DARWIN/ Se il caso ha “creato” il mondo, perché siamo ancora qui?

- Elisabetta Sala

Charles Darwin (1809-1882) avrebbe compiuto duecentocinque anni il 12 febbraio. Il fatto merita menzione, considerando l’enorme impatto delle sue teorie. ELISABETTA SALA

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Charles Darwin (1809-1882) (Immagine d'archivio)

Charles Darwin, buonanima, avrebbe compiuto duecentocinque anni il 12 febbraio. Certo il fatto merita menzione, considerando l’enorme impatto delle sue teorie sul mondo scientifico, filosofico, letterario.

Ovunque celebrato come pioniere del progresso, paladino della verità scientifica contro ogni dogmatismo, egli era al tempo stesso molto umano e certo avrebbe profondamente disapprovato la strumentalizzazione del suo pensiero poi operata dai suoi seguaci: giacché il darwinismo sociale e l’eugenetica furono derivazioni malate dell’evoluzionismo. Così, almeno, recita la vulgata internazionale del politicamente corretto.

Per capire meglio, consideriamo un brano tratto dall’opera darwiniana di più vasto respiro, l’Origine dell’uomo (1871). Al capitolo quinto si trova questa importante considerazione:

Tra i selvaggi, i deboli nel corpo o nella mente vengono presto eliminati; così che, normalmente, chi sopravvive esibisce uno stato di salute vigoroso. Noi uomini civilizzati, invece, facciamo tutto ciò che è in nostro potere per controllare il processo di eliminazione: costruiamo ospizi per gli imbecilli, gli storpi, i malati; istituiamo leggi che proteggano i poveri; e i nostri medici investono tutta la loro abilità per cercare di salvare la vita di ciascuno fino all’ultimo momento. Abbiamo ragione di credere che le vaccinazioni abbiano preservato migliaia di individui che, per via della loro debole costituzione, sarebbero altrimenti rimasti vittime del vaiolo. Così i membri deboli delle società civilizzate propagano la loro stirpe. Nessuno che abbia presente l’allevamento degli animali domestici dubiterà che ciò debba essere altamente dannoso per la razza umana; ma, eccetto nel caso dell’uomo, quasi nessuno è tanto ignorante da permettere la riproduzione dei suoi animali peggiori“.

Qui c’è qualcosa non va. Veramente queste parole uscirono dalla sua penna? La selezione naturale applicata alla razza umana sarebbe dunque un’idea sua, non dei suoi cattivi discepoli? Controllare per credere.

In parole povere, egli vuole dirci che:

1. I “selvaggi” sono più progrediti di noi e sono dunque da prendere come modello. Residuo illuministico e rousseauiano? È al mitico, utopico stato di natura che il nostro naturalista ci vorrebbe ricondurre? La sua fede cieca nel progresso sarebbe in realtà un cammino a ritroso? 

2. I deboli vanno eliminati, e pure “presto”: alla nascita, se non prima. Sì all’aborto e all’infanticidio eugenetici in quanto migliorerebbero la razza. Perché

3. l’uomo è un animale come gli altri e come gli altri va trattato. E, dunque,

4. che differenza c’è tra un allevamento di cani o di cavalli e una famiglia umana? Nessuna.

5. Aiutare i deboli, i malati, i poveri, i disabili è un male. Malattie epidemiche come il vaiolo possono essere un bene per l’umanità, in quanto eliminano gli individui “difettosi”. Igiene del mondo.

6. Anche offrire ai deboli assistenza sanitaria è un male: il progresso reclama le sue vittime.

7. I parametri validi per gli animali si dovrebbero applicare anche alla riproduzione umana: solo i migliori dovrebbero “produrre” figli. Solo così avremo una razza senza difetti.

Idee nuove, un po’ balzane, che il nostro partorì (forse come secrezioni del cervello) mentre si avviava verso la vecchiaia? Macché, nulla di nuovo: la riproduzione umana regolamentata (dallo Stato?) era già stata teorizzata quasi un secolo prima. È del 1798, infatti, il famoso “studio” di Malthus, pastore anglicano, il teorico della sovrappopolazione, che, tra le sue tante perle di saggezza, propose anche la limitazione della riproduzione tra le classi inferiori. Eccellente strumento per eliminare la povertà, quello di eliminare i poveri. 

Di fatto, il parlamento inglese era molto sensibile a tutte le suddette idee “magnifiche” e “progressive” e ai tempi di Darwin si era già messo in moto da diversi anni in tal senso: per dirne una, nel 1834 aveva istituito le workhouses, case di lavoro coatto per gli indigenti, più simili a carceri che a ospizi. La novità interessante, rispetto a tutte le soluzioni precedentemente adottate per “soccorrere” i poveri, era che uomini e donne andavano rigorosamente divisi; compresi, ovviamente, i coniugi. Così si tentò di limitare la riproduzione degli “animali peggiori”. 

Il nostro naturalista-biologo affondò dunque le sue radici in un terreno fertile, pronto ad accogliere la sua teoria rivoluzionaria, secondo cui il mondo non sarebbe stato creato da Dio ma dal caso, che però selezionerebbe le specie in modo intelligente, secondo un criterio che porta sempre al miglioramento.

Sinceramente, qualcosa sfugge. E, comunque, se questi sono i padri della società moderna, tanti auguri a tutti noi. 

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