LETTURE/ Il Sud, i Savoia e la profezia di Luigi Sturzo

- Carla Vites

Una visita a Villa Necchi Campiglio a Milano è l’occasione per pensare a ciò che i Savoia (non) hanno fatto dell’Italia, e alle profezie lungimiranti di Luigi Sturzo. CARLA VITES

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Luigi Sturzo (1871-1959) (Immagine dal web)

Soffermandosi ad ammirare Villa Necchi Campiglio a Milano ci si ritrova, di stanza in stanza, nella cosiddetta “stanza della Principessa”. È così chiamata per essere stata per lunghi anni la stanza fissa di Maria Gabriella di Savoia, quando  giungeva ospite delle sue strette amiche Gigina e Nedda Necchi.

Un attimo, e dalle architetture di inizio razionalismo del Portaluppi che caratterizzano questa dimora, il pensiero – stuzzicato dal nome dei reali piemontesi – vola a quei novant’anni fa in cui (nel 1923), un prete meridionale rifaceva, davanti agli appartenenti del Partito Popolare da lui fondato quattro anni prima, la storia d’Italia.

La rifaceva secondo una lettura che stordisce per l’incredibile intelligenza di visione e per la capacità di cogliere nel problema del “suo” Meridione tutta una storia di contraddizioni e di impossibilità, tuttora reale, nata appunto da quell’unificazione del nostro Paese perseguita dai Savoia e realizzata dal Piemonte.

Non che Sturzo rifiutasse l’unità d’Italia, certamente no, ma prendeva nettamente le distanze da “quella classe afflitta da parlamentarismo e trasformismo che, nell’affrontare la “questione meridionale”, la costituiva come tale, anziché consentire al Sud una “integrazione semplice e diretta alle vicende del neonato Regno”, creandosi “un alibi per una politica economica a favore delle industrie dell’alta e media Italia e penetrando ancor di più nelle divisioni locali”.

Quel giorno di gennaio a Napoli, Sturzo chiamava in causa senza imbarazzo Imbriani, citava Giovio, ma anche Colajanni di cui – se pur riconosceva il merito di aver dato un valido contributo allo studio dei problemi meridionali – affermava: “non seppe superare i forti pregiudizi delle sue origini anticleriali e republicane”.

Nell’anticlericalismo, in primis del ceto intellettuale meridionale, Sturzo leggeva un utile servizio al “gioco politico”. Se pensiamo alla distruzione sistematica del riferimento ai valori religiosi portata avanti dalla lotta per strappare l’educazione alle strutture religiose che accompagnò la nostra unificazione nazionale, e la nemesi a cui assistiamo oggi, capita di pensare a Sturzo come ad un chiaroveggente.

Dalle stanze di Villa Necchi Campiglio, passando per una Savoia che ivi trascorreva lunghi giorni in amicale sintonia con importanti rappresentanti del capitale imprenditoriale del Nord, le due sorelle Necchi, quelle a cui quasi tutte le nostre mamme avevano comperato la mitica macchina da cucire, condividiamo le parole di Sturzo circa quella “ammirazione che non possiamo negare al superbo tentativo dell’alta e media Italia per la propria trasformazione fatta dopo l’unificazione: anzi dobbiamo riconoscere che è stato questo uno dei più importanti fattori del superamento della crisi economica che si abbatté sull’Italia proprio dopo raggiunta la sua unità e dopo compiuto il periodo di assestamento giuridico-politico del nuovo regno”. 

Tuttavia Sturzo non può non rilevare che l’introduzione delle leggi del regno sardo, anziché segnare  l’inizio di una vera unificazione spirituale, regalò ai piemontesi l’aria di conquistatori a buon mercato, i quali “non conobbero, ma solo compatirono e oppressero”. E cita tre fatti oggettivamente e storicamente incontrovertibili a proposito del “distacco” del Sud dal resto del Paese, ma che saranno più avanti problemi che toccheranno tutta la nazione per le conseguenze deleterie che porteranno: regime doganale, pressione tributaria e uniformità di legislazione economica.

Non è certo questa la sede per analizzarli, ma osservando da dietro le ampie finestre della “stanza della principessa” l’algida bellezza delle piante del parco in inverno, come non sentir risuonare nelle orecchie – rivedendo in rapida successione le immagini anche dei disastri ambientali degli ultimi giorni − l’invocazione del prete di Caltagirone: “O geografia ignorata dalla burocrazia come ti sei vendicata a nostro danno!”. In questo passaggio del suo discorso di Napoli del ’23, Sturzo stava esemplificando sul modo dissennato di legiferare del governo italiano (di allora…): “Il disboscamento pazzo del Mezzogiorno imponeva una ricostruzione forzata che rinsaldasse le nostre pendici appenniniche e i nostri burroni, se mi è lecito dire, nembrodici. Quando si pensò al rimboscamento si ideò una commissione di classifica la quale dimenticò che le Alpi erano una cosa e un’altra le montagne e le rupi del Mezzogiorno. La ricostruzione dei pascoli ebbe i sussidi dello Stato ma la legge parlava di pascoli montani e …furono quelli del Nord”.

Uscendo dalla Villa con dentro l’emozione per la bellezza del luogo, ancora una volta il pensiero va al convegno di Napoli del Partito Popolare dell’anno 1923, pochi mesi prima che Mussolini infastidito dalle critiche del prete di Caltagirone ottenesse,  dal Cardinal di Curia Pucci, l’allontanamento per lunghissimi anni del medesimo costretto all’esilio. Sovviene che gli anni in cui a Pavia l’attività siderurgica dei Necchi si trasforma in grande  avventura industriale, fino alla felice capacità di rischiare di Vittorio con la creazione delle macchine da cucire negli anni 20 del secolo scorso, erano i medesimi anni che Sturzo descrive per il Sud come quelli che vedevano nel Sud un promettente sviluppo di industrie di tipo domestico ed artigiano non inferiore a quello del Nord, ma che dopo l’Unità non poterono attirare l’attenzione della finanza perché vennero meno le linee doganali interne e non si poté così tentare la loro trasformazione industriale vera e propria in quanto lontane dal mercato generale. Quel mercato che dopo la pace seguente alla guerra del 1870, portò di fatto lo sviluppo industriale e l’attività commerciale ad essere esclusivamente centroeuropei, inchiodando il Sud ad essere considerato esclusivamente agricolo. E  per di più, di un’agricoltura arretrata. 

Mentre “l’economia del Nord, cioè tutta l’economia industriale dell’Italia“, bisognosa di protezione e di danaro, nel rigoglio delle sue nuove forze, “non poteva che rivolgersi al governo e alle banche, e, a mezzo di queste, esercitare la funzione (naturale anch’essa) di assorbire le energie minori, di utilizzare a proprio vantaggio altre forze, di orientare a sé il resto del proprio mondo”. Senza lotta “egemonica” tuttavia, prosegue Sturzo, vi fu un lento assorbimento, depauperamento, disintegrazione, conquista con “premi politici” di consenso allo sfruttamento (Sturzo precisa: “senza fini cattivi, anzi spesso senza averne coscienza” …ma era un sacerdote…) delle energie e delle condizioni del Mezzogiorno.

A Napoli, nella Galleria Principe, come in tutta Italia ormai, il 18 Gennaio del ’23 l’aria era presaga di fascismo dilagante: Sturzo però non sembrava parlare soltanto di quel suo tempo, di quella sua aria. Diceva che un vero partito, e il Partito Popolare, per lui, tutto questo già lo era, avrebbe indicato al mondo civile e sociale ciò che si può fare rinsaldando i vincoli sociali fra le classi in nome delle virtù cristiane. Perché, spiegava: “nostro male profondo è l’abisso che spesso prevale tra persona e persona, proprio grazie alla politica, la quale spesso unisce coloro che sfruttano il popolo e se ne fanno sgabello”. 

Parlava quel giorno per “Napoli bella e Palermo ferace” ma il suo è un invito per tutti coloro che hanno un perpetuo sogno: “La redenzione comincia da noi”.

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