LETTURE/ Sciascia, tra Shakespeare e la Bibbia

- Sergio Cristaldi

Voleva portare la cronaca a una luce superiore, approfondire l’attualità facendo leva su un paradigma. “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia, riletto da SERGIO CRISTALDI

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Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine dal web)

Accostare di nuovo Sciascia, ripensarne la presenza. Magari a partire dal suo primo romanzo, Il giorno della civetta, che gli procurò notorietà e fraintendimenti, lettori numerosi e qualche diffidenza. Il patrocinio era illustre, rispondeva al nome prestigioso di Shakespeare: «… come la civetta quando il giorno compare», recita la citazione in epigrafe, tolta dall’Enrico VI. Una tessera ritagliata con abilità. Reperita casualmente? Quando occorre un titolo e si ha difficoltà a trovarlo, dichiarerà poi lo stesso Sciascia, basta «aprire a caso la Bibbia o Shakespeare». 

Il che non significa mettersi alle calcagna del puramente fortuito. Tanto meno per l’interessato, la cui intenzione è portare la cronaca a una luce superiore, approfondire l’attualità facendo leva su un paradigma. Quella sorta di società segreta che è la mafia dovrebbe sempre cercare il favore delle tenebre, eppure comincia ormai ad agire in piena luce. Proprio come la civetta, animale notturno che può inopinatamente affacciarsi di giorno; l’insolita, allarmante epifania sorpresa dal grande drammaturgo inglese. 

Porta con sé, quella metafora, lo stravolgimento di un ritmo che dovrebbe essere ascendente: il passaggio dalla notte all’aurora è avvertito non come progresso e sollievo, ma come più grave corruzione, nel dilagare di una presenza aggressiva. E ai processi attuali, avverte Sciascia, si addice uno schema disforico, che registra il crescere dell’iniquità, il suo progressivo emanciparsi da cautele e precauzioni, con invadenza impudente, sfacciata. L’allarme intendeva denunciare anche la correità del potere politico; quel j’accuse era però temperato da una fiducia nello schieramento all’opposizione, vettore di novità radicali, di un ribaltamento della decadenza in ripresa. 

Sciascia non avrebbe poi rinnovato tale apertura di credito. Nei suoi ultimi romanzi, il contagio si ramifica ovunque, e i superstiti che ancora si oppongono restano sempre più isolati, privi di ogni apprezzabile supporto, traditi anzi da chi doveva spalleggiarli. Ciò che non viene meno è la loro esigenza di un’alternativa; e rimane, questa esigenza, l’unica e pur irriducibile pietra d’inciampo rispetto a un diagramma involutivo, alla certificazione dell’imputridire di un’intera società.  

Si insinua subito, l’alba straziata, entro il Giorno della civetta: pochi periodi e senza indugio, nel paese siciliano che fa da teatro non ridente, l’omicidio è consumato. Certo, i due colpi di lupara che regolano i conti con l’imprenditore Salvatore Colasberna e non fessurano il compatto mutismo degli astanti occasionali, segnati da un «silenzio di secoli», possono far sospettare, oggi, una concessione dello scrittore allo stereotipo. Agguato e omertà: quante volte abbiamo incontrato questo binomio in libri, in settimanali, in film di grande richiamo, in seriosi documentari televisivi? E il cliché si fa forte dell’accattivante colore locale, del folklore di maniera contrabbandato per messa a fuoco sociologica. 

Ma nel 1961, anno di pubblicazione del Giorno della civetta, la mafia non era ancora al centro di dibattiti, tavole rotonde, polemiche in primo piano, e nemmeno era oggetto di grandi inchieste giudiziarie con massiccia mobilitazione massmediatica. Legittima la rivendicazione con cui Sciascia avrebbe enfatizzato, anni dopo, l’originalità di una mossa: «Ho scritto questo racconto nell’estate del 1960. Allora il governo non solo si disinteressava del fenomeno della mafia, ma esplicitamente lo negava». Qualche saggio sporgeva, questo sì; ma la letteratura ignorava o quasi il filone. Apparenti eccezioni, Mafia di Cesareo, I Mafiusi di la Vicarìa di Rizzotto e Mosca; opere di tono, addirittura, apologetico, non nell’accezione di «un’apologia della mafia come associazione delinquenziale (che in questo senso si negava esistesse)», bensì di una legittimazione del cosiddetto “sentire mafioso”, modalità di gestire la convivenza sociale «al di fuori delle leggi e degli organi dello Stato».

Già in questo primo giallo di Sciascia, peraltro, la Sicilia, le cosche, i politici collusi, il clero benedicente e connivente costituiscono il concreto terreno di verifica di un tema generale, quel tema della giustizia e della legge che doveva affaticare sino alla fine lo scrittore di Racalmuto. Per il capitano Bellodi, l’eroe (votato all’insuccesso) del Giorno della civetta, il primo di una serie di detective con aperture e rovelli intellettuali, la legge è forma della ragione. Un giurista come Enzo Vitale ha individuato qui l’approccio del giusnaturalismo classico, secondo cui la decisione di diritto deve essere sempre dotata di giustificazione obiettiva, razionalmente argomentabile; deve essere, insomma, giusta. Il diritto e lo stato di diritto sono contrassegno di civiltà in quanto esprimono la misura della ragione; e va respinta, la mafia, perché fuori da questa misura. 

Nel frangente monitorato da Sciascia, tuttavia, il diritto non riesce a incidere, non si traduce in efficace azione di contrasto sul piano giudiziario, e il tumore resiste, moltiplica le sue metastasi. Tanto più lontana la redenzione: di una terra, della sua gente, di quanti restano catafratti in un costume criminale. Non è indifferente che Il giorno della civetta, ideato già nel marzo 1956 e redatto a partire dal biennio 1957-59 (come risulta dalla corrispondenza di Sciascia con Calvino), nasca quasi contemporaneamente a un altro romanzo “siciliano” assai sensibile all’urgenza del riscatto. Appariva infatti nel 1958, riscuotendo il ben noto successo, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Si dirà che i due libri sono davvero incompatibili. Da una parte, un romanzo storico volto a tributare solenni onori funebri all’aristocrazia, avvolgendo la sua fine nel prezioso sudario di una scrittura magnificamente barocca; dall’altra, un racconto documentario (la definizione è di Calvino) con magro e nervoso referto su un tessuto rurale devastato da una proliferazione di cisti, colonizzato da uomini d’onore con salde aderenze nelle istituzioni, non solo locali. 

Sciascia, del resto, non esiterà a emettere, sul Gattopardo, un verdetto sfavorevole. Ma avrà anche modo, in seconda battuta, di rettificarlo. E le due opere quasi coeve si rivelano espressioni diverse di un medesimo disagio; per la mancata resurrezione della Sicilia all’indomani della caduta del fascismo, in quella Repubblica altrove coinvolta dal progresso, auspice e levatrice la democrazia finalmente in auge. Per Lampedusa, certo, il problema aveva radici remote, risalenti al Risorgimento incompiuto e “tradito”; ma anche Sciascia, nel racconto Il quarantotto, scritto prima dell’uscita del Gattopardo, anche se pubblicato nel 1958, si era espresso, sulla vicenda risorgimentale, con accenti critici. 

C’è una spia lessicale di questa sotterranea consonanza fra due approcci, in apparenza, così difformi. Un’espressione celebre del Gattopardo fotografa il paesaggio «irredimibile» dell’isola. E già Nunzio Zago, frequentatore cordiale delle pagine lampedusiane, osservava che Sciascia, nel suo tardo romanzo Porte aperte, del 1987, qualifica Palermo come «città irredimibile»; con eco non certo accidentale. E si noti: Il giorno della civetta, redatto prima e dopo l’uscita del capolavoro di Lampedusa, definisce il capomafia don Mariano Arena «una massa irredenta di energia umana». Il che non sottrae proprio nulla alla combattività di Sciascia, al suo engagement (una volta si diceva così); al contrario, un impegno è tanto più leale e non mistificatorio quando riconosce una difficoltà o, più radicalmente, un’impotenza.

Il famoso colloquio tra Bellodi e don Mariano costò a Sciascia obiezioni e rimostranze, e proprio da parte di alcuni compagni di strada, o presunti tali: come avallare lo scandaloso scambio di battute in cui il mafioso, messo sotto torchio, ma senza umiliazioni e violenze, arrivava a dire al capitano «lei è un uomo», ottenendo per di più una risposta solidale, «anche lei», a sigillo di un «saluto delle armi» altamente sospetto? Scrittore ingovernabile, Sciascia; pronto a sabotare ogni orizzonte d’attesa, quello dei nemici e quello degli amici, per i quali nondimeno, asseriva di scrivere, col nota bene che meritare gli amici non è possibile, a volte, senza contraddirli, a costo di dolorose rotture. 

Tornando sul Giorno della civetta, Antonio Di Grado ne ha captato lo scarto rispetto a un altro libro di forte impatto, Uomini e no di Elio Vittorini. Avvertire negli stessi criminali un fondo di umanità, ecco la difficile conquista di Sciascia. Il quale estende la sua pietas fino a un termine ancor più spregevole del roccioso capobastone mandante di delitti in serie.

C’è un personaggio laido nel Giorno della civetta, l’informatore dei carabinieri Calogero Dibella, che deve all’eloquio facile e all’ipocrisia il soprannome di Parrinieddu. Doppiogiochista di mestiere, in precario equilibrio su un filo insidiosissimo per il ricatto mafioso e la pressione della polizia, lo squallido confidente riesce parente prossimo di quei miserabili che avevano sporcato l’epica della guerra di liberazione, disposti com’erano, per salvar la pelle, a ogni abietto destreggiarsi tra fascisti e partigiani. 

Bellodi, che ha fatto la Resistenza, ricorda bene simili opportunisti, «fango di paura e di vizio». Inevitabile il loro destino, finire «sotto uno strato leggero di terra e di foglie secche»; e prima, in giorni annaspanti, patire una morte in vita, lo strangolamento del terrore. «La sola cosa umana che avessero era questa agonia in cui, per la loro stessa viltà, si dibattevano». Impensabile contrassegno dell’umano. 

E vogliamo richiamare, a questo punto, un personaggio di altra officina, Luigi Murica, l’ignobile, affranta spia in mano ai fascisti tratteggiata con compassione («Ecce homo, ecco un pover’uomo») da uno scrittore felicemente abnorme, Ignazio Silone, che meriterebbe oggi un ascolto più sereno, privo di pregiudiziali moralistiche. 

Di certo, questi dilaniati, stravolti delatori rappresentano un contributo non banale della nostra letteratura a inquietudini, sbandamenti e abissi del Novecento. Impressiona soprattutto, e interroga, lo sguardo offerto, in Silone come in Sciascia, a sagome così inquietanti: l’amicizia che il rivoluzionario Pietro Spina non rifiuta a Murica; l’impulso fraterno che avverte per Parrinieddu il capitano Bellodi, commosso di pietà e di doloroso fastidio, «la pietà e il fastidio di chi, sotto apparenze già classificate e definite e respinte, improvvisamente scopre nudo e tragico il cuore umano».

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