LETTURE/ Katherine Tynan, “In Lent”: anche la natura si prepara a risorgere

- Enrico Reggiani

Quaresima in inglese si dice “lent”. “In Lent” è anche una poesia Katherine Tynan (1861-1931), scrittrice cattolica di Dublino, che andrebbe letta proprio in questi giorni. ENRICO REGGIANI

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Quaresima in inglese si dice “Lent”. Come si legge nell’autorevole Oxford English Dictionary, l’accezione ecclesiastica di questo termine, che indica il periodo compreso tra il Mercoledì delle Ceneri e Pasqua, è propria della lingua della Perfida Albione. Due prestigiose testimonianze letterarie lo confermano: Mercuzio, che in Romeo e Giulietta di Shakespeare si fa beffe della balia di Giulietta canticchiando “Una vecchia lepre che puzza di muffa,/ […] è un’ottima pietanza di Quaresima” (trad. di Salvatore Quasimodo, II. 4, 139-141); ed Ephraim Chambers (1680-1740), sepolto a Westminster Abbey – enciclopedico “scettico dei più umili” secondo la definizione del Dean di St Paul Henry Hart Milman (1791-1868) – il quale così ne scrisse nella sua Cyclopedia (1728): “gli antichi monaci latini hanno tre Lents, ciascuna di quaranta giorni: la Grand Lent prima di Pasqua; un’altra prima di Natale, chiamata la Lent di San Martino; e una terza dopo Pentecoste, chiamata la Lent di San Giovanni Battista”. 

Nelle altre lingue germaniche, forme analoghe a “Lent” (ad esempio il poetico “Lenz” del tedesco) valgono, invece, semplicemente “primavera” – significato, questo, confermato dall’etimologia della parola inglese, che potrebbe riferirsi all’allungamento dei giorni che caratterizza questa stagione. Proprio con un riferimento ai “giorni che si allungano” (v. 1) comincia la poesia In Lent di Katherine Tynan (1861-1931), scrittrice cattolica di Dublino, che vi studiò nel convento domenicano di St. Catherine; sposò un avvocato patrocinante di religione protestante; fu amica, tra gli altri, di W. B. Yeats, Charles Parnell, Alice Meynell, William Rossetti, Christina Rossetti, dei cardinali Newman e Manning, di George Russell e Douglas Hyde; partecipò all’Irish Literary Revival; e si dedicò con passione all’impegno sociale e alla riflessione del suo tempo sulla sua fede cattolica. Di tale riflessione sono espressione, ad esempio, da un lato, l’antologia poetica Lyra Devota (1907), che Tynan curò con altre quattro poetesse e che, nell’anno della sua uscita a stampa, fu favorevolmente recensita dalla Dublin Review del cardinale Wiseman e dal settimanale cattolico The Tablet; dall’altro, il seguente passo dal secondo volume delle sue Memoirs (1924) sul rapporto tra i cattolici irlandesi e le Sacre Scritture: “non ci capitò mai di conoscere qualcuno che non parlasse della Bibbia senza essere un’ipocrita. In quei giorni [gli 1890s] – e forse anche oggi – i protestanti irlandesi la consideravano un loro libro e i contadini cattolici irlandesi non avevano dubbi che fosse un prodotto di natura esclusivamente confessionale. Proprio la Bibbia, infatti, era stata utilizzata assai di frequente contro di loro nelle mani dei loro nemici”.

In Lent pare citata per la prima volta in una lettera che Tynan scrisse nel 1926 dalla località francese di Parame al sacerdote presbiteriano A. Patterson Webb (1899-1952), il quale le aveva precedentemente chiesto di poter includere una delle sue poesie in un’antologia di imminente pubblicazione. La poetessa, “terribly blind and unable to read”, gli rispose con una calligrafia incerta, accordandogli il permesso richiestole ed inviandogli proprio l’inedito In Lent, insieme a un altro testo in forma dattiloscritta e intitolato Rondeau, che era già apparso nella sua raccolta Ballads and Lyrics (1891).

“Ora che i giorni si allungano/ a Dio diam gloria e lode/ Perché Egli riversa la Sua abbondanza sulla terra” (vv. 1-3). Quando ciò accade “In Lent”, la “Vita”, che era “imprigionata” nel letargo temporaneo dell'”albero” e nel rigor mortis della “tomba” (v. 5), ritrova il moto dell’audacia e del coraggio: solo a quel punto la terra, fino ad allora sacrario di tomba e albero, diviene “animata”: anzi, sostenuta dalla traboccante figura retorica dell’anadiplosi (ovvero “raddoppio”), diviene “animata da una miriade di nascite” (v. 6). 

Nei quaranta giorni di “Lent”, “i tordi cantano” (v. 7), e, con il loro canto, torna “la promessa dell’anno che viene” (John Keats, 1795-1821), “la continuità dell’attività creativa” (Thomas Hardy, 1840-1928), “l’armonia degli antichi giorni” (J.R.R. Tolkien, 1892-1973). Grazie alla loro forza simbolica, anche “il cuore possiede un’ala” (v. 8), cosicché “tutto viene di nuovo restituito, nulla è perduto” (v. 9): la terra si ricongiunge all’aria, l’umano ritrova l’animale, l’emotività si riunisce alla corporeità, l’interiorità riabbraccia l’esteriorità. Di conseguenza, “coloro che erano morti sono giunti/ nuovi dal grembo fertile” (vv. 10-11) − quale che sia la concreta realizzazione di tali nuove e rinate fattezze (naturali, umane, spirituali, escatologiche) − e sono giunti, bellicosi, “con stendardi”: sono “schiera felice e sfavillante” (v. 12), armata numerosa e pronta alla battaglia (senza la quale, come ha detto di recente Benedetto XVI, “non c’è Cristianesimo”).    

Nei quaranta giorni di “Lent”, “è digiuno prima della festa”. Quanto è inefficace questo italico scimmiottamento traduttivo: davvero non può rendere l’originaria acrobazia linguistica di “fast before feast”, con la quale il pudico e nascosto Io poetante di Tynan rivela la prospettiva provvidenziale di una sorprendente e allitterante affinità tra la rigorosa astinenza dal cibo e l’esuberante entusiasmo della festa! Un’affinità, questa, che si estende al tempo umano personificato (“sobrio l’anno va vestito”, v. 14) e impone la medesima sobrietà al corpo e all’anima: “questo è il tempo quaresimale del digiuno e della preghiera” (v. 15). 

Tuttavia, quello del “fast before feast” non è privazione crudele, silenzio ansiogeno, letargo temporaneo o rigor mortis. Al contrario, “ascoltate e udirete/ gli innumerevoli evviva/ insorgere, emessi, dei morti sotto la creta” (v. 18): insomma, già animata da una miriade di nascite, la terra in tempo di Quaresima risuona anche degli urrà di coloro che certo non più vivi, restano tuttavia viventi nella contemplazione della creta umana che digiuna e prega. A sigillo della sua meditazione quaresimale, Katherine Tynan riannoda i fili disseminati nei versi precedenti e ne amplifica gli esiti ben al di là dei limiti della vita quotidiana di ogni uomo. “Il Signore della Vita sorgerà/ Nuovo dal sacrificio,/ E tutta la Creazione lo seguirà, corteo scintillante/ che canta con voci innumerevoli/ e con la meravigliosa novella da dire,/ di come Cristo è risorto, è risorto, e la Morte è uccisa” (vv. 19-24).

Now with the lengthening days
To God give glory and praise,
Because He spills His plenty on the earth.
That Life stirs bold and brave
Prisoned in tree and grave,
And earth is quick, is quick with myriad birth.

O now the thrushes sing,
The heart has gotten a wing,
And all’s given back again, nothing is lost.
They who were dead have come
New from the teeming womb,
Coming with banners, a gay and glistening host.

Now is fast before feast,
Sober the year goes drest,
This is the Lenten time to fast and pray;
But listen and you shall hear
The multitudinous cheer
Rise up, sent forth, of the dead under the clay.

The Lord of Life shall rise
New from the sacrifice,
And all Creation follow, a glistening train
Singing innumerable,
With wonderful news to tell,
How Christ is risen, is risen, and Death is slain.

[from: Collected Poems by Katharine Tynan (1930)]
Material used with the kind permission of the literary executors of the Katharine Tynan estate. Introduction used by the kind permission of the estate of George William Russell [AE]. 



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