PASTERNAK/ Che cosa ha salvato Živago?

- Fabrizio Sinisi

Se l’opera di Tolstoj si conclude con il ripudio di una funzione conoscitiva dell’arte in favore di una “svolta moralistica”, è proprio da qui che riparte Boris Pasternak. FABRIZIO SINISI

pasternak_zoomR439
Boris Pasternak (1890-1960) (Immagine d'archivio)

Se l’opera di Tolstoj si conclude con il ripudio di una funziona conoscitiva dell’arte in favore di una “svolta moralistica”, è proprio da questa impasse che riparte Boris Pasternak. Il grande poeta e scrittore russo (al centro del terzo incontro del ciclo di seminari Al fondo del nulla, il soffio della vita. Viaggio nella cultura russa, a cura di Tiziana Liuzzi e del Centro Culturale di Bari) è di una generazione successiva a quella di Tolstoj: la sua opera, e il romanzo Dottor Živago in particolare, nascono nella Rivoluzione: anzi – ed è da questa intuizione che parte l’analisi della Liuzzi – come tentativo di resistere a quella, di capirla; di attraversarla. Come abbiamo già visto con il cinema di Sokurov, sembra che la cultura russa non possa essere capita se non partendo dal sentimento di una catastrofe: una catastrofe che, prima ancora di essere storica è culturale e umana – anzi, storica proprio in quanto umana.  

Il dottor Živago si presenta oggi a noi nella forma di questo inquietante rapporto fra l’uomo e la tragedia; fra l’individuo e la storia. Il romanzo testimonia infatti una continua, persistente insorgenza dell’uomo rispetto al potere: lì dove il potere tenta di annientare l’io, esso – come per reazione – viene riaffermato con più forza. E il tragico stesso sembra divenire, nel romanzo, la possibilità privilegiata perché i personaggi, posti di schianto davanti alla propria libertà, vengano costretti a scegliere, a prendere posizione, e in questo si ritrovino uomini. 

Uomini sconfitti, magari; ma uomini. È il caso del fiero, disperatissimo Strél’nikov: l’emblema dell’uomo che è «ciò che vuole essere»; l’uomo a cui «nulla faceva paura». Di lui Pasternak scrive: «…alla sua intelligenza mancava il dono del fortuito, la forza che, con scoperte impreviste, viola la sterile armonia del prevedibile. Nello stesso modo, per operare il bene, alla sua coerenza di principi mancava l’incoerenza del cuore, che non conosce casi generali, ma solo il particolare, ed è grande perché agisce nella sfera del piccolo». Di lui dirà l’amata Larisa, raccontando del suo mutamento: «Tuttavia ho notato un cambiamento che mi ha allarmata. Come se qualcosa di astratto fosse entrato in quella fisionomia e l’avesse fatta sfiorire. Il suo volto umano, vivo, era diventato una personificazione, un principio, la raffigurazione di un’idea. Ho compreso che tutto ciò era la conseguenza di quelle forze cui s’era votato, forze grandiose, ma fatali e spietate, che un giorno non avranno pietà nemmeno di lui. Mi è sembrato che fosse come segnato, che portasse il marchio di una condanna». 

Il campo di battaglia col potere è quindi, innanzitutto, il cuore dell’uomo: una lotta fra il principio e l’umano; fra l’astratto e il vivo. Il volto di Strél’nikov è il testimone di questa lotta. E Larisa non profetizza a casaccio: la condanna di «quelle forze a cui s’era votato» cadrà inesorabile, non avrà pietà di lui. «Idee chiare, linearità, rigore di principi, convinzione delle proprie ragioni, essere nel giusto, nel giusto: Strél’nikov».

Da dove viene questo male? È sempre Larisa a portarne il  resoconto: «Il male peggiore, la radice del male futuro fu la perdita della fiducia nel valore della propria opinione. Si credette che il tempo in cui si seguivano le suggestioni del senso morale fosse passato, che bisognasse cantare in coro e vivere di concetti altrui, imposti a tutti. Questo traviamento della società coinvolse tutto, contagiò tutto. Ogni cosa ne subì l’influenza. Nemmeno la nostra casa rimase immune. Qualcosa si frantumò». 

Ma questo male non è l’ultima parola. Ed è, paradossalmente, lo stesso Strél’nikov – poco prima di porre fine alla sua vita, in una interminabile confessione notturna – a ricordare, come per un impeto di vita che si risolleva più forte in prossimità della morte, lo sconvolgimento di una verità più grande delle idee e dei principi: l’amore della donna, l’amore di quella donna: «Per quella ragazza sono andato all’università, per lei sono diventato professore. Ho divorato un monte di libri per poter essere utile a lei, per trovarmi pronto se avesse avuto bisogno del mio aiuto. Sono andato in guerra per conquistarla di nuovo, dopo tre anni di matrimonio, e poi, dopo la guerra, al ritorno dalla prigionia, ho approfittato del fatto che mi credevano morto e sotto falso nome mi sono buttato nella rivoluzione per vendicare tutto ciò che lei aveva sofferto. (…) Oh, che cosa non darei ora per poterla vedere anche solo una volta! Quando lei entrava nella stanza, sembrava si spalancasse la finestra, che la stanza si riempisse d’aria e di luce». 

È proprio la negazione di questa nostalgia che condanna Srél’nikov; è l’accogliere questa nostalgia che, invece, “salva” Živago. Una nostalgia che ha il valore di un richiamo: una voce rispetto alla quale reagire costituisce già la prima risposta, la prima mossa per strapparsi al potere, per essere restituiti a se stessi.


L’autore dà conto del terzo appuntamento, dal titolo “Rivoluzione e poesia nel Dottor Živago di B. Pasternak”, organizzato settimana scorsa dal Centro Culturale di Bari nell’ambito del ciclo di incontri “Al fondo del nulla, il soffio della vita: viaggio nella cultura russa”. Il prossimo appuntamento è previsto per venerdì 7 marzo: “Il reale non è razionale: l’irriducibilità dellìio nell’opera di V. Grossman”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori