TE DEUM/ Per ringraziare Dio ci vogliono degli amici

- Mauro Leonardi

In ogni chiesa del mondo oggi tutta la comunità si riunirà e canterà il Te Deum, l’inno di ringraziamento per eccellenza. E per ringraziare Dio ci vogliono degli amici. MAURO LEONARDI

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Immagine di archivio

TE DEUM. In ogni chiesa del mondo oggi, in serata, tutta la comunità si riunirà e canterà il Te Deum, l’inno di ringraziamento per eccellenza. È un atto liturgico che si farà a prescindere. Non importa se ci sia stato lo tsunami, un figlio morto di cancro, la guerra civile, o il tasso di disoccupazione che ha raggiunto la doppia cifra. Non si fa se è andato bene il raccolto e altrimenti no. La chiesa ci insegna che si ringrazia di tutto. Si ringrazia per tutto e per tutti. Ce lo ha insegnato la mamma, da piccoli, a dire grazie. Grazie alla zia perché ci ha dato una caramella. Un grazie facile. 

Poi cresciamo un po’ e la mamma ci insegna di nuovo a dire grazie alla zia anche se il regalo della zia proprio non ci piace. Sono dei grazie più difficili da dire. Oggi la chiesa, che è madre, ci insegna questo grazie, un grazie che può essere difficile da dire. Ci aspetta alla fine di un anno denso, intenso. Riuscirò a dirlo di cuore, mi sono chiesto? E forse ho trovato la scorciatoia quando ho scoperto che il Te Deum — preghiera antichissima — sembra sia stato composto a due mani da Ambrogio ed Agostino il giorno di battesimo di quest’ultimo, avvenuto a Milano nel 386. Per questo, pare, è stato chiamato anche “inno ambrosiano”. 

Ora, studi più approfonditi scarterebbero quest’ipotesi, ma io mi sono documentato e persone esperte mi hanno spiegato che nessuno potrà mai dire l’ultima parola. E quindi, allora e invece, io me la tengo bella incartata quest’ipotesi, la faccio vera, lungi da me l’idea di scartarla. Perché la strada giusta, nella Chiesa, è sempre quella della comunione, della relazione. È bello pensare che un inno che loda Dio, il Verbo incarnato, lo Spirito Santo, gli angeli, i santi e a tutta la Chiesa — che poi siamo noi e le nostre vite —, sia diventato un inno così perché fatto a due mani. Non solo perché sono le mani di due santi ma perché sono le mani di due amici. Che si sono conosciuti quando Agostino veniva da una vita affaticata e pesante e pensosa e Ambrogio era già Ambrogio. Perché di tutte le cose che si possono fare anche da soli, ce n’è una che ha bisogno di qualcuno accanto, ed è il ringraziamento, la gioia.

E questo me lo insegna non l’erudizione ma Maria in persona, che esplode nell’inno di ringraziamento per eccellenza di tutto il vangelo — il Magnificat — non dopo l’Annunciazione ma dopo la Visitazione. Il motivo della gioia è l’Annunciazione — cioè l’Incarnazione — ma l’esultanza è possibile solo assieme alla cugina. 

Per dire “sì” a tutto — il fiat — si può anche essere soli (a volte, anzi, bisogna essere soli) ma per un canto di ringraziamento, ci vuole un altro. Ci vogliono almeno due paia di braccia e di mani e di bocche. Maria, per erompere nel Magnificat, ha bisogno dell’incontro con Elisabetta. Per fare di un anno che non è stato tutto bello un’occasione di gratitudine, ci vuole una comunità, una famiglia, o almeno due amici. Così posso guardare all’anno nuovo con realismo. Senza sperare che vada tutto bene e tutto meglio, ma d’imparare ad essere di più con un amico.

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