GUARESCHI/ Il “miracolo” di inventare il Vero

- La Redazione

“Osservare e analizzare i personaggi guareschiani è un po’ come aprire una matrioska che, però, ha gli occhi lucenti e i baffi ad ala di rondone di Giovannino”. EGIDIO BANDINI

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Don Camillo e Peppone nella versione cinematografica (Foto dal web)

Ebbene, sì. Mi sono messo in testa anch’io di scrivere un libro su Guareschi. Intendiamoci, non proprio su Guareschi, anzi, proprio su Guareschi, ma non solo su Guareschi. Insomma, ho scritto un libro. Un libro che parla di Guareschi, attraverso i suoi personaggi. A questo punto, direte voi: “Uffa, non bastava Guareschi, ancora don Camillo e Peppone!” Invece no.

Questo libro parla dei personaggi minori di Giovannino o, meglio, degli interpreti che Guareschi fa recitare nelle sue storie, da Mondo piccolo, ai romanzi, a Piccolo mondo borghese. Sono donne come Carlotta Wonder, Clotilde Troll, la Giannona, la Celestina del Fagiano, Abbondanza e Suor Filomena; uomini come Lo Smilzo, Giaròn il carrettiere, Il Crick, Il Brusco, Carestia, don Candido; bambini come Chico, Gigino pestifero o la Luci; animali come il cane Ringo, la vacca Bionda, il cavallo Menelik e anche cose, nel senso più nobile del termine, come il Grande Fiume, gli argini, le distese infinite dei campi, il cielo immenso della Bassa dove sono, ancora oggi, scritte tutte le favole di Giovannino.

Osservare, analizzare, rileggere i personaggi e gli interpreti guareschiani è un po’ come aprire una matrioska che, anziché avere il volto pacioso di una contadina ucraina, ha gli occhi lucenti e i baffi ad ala di rondone di Giovannino. Già, perché è lo scrittore stesso il prototipo di tutti i suoi personaggi o, meglio, tutti gli interpreti delle vicende raccontate da Guareschi sono racchiusi nel loro inventore che, come ogni attento costruttore, per non sbagliare, ha inventato semplicemente il vero. Le emozioni, i sogni, le sofferenze, le speranze, i drammi che vivono, attraverso le figure che Giovannino fa entrare in scena, sono le stesse emozioni, gli stessi sogni (eccetera) di Giovannino, sono gli stessi suoi punti di riferimento: la famiglia, la fede, la patria. Una trinità personale, ma assai meno laica di quella del padre Primo Augusto che venerava Giuseppe Verdi, Alessandro Manzoni e Napoleone.

Tre fari che illuminano il cammino della vita, tre come i personaggi principali delle favole guareschiane: don Camillo, Peppone e il Cristo. Sono i primi due che, più di tutti gli altri, ma come tutti gli altri interpreti riassumono in sé fede, patria e famiglia. Ma è il Cristo, la voce del cuore di Giovannino, che segna, immancabilmente, la conclusione, dolce o amara che sia, delle vicende guareschiane, lasciando sempre aperta la porta della speranza.

I personaggi sono tre, scriveva Guareschi, ma, ne sono certo, dentro di sé pensava a tutti i suoi interpreti, innanzitutto alla famiglia del Boscaccio, al se stesso che aveva reinventato e ai suoi undici fratelli, al padre alto, magro e potente, con due gran baffi e l’abbigliamento all’americana, al piccolo Chico, centro dell’attenzione di tutti, alla madre, gran donna che affianca silenziosamente il marito e i figli.

Lì, in quella grande famiglia, che diventa sterminata, con la folla di contadini, vaccai e famigli da spesa del Boscaccio c’è tutto il piccolo Mondo guareschiano.

Da questa base parte la mia descrizione dei personaggi creati da Giovannino, dalla consapevolezza che, anche quando letterariamente non è così, i racconti sono tutti narrati in prima persona, come la digressione de Il destino si chiama Clotilde, altra chiave essenziale per entrare nella fantastica immaginazione di Guareschi. In queste pagine, nella storia del ragazzo emigrato in Argentina al seguito dello zio, tutt’altro che dedito ad attività lecite, si specchia il desiderio di evasione che anima le favole guareschiane, evasione dalla vita di tutti i giorni, dove davvero si rischia di essere solo delle comparse e mai i protagonisti. Nei racconti del Mondo piccolo, del Piccolo mondo borghese e nei romanzi, si scopre come la maestria di Guareschi riesca a rendere ognuno degli interpreti protagonista, esattamente al momento giusto, non un attimo prima, non un attimo dopo e nel posto giusto, non un centimetro più in là.

Dagli interpreti che animano i racconti del Boscaccio, derivano molte invenzioni guareschiane, anche quella del far tenere il centro della scena all’uomo, alla donna o al bambino di turno.

Ognuno dei personaggi del Romanzo all’antica che Giovannino voleva scrivere e non scrisse mai, doveva avere il suo momento, la sua occasione per dimostrare di quale pasta fosse fatto, ma il romanzo non vide mai la luce. Così, per leggere di questa famiglia, delle vicende di Chico, Giaco, Giòn, Clem e tutti gli altri, occorre leggere tutta l’opera di Guareschi, perché in molti racconti, in pagine insospettabili dei romanzi, scopriamo le omonimie con i dodici del Boscaccio, ma anche le affinità di carattere e di personalità. Ritroviamo figure di padri inflessibili, ma pronti a commuoversi per la prima piccola avventura che coinvolge uno dei suoi figli, soprattutto se è l’ultimo, il bambino con i riccioli da angioletto che gli cadono sulla fronte.

Guareschi aveva predisposto una scaletta molto precisa per il suo Romanzo all’antica, con i nomi e le età, del padre e dei fratelli, iniziando l’elenco con un nome emblematico: IO. Quindi una scheda, con il progredire, tre anni per tre anni o due per due, delle età di tutti, in modo che il riferimento nelle storie potesse essere sempre esatto e, addirittura, una data d’inizio del romanzo: il 31 dicembre 1893.

Manca, in questo elenco di personaggi, la figura femminile, non vi è cenno alla madre, alla sua età o alla sua storia, ma anche questo ha una ragione: ogni madre, di più, ogni donna gode di un trattamento particolare da parte di Giovannino, perché nella figura femminile egli rivede la signora maestra ed anche Margherita, la madre dei suoi figli. Quindi non una donna, ma la Donna, tanto importante e preziosa, da essere stata scelta dal Creatore come madre di Dio.

A proposito di questo, poi, vi racconto quale è la fine del mio libro (sì, perché, forse al contrario di ogni scrittore, ho pensato prima alla fine che all’inizio). L’ultimo personaggio che descrivo è il Cristo, che per tutti noi ha un volto conosciuto, ma, per me, nel Mondo guareschiano, ha i baffi neri e ispidi e gli occhi persi a cercare il cielo di un Giovannino accovacciato nella triste sabbia di un lager tedesco.

 

(Egidio Bandini)

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