LA GRANDE BELLEZZA/ Il grido di Jep non può cadere nel vuoto

- Gianluca Zappa

“Il film di Sorrentino mette a tema il decadentismo dell’uomo contemporaneo, la spietata verità di una vita stupida”. L’analisi di GIANLUCA ZAPPA de “La grande bellezza”

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Toni Servillo ne "La grande bellezza" di P. Sorrentino (Immagine d'archivio)

Quando dentro un’opera d’arte c’è forte il grido di un uomo; quando c’è la ricerca appassionata di un bene supremo; quando c’è la nostalgia di una suprema bellezza; e quando, allo stesso tempo, c’è il senso del limite, della sconfitta, della tragedia, non si può non sussultare. Da quando l’ho visto, mi sento tra i fan del film di Sorrentino La grande bellezza. Non m’importa gran che il fatto che si propaghino dei cliché tendenziosi, come quello di un’Italia volgare e degradata o come quello, ben peggiore, di una fede cattolica ridotta a ridicola macchietta. Questi sono aspetti che ci sono, certo, ma che chiedono di andare oltre il primo impatto emotivo. Il film è ambientato a Roma, ma questo è solo un gigantesco stratagemma perché risalti ancor meglio il contrasto tra l’aspirazione alla Bellezza e lo squallore di una condizione umana che la Bellezza l’ha dimenticata (e questo, se permettete, è un tema mondiale, specialmente occidentale: Roma o Barcellona, o New York, o Parigi, o Berlino…non c’è differenza).

Jep Gambardella ha incontrato un giorno, in un momento magico della sua vita, un segno che gli ha fatto intravedere un mondo diverso, più alto, più grande, più puro. La “grande bellezza” gli è venuta in qualche modo incontro. L’ha vista negli occhi e nel corpo della prima ragazza che ha amato. Quella bellezza si è mostrata come la promessa di qualcosa di infinitamente affascinante. Ma poi si è persa, si è dileguata, e ha lasciato nel cuore dell’uomo una struggente nostalgia, un desiderio dirompente, ma irrealizzabile. Allora Jep ha cercato di ricrearla lui, quella bellezza, di costruirla con le proprie mani. È diventato l’esteta, l’arbiter elegantiarum. Come un Petronio, come un D’Annunzio, si è buttato in tutte le esperienze, ha succhiato il midollo dell’esistenza. Quando lo incontriamo nel film, però, tutta questa intensità di vita è nell’atto di sgretolarsi, presa a picconate dal disincanto, dalla spietata, lucida capacità di giudicare la fatuità di un mondo alla fine della decadenza (che è anche il suo, che è lui stesso!).

Come un giovin signore pariniano (che però sia finalmente divenuto consapevole), nell’arco del suo giorno Jep passa in rassegna la povertà umana di quella “folla d’eroi” con cui ha scelto di convivere. Li guarda e gli fanno sinceramente pena, a volte ribrezzo. Bellissimo il suo sorriso: ci leggi l’ironia, il distacco, il disincanto, l’amarezza. Non c’è in Jep un esplicito giudizio morale: non può formulare un giudizio morale chi crede nel nulla, chi si rallegra perché il suo “trenino” non va da nessuna parte. Non c’è senso, non c’è sugo in quella vita. E, dannazione delle dannazioni, non c’è soprattutto bellezza. Il cuore resta inappagato con tutta la sua sete, il suo desiderio. Dietro le maschere e le menzogne c’è gente sola, tragicamente sola e prigioniera del proprio narcisismo. Dietro le maschere e le menzogne c’è una vita brutta.

La bellezza gli viene ancora incontro, come un miracolo, con totale gratuità. Ma ancora una volta trionfa la morte: il personaggio femminile interpretato dalla Ferilli, col quale forse potrebbe cominciare una storia vera, porta in sé il disfacimento, i segni della fine e infatti finisce nel grande buio.

Allora si fa più forte il bisogno di senso e il bisogno di credere in qualcosa. Allora cominciano le domande a qualcuno che potrebbe sapere. Ma il monsignore è troppo vacuo e troppo mondano. Ma la santa è una caricatura, è un’iperbole e, tra l’altro, con quei suoi gesti eccessivi, è così poco affascinante per un esteta come Jep. In questa estremizzazione (somma vacuità da una parte, estremo ascetismo dall’altra) Sorrentino è davvero tendenzioso, ma del resto qui vediamo l’ottica distorta di molto laicismo che non riesce ad accostarsi dalla semplice realtà di un credente (sarebbe bastato far fare al protagonista una passeggiata dalle parti di San Pietro in una domenica qualsiasi, per permettergli d’incontrare un’umanità semplice ed affascinante, bella).

Chiuse le porte, tutte le porte, cosa resta allora? Quella dolente, disperata chiosa finale: tutto è un trucco. Cioè: tutto è illusione. Lo sforzo atroce della suora su per la scala santa, i festini sulle terrazze romane, il seno prorompente della prima donna che Jep ha amato davvero…Tutto è un trucco, un fantasma. Il sorriso diventa amaro, si spegne.

Il film di Sorrentino mette a tema il decadentismo dell’uomo contemporaneo, la spietata verità di una vita stupida. Il contemplativo la vede, come il malato, l’inetto di Svevo. Gli altri no: sono troppo impegnati a divertirsi, a distrarsi, a fotografarsi, a modificarsi di continuo. Questo film è un cazzotto nello stomaco. Gli uomini impagliati, gli uomini vuoti che vivono oggi presto lo dimenticheranno, dopo averlo degnato della loro attenzione perchè “tutti ne parlano”. Lo troveranno di sicuro noioso o addirittura astruso. E si ributteranno subito nel loro “trenino” quotidiano.

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