CRISTIANESIMO/ Quando Atena si “converte”

- Danilo Zardin

La nostra moderna mentalità romanocentrica e filoccidentale trascura spesso e volentieri che noi siamo più figli del Mediterraneo. Lo attesta l’architettura dei primi secoli. DANILO ZARDIN

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Interno del duomo di Siracusa (Infophoto)

La nostra moderna mentalità romanocentrica e filooccidentale non sempre aiuta a riconoscere alcune dimensioni fondamentali del primo irraggiamento del fatto cristiano nella storia del mondo. Rischiamo di sottovalutare che le nostre radici sono più “mediterranee” che “europee” in senso stretto (stando almeno al significato che l’idea di “Europa” ha assunto nel corso di una vicenda plurisecolare, in special modo dalla svolta illuminista del Settecento in poi).

La fede cristiana è in effetti la figlia diventata matura e autonoma, avviata a una sua strada diversa, della grande scuola dell’Oriente. Nacque sulle sponde semitiche del teatro marittimo colonizzato prima da fenici, greci, cartaginesi, poi dalla trionfante Roma imperiale. E dalle terre di Palestina – ritornare alle quali coincide con un pellegrinaggio di risalita alle nostre più remote sorgenti – la fede di Cristo si diffuse con velocità impressionante, nel giro di pochi decenni, raggiungendo, attraverso le reti del commercio e delle relazioni tra i popoli, le zone centrali del mondo ellenico, poi quelle italiane, infine le aree iberiche. Per questa via, il cristianesimo fece di Roma e della sua galassia di potere un pilastro decisivo di appoggio per lanciarsi in una ulteriore ondata di espansione, fino all’Atlantico e nelle vaste distese, allora oggettivamente periferiche, delle contrade a nord delle Alpi.

Dilatandosi nell’universo romanizzato, tra Bisanzio e tradizione latina, la nuova religione monoteista centrata sull’incarnazione del Figlio di Dio non ha nemmeno preteso di fare tabula rasa di tutto quello che si trovava di fronte nella sua avanzata. Gesù e le prime comunità apostoliche pregavano riutilizzando le formule del geniale patrimonio religioso del popolo ebraico, da cui del resto provenivano. La liturgia delle origini incorporò elementi cospicui della ritualità preesistente, a cominciare dalla reinterpretazione in chiave eucaristica della memoria dell’evento liberatore della Pasqua per l’antica stirpe eletta. Nel medesimo senso si orientò, fin dai suoi primi abbozzi decisivi, la definizione di una attrezzatura di parole e di idee per articolare in discorso compiuto l’annuncio di un credo che non poteva non trasformarsi, progressivamente, in una organica proposta educativa, con il suo armamentario teologico e la sua genealogia di testi autorevoli. Il loro irrinunciabile nucleo fondativo lo fissarono nella duplicazione cristiana dei libri dell’Antico Patto dell’alleanza di Dio con gli uomini.

Se il Nuovo Testamento completava il Vecchio e lo portava al pieno dispiegamento, allo stesso modo il sapere edificato dai maestri dei primi secoli della storia cristiana era modellato con i materiali della grande cultura filosofica, umanistica e religiosa delle élites intellettuali dell’ecumene greco-romana. Il segno materiale più clamoroso di questa volontà precisa di inclusione della coscienza cristiana nelle orme del cammino intrapreso dalla civiltà antica è che, di frequente, persino i luoghi in cui le nuove comunità di fedeli collocarono il centro delle loro pratiche cerimoniali, una volta ammesse alla libera professione del culto, tendevano a coincidere con la medesima mappa del sacro disegnata dalla religione “civile” dell’epoca precristiana. 

Le soluzioni architettoniche e gli arredi iconografici degli edifici di preghiera potevano variare profondamente rispetto al modello classico del “tempio” greco e romano; ma la sovrapposizione, in una linea prevalente di continuità, era ricercata come via maestra per “riconvertire” in senso cristiano i resti monumentali così come le consuetudini espressive della religione ereditata dai padri.

La scelta del “riuso” tocca il vertice dell’evidenza forse più impressionante in quello che si impose come uno degli avamposti della penetrazione del cristianesimo nella direzione dell’Occidente: non lo dobbiamo cercare a nord, ma nella cornice dei nodi di interscambio che si erano creati nella porzione del Mediterraneo più vivace e di più florida e antica civiltà, cioè nel suo settore orientale. Una delle grandi metropoli del mondo classico, assurta a posizioni di primato sulle fertili coste della Sicilia meridionale, da cui si proiettava verso gli spazi aperti del mare, era da tempo il porto di Siracusa. Qui il cristianesimo mise precocissime radici, al punto che la comunità cristiana del luogo prese successivamente a vantare il suo diritto di primogenitura in quanto “prima figlia di san Pietro”, seconda nell’orbe cristiano solo alla chiesa di Antiochia. Da dove erano giunti i missionari approdati nelle terre siciliane? Non affluivano da Roma, a cui ormai Siracusa era stata assoggettata. Venivano da est, e fra di loro la tradizione inserisce nientemeno che la figura prestigiosa di Paolo in persona. Quando il culto cristiano si stabilizzò e cessarono le persecuzioni, la chiesa-madre dei cristiani siracusani, stretti intorno al loro vescovo, si installò esattamente nello stesso sito in cui sorgeva il tempio pagano forse più importante dell’ex colonia greca: il tempio dedicato ad Atena, sull’isola di Ortigia, dove poi la comunità urbana si restrinse, svuotando i quartieri più arretrati che si adagiavano sulla costa e da lì si allungavano verso le alture dove si erano concentrate le zone di sepoltura, i meandri catacombali, prima ancora lo stupendo teatro insieme all’anfiteatro romano. Non ci fu però la necessità di distruggere il tempio di Atena per fare posto al simbolo della nuova fede conquistatrice: il tempio fu soltanto, in senso letterale, inglobato nella chiesa cristiana. Ancora oggi, al suo interno, le navate sono scandite dalle possenti colonne in stile dorico del tempio preesistente. Lungo il fianco sinistro della cattedrale, rimasta al suo posto fino a oggi, nonostante la lunga dominazione araba dei secoli del primo Medioevo, le colonne del tempio greco sono in parte visibili anche dall’esterno, incastrate nel muro laterale creato saturando gli spazi che le dividevano, in modo da innalzare la prima linea della struttura a cui appoggiarsi per chiudere il recinto del nuovo, grandioso, edificio del culto collettivo.

Il reimpiego siracusano non fu, del resto, un unicum isolato nel passaggio dal tardoantico all’età cristiana. Ad Agrigento, sull’altro lato della Sicilia meridionale, avvenne una cosa molto simile: l’edificio sacro meglio conservato della straordinaria Valle dei Templi, quello che oggi colleghiamo al titolo della Concordia, deve la bontà eccezionale del suo stato di conservazione al fatto di essere stato scelto, da un certo momento in poi, come chiesa da parte del vescovo del luogo. Ma la continuità materiale tra antico e moderno in questo caso fu solo temporanea. Il colle dell’acropoli sacra fu progressivamente abbandonato e dopo la conquista dei Normanni, alla fine dell’XI secolo, la cattedrale si trovò definitivamente trasferita nel nuovo polo di sviluppo della città medievale, sul lato opposto dell’antica area urbana, più lontano dal mare e meglio riparato.

Il legame con la primitiva matrice mediterranea poteva andare anche molto al di là del recupero dei supporti materiali intorno a cui si stava spegnendo l’ormai screditata religione soppiantata dal culto spirituale venuto da Gerusalemme. Fili molteplici lo tennero a lungo unito in simbiosi con il mondo orientale, accostato nella sua nuova fisionomia cristiana. Accadde persino che il mito di “fondazione” dell’identità religiosa delle nuove chiese cresciute sul suolo dell’antica Magna Grecia non si accontentasse di intrecciarsi alla memoria dei santi martiri delle origini, come avvenne con Lucia a Siracusa o Agata a Catania, né poterono sempre bastare il culto di reliquie potenti o la venerazione per i grandi vescovi fondatori dei primi secoli. A Messina, altro grande porto nevralgico che esercitava un ruolo di leadership nel Mediterraneo centrorientale, il nesso arrivò a stabilirsi nientemeno che con la Madre di Cristo, tramite diretto collegamento Palestina-terra siciliana. Anche a Messina, stando alla tradizione locale, l’annuncio cristiano giunse per opera di Paolo. Molti degli abitanti si convertirono accogliendo la sua fervida predicazione e, secondo un racconto ben documentato per gli ultimi secoli moderni, vollero garantire degno accompagnamento all’apostolo delle genti nel suo viaggio di ritorno in terra ebraica. La delegazione messinese avrebbe così potuto incontrarsi con la santa Vergine e ne ottenne una lettera di materna benedizione, riportata in patria con tutto l’entusiasmo da neofiti che si può facilmente immaginare: 42 d.C.

La missiva di Colei che si proclamava “perpetua protettrice” della colonia di stranieri segnalatisi tra i pionieri dell’adesione alla fede cristiana fece di Maria la “Madonna della lettera”. In questa veste, i messinesi non solo tuttora la venerano nella festa solenne del 3 giugno. Ne fecero il proprio emblema e il proprio scudo di difesa. Innalzarono la statua della loro Madonna all’ingresso del bacino portuale. Ai giorni nostri, a ogni scoccare delle dodici, i sofisticati giochi di orologeria del campanile del Duomo della città, ricostruito dopo il terribile terremoto del 1908, ne rimettono in scena la storia commovente, a perenne memoria di un legame che, al di là di ogni scrupolo di accertamento sulla sua piena autenticità storica, resta la traccia marcata di un debito di riconoscenza, l’umile attestazione di una discendenza che non può essere recisa.

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