrenza a fondamento dell’attuale situazione geopolitica europea. PAOLO GHEDA e TITO FORCELLESE

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Il contesto accademico italiano è sembrato dimenticarsi di una ricorrenza che pure è a fondamento dell’attuale situazione geopolitica europea, e mondiale tout court. Il 9 novembre 1989 una folla di cittadini berlinesi orientali varcavano i posti di checkpoint del Muro, accolti con meraviglia ed entusiasmo dai loro fratelli dell’Ovest, e la storia contemporanea chiuse allora simbolicamente un capitolo — quello della Guerra fredda — e ne aprì un altro.

Si può, pertanto, considerare quasi un’eccezione per il nostro dibattito culturale il convegno internazionale sulla fine del comunismo in Europa (Regimi e dissidenza. 1956-1989), che si è svolto all’Università di Teramo il 3 e 4 dicembre. 

Di fatto, questo è stato l’unico appuntamento accademico in Italia dedicato alla ricorrenza del XXV anniversario della caduta del “Muro di Berlino”, scaturito da una comune riflessione culturale e interdisciplinare (storico-filosofica-politica-istituzionale) attorno ad un importante libro — uscito clandestinamente nel 1978 — dell’ex presidente della Repubblica Ceca, nonché oppositore al regime comunista cecoslovacco, Vaclav Havel: Il potere dei senza potere

Osservando il singolare percorso intellettuale e politico di Havel (da dissidente in carcere a presidente della Cecoslovacchia) e partendo dal suo principio “vivere nella verità”, a Teramo si è avviata una riflessione interdisciplinare focalizzata sui due poli contrapposti e ancora poco studiati: i regimi e la dissidenza. Dal convegno è emerso così un quadro più chiaro sulle due differenti filosofie politiche, sulla genesi del mito dell’Urss, sulle sue contraddizioni e sull’inizio (o la ripresa) del dissenso interno. E, infine, si è potuto approfondire il diverso approccio culturale e identitario delle numerose forme di dissidenza sviluppatesi nelle altre nazioni del Blocco comunista dell’Est, dal 1956, l’anno del famoso rapporto di Chrušcëv al XX Congresso del Pcus.

Così, dal dibattito di Teramo sono emerse domande e considerazioni che potrebbero alimentare nei prossimi anni la ricerca storico-politica sul comunismo. Punto di partenza è la genuina aspirazione alla giustizia, da sempre presente nella persona, e riscoperta in modo potente nei movimenti popolari ottocenteschi, che ha incontrato un progetto palingenetico — ossia di una radicale trasformazione dell’uomo e della società — espresso, dal 1917, in un sistema politico totalitario. Non è stata illusoria la perenne domanda di giustizia, quanto semmai la parziale e fuorviante risposta elaborata dall’ideologia, con i tragici esiti che abbiamo conosciuto; essa ha inventato il “nemico oggettivo” che occorreva eliminare o neutralizzare per creare “l’uomo nuovo”. Ripercorrendo ad esempio le poco conosciute (almeno al grande pubblico) vicende della Chiesa ortodossa in Unione Sovietica, ci si può rendere conto di ciò che abbia prodotto questa logica del “nemico oggettivo” (“da schiacciare come un insetto”) nei confronti di coloro i quali si opponevano alla costruzione del “mondo nuovo”. 

Cercando di analizzare le ragioni che hanno condotto all’implosione questi tipi di sistemi totalitari — dato che essi hanno avuto, peraltro, una durata assai lunga — è affiorata, nelle varie analisi, una molteplicità di fattori. In primo luogo, un fattore filosofico politico, ossia la crisi del totalitarismo e dell’ideologia marxista-leninista come pretesa totalizzante nei riguardi della persona e della società, avviata verso il lento “suicidio della rivoluzione”; in secondo luogo, i fattori economici, con i vari tentativi incoerenti e contraddittori di autoriforma dall’interno del sistema comunista, pian piano naufragati; in terzo luogo, il fattore-strategico militare con il dispiegamento del potenziale bellico e nucleare come competizione permanente tra i Blocchi; infine, come quarto punto il fattore politico, con il processo di destalinizzazione iniziato da Chrušcëv nel 1956, legato alla (peraltro incompleta) denuncia delle repressioni di Stalin.

Un ulteriore fattore considerato fondamentale è stato certamente quello religioso, in virtù della plurisecolare presenza di ortodossi e cattolici, sia nell’Urss che in altri paesi dell’Est; in particolare, non si può derubricare a mera comparsa nella storia del Novecento il ruolo di alcune personalità, come ad esempio quella carismatica e politicamente determinante di Giovanni Paolo II, o quella di un intellettuale del dissenso come Alexsandr Solženicyn.

Si tratta, beninteso, di un sintetico e ancora non esaustivo tentativo di enucleare i fattori più rilevanti che hanno innescato il processo di cambiamento, che tuttavia ha provocato una serie di domande di grande spessore interpretativo: è possibile oggi ragionare sull’influenza di un “fattore dissidenza” nell’implosione dei regimi? Si può introdurre nell’elaborazione della critica storica, politica e culturale una categoria della dissidenza rispetto a quella già accettata dei regimi?

Anche alla luce di ciò che è emerso nel convegno, si può sostenere che tale fattore debba essere preso ragionevolmente in considerazione tra gli altri citati in precedenza, non fosse altro perché ha contribuito a far venire alla luce le contraddizioni ed il volto totalitario dei regimi, ponendo domande scomode anche all’occidente democratico, ad esempio rispetto alla sua debolezza spirituale (si veda il discorso ad Harvard di Solženicyn, 1978). 

In definitiva, l’esperienza storica della dissidenza si è configurata come una vera “rivoluzione della dignità”, la cui cifra morale e intellettuale coincide con il rifiuto assoluto della violenza e con la scelta di “vivere senza menzogna”. L’accettazione della menzogna come sistema di vita appare una delle radici, forse la più forte, dei regimi totalitari. Pertanto, conoscendo e meditando le lezioni e le testimonianze di Havel, di Solženicyn, di Solidarnosc e di tanti altri protagonisti, diventa assai interessante capire come avrebbero affrontato le difficili sfide poste dalla realtà complessa del nostro tempo. Cosa potrebbe e dovrebbe fare oggi il verduraio descritto da Havel (il gesto di un uomo “senza potere” che rifiuta di mettere nel suo negozio il cartello di una propaganda di regime in cui non crede) di fronte ad un potere invisibile e pervasivo, che mostra, spesso e inavvertitamente, improvvisi accenti totalitari e neo totalitari? 

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