KANDINSKY/ Trasformare la realtà per combattere la “stanchezza” della vita

- Carla Vites

Aveva scoperto che un’epoca dove “il cielo è vuoto” non può più permettersi di rappresentare la realtà come faceva prima. Vassily Kandinsky in mostra a Milano. CARLA VITES

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Vassily Kandinsky, Giallo-Rosso-Blu (1925) (Immagine d'archivio)

D’un tratto il Giallo-Rosso-Blu costringe all’immobilità.

Quel sole è come un occhio fisso o una luce inconcludente che tiene bloccati là davanti: dall’aura color giallino che lo circonda, che era ancora dato intravedere, quel grosso tondo grigio altro non può esserestato che un sole.

Ma quando? E, soprattutto, perché continua a imporre la sua ingombrante presenza nonostante, appunto, il Rosso il Giallo e il Blu così evidentemente, sonoramente si dichiarino a partire dal titolo?

Kandinsky colpisce così, quando uno meno se l’aspetta, per quello che è: uno dei pittori più tragici del secolo scorso, anche se per le moltitudini il suo astrattismo, tanto esuberante prima, algido e lirico poi, passa per una questione di triangoli e cerchi senza conflitti.

Mai un’arte, secondo quanto l’autore stesso afferma nel suo Spirituale nell’arte, si è proposta di narrare “lotta di toni, perdita di equilibrio, caduta dei ‘principi’, inattesi colpi di tamburo, grandi interrogativi, tensioni apparentemente senza scopo, impeti e nostalgie apparentemente laceranti, catene e legami spezzati, contrasti e contraddizioni” come la sua arte. E semplicemente perché “questa è l’armonia dell’oggi”. 

Con la ricerca dell’armonia nella dinamica di queste contraddizioni oggettive, Kandinsky tematizza un “rapporto di colori e linee indipendenti, che nascono dalla necessità interiore e vivono nella totalità del quadro”. 

C’è quindi un qualcosa di tragico nell’esplosione di colore, appunto giallo rosso e blu, che l’opera dall’occhio grigio comunica a Palazzo Reale di Milano dove è esposta assieme ad altre provenienti dal Centre Pompidou di Parigi sino ad aprile 2014. Cattura, in quell’occhio grigio travestito da sole che si è lasciato spegnere. Tra i molti centri prospettici dichiarati che il quadro esibisce, quello è senz’altro il centro occulto di tutto.

Si può ricordare cosa significhi il grigio per Kandinsky. Lui che, per ogni colore, a partire dai tre primari, ha identificato un significato semantico e psicologico preciso? 

È sempre lo Spirituale nell’arte che viene in aiuto: “Il grigio è silenzioso e immobile. La sua immobilità però è diversa dalla quiete del verde, che è prodotta da colori attivi (il giallo e il blu). Il grigio è l’immobilità senza speranza. Più diventa scuro più si accentua la sua desolazione e cresce il suo senso di soffocamento”…

Di colpo ti accorgi che in tutti quei colori, in tutti quei dipinti si annida lo scacco del secolo dall’ottimismo facile, il secolo del “Dio è morto” che fu l’Ottocento. 

Dal suo concludersi, nel corso dei suoi ultimi vent’anni, Kandinsky veglia questa morte dell’Ottimismo ottocentesco con tragica agonia: inizia dedicandosi alla pittura a Monaco, anziché alla giurisprudenza in cui si era meritato una cattedra a san Pietroburgo, e prosegue con una lenta  quanto inesorabile eliminazione degli oggetti.

In primis, certo, di quelli che rappresenta egli stesso: tornando una sera al tramonto da una giornata di pittura en plein air, resta inchiodato dalla perfezione di un’opera che non ricordava di aver mai dipinto. Era semplicemente un suo quadro appoggiato sul lato lungo anziché su quello corto per cui era nato: fine dell’idillio con il reale. 

Quello che conta − da allora in poi − è la tragica necessità interiore, poiché questo esige “un’epoca di decadenza spirituale in cui gli uomini danno importanza solo al successo esteriore, ai beni materiali e salutano come una grande impresa il progresso tecnico che può giovare e giova solo al corpo”.

Nasce l’astrattismo moderno.

È del 1910 il suo primo acquerello astratto, ma da tempo aveva scoperto che un’epoca infelice, dove “il cielo è vuoto” non può più permettersi la connivenza con il reale se non attraverso la sua “ascetizzazione”, la sua ripulitura dalla pesantezza della materia.

Quella materia che la scienza aveva voluto vedere come unica realtà. La realtà intesa dalle parole sacrileghe di Virchow che Kandinsky definirà indegne di uno scienziato: “Ho sezionato migliaia di cadaveri, ma non ho mai trovato un’anima”.

Torna allora il cerchio grigio con i contorni gialli disperati e disperanti: il giallo è il colore della luce, della tensione ideale verso chi guarda, dell’illuminazione spirituale. Il grigio, la fatica dell’origine, rappresentato dal colore bianco, di non farsi sommergere dal nero, colore della morte, del nulla senza speranza.

E chi guarda ipnotizzato dall’occhio grigio sente, forse, che lì si raggruma e viene messa a nudo la propria incapacità di accettare i propri limiti. L’espressione principale della quale è proprio – come evidenziava Kandinsky creando queste stridenti tensioni cromatiche −, sta nel non poter giudicare mai la propria forma abituale di equilibrio. Parte tutto da lì. Dalla fangosità di un grigio espresso in forma circolare: la forma, quella, dell’infinito e della perfezione.

Contrasti e tensioni.

Stanchezza per una vita che è solo “frigoriferi, politica, bilanci e cruciverba”, come diceva Saint-Exupéry.

In questa mostra su Kandinsky, passando dall’epoca degli idilli dei primi anni a Monaco, le opere di  Mosca dove torna a causa dello scoppio della prima guerra mondiale e relativa Rivoluzione d’Ottobre, continuando per le tematiche sviluppate ai tempi dell’insegnamento al Bauhaus per concludersi nelle semi-enigmatiche realizzazioni degli anni di Parigi – così, bene illustrato c’è il rifiuto del soggettivismo che a partire dalla rivoluzione industriale in poi, con l’emersione di un’affrettata classe benestante, aveva, sul fronte artistico, riempito le case di “negazioni del trascendentale” a favore dello status symbol: le ottime cose di pessimo gusto.

Qui siamo alle radici di un nuovo grande realismo (Kandinsky definiva l’astrattismo vero, vera “arte concreta”).

La presentazione del semplice involucro esterno della cosa è già una separazione della cosa dalle sue finalità pratiche e una manifestazione della sua interiorità: “Meraviglioso è il cerchio. Ma ecco la meraviglia più grande: sommare tutte queste voci (oltre alle forme semplici, cerchio, quadrato, triangolo esistono molte forme e molti colori) in un solo quadro − tutto il quadro è diventato un solo Eccomi” (Cahiers d’art 1935).


La mostra “Vassily Kandinsky. La Collezione del Centre Pompidou” è a Milano, Palazzo Reale, dal 17 dicembre 2013 al 24 aprile 2014. www.kandinskymilano.it/la-mostra/

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